Gentle Giant: Interview

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Etichetta: Chrysalis Records
Data di uscita: 23 aprile 1976
Produzione: Gentle Giant
Durata dell’album: 36.47 min
Genere: Progressive Rock /Jazz Rock
Voto: 8.5/10


“Interview” è l’ultimo album dei leggendari maestri del progressive rock eclettico che merita attenzione anche da parte di chi non fa parte dei loro fedelissimi. Il loro ottavo disco in studio ha un concept sarcastico, strutturato come una finta intervista sgangherata che tiene insieme i vari brani. Il contenuto sonoro e concettuale dell’album è una parodia magistrale dei vicoli ciechi dell’industria musicale e delle interviste fastidiose in cui dovevano rispondere in continuazione alle stesse identiche domande noiose. La maggior parte delle band avrebbe accolto a braccia aperte lo status di “rock star” assediate, ma i Gentle Giant sono sempre stati fatti di un’altra pasta, visto che venivano dagli ideali dell’età d’oro della musica progressive e sperimentale, quella che alla svolta degli anni ’70 si stava lentamente spegnendo a vantaggio di forme musicali meno avventurose ma commercialmente più redditizie.

Con “Interview”, o meglio con il suo concept, i Gentle Giant hanno praticamente commesso un suicidio commerciale: hanno fatto infuriare ancora di più una critica britannica che già non li amava granché, mentre i responsabili dell’etichetta, riconoscendosi nei messaggi dei brani, hanno iniziato a strapparsi i capelli per l’impotenza. Gli eterni burloni e giocherelloni del progressive rock, però, si sono limitati a sogghignare e hanno confezionato l’ultimo classico album dei Gentle Giant, un disco che è un piacere ascoltare dall’inizio alla fine, anche se qui si notano già alcuni scostamenti dalla loro vincente tradizione sonora. Il loro ultimo album progressive rock “vero” è stato registrato, per la pressione del tempo, più in fretta di qualsiasi altro lavoro dei Gentle Giant precedente, e per questo in certi punti manca un po’ della consueta raffinatezza e fluidità sonora, anche se è un difetto che si percepisce a malapena.  

Nella loro tradizione di scrittura e strumentale non mancano, ancora una volta, sezioni strumentali ultra complesse, poliritmie, improvvisazioni folli, cambi di tempo inaspettati e polifonie dissonanti con cui questi grandi maestri della musica ci avevano già incantati in passato. La maggior parte degli arrangiamenti, come da copione, si nutre ancora di jazz rock fusion, folk rock, sinfonismo e hard rock. Qua e là si sentono perfino tracce di reggae e di pop, segno che la progressività, intesa come continua inclusione di novità sonore, la prendevano ancora molto sul serio. Come atmosfera “Interview” resta un po’ indietro rispetto ai loro capolavori passati soprattutto perché non ha la solita dose di furbizie ritmiche, e si sente anche la mancanza di quegli arrangiamenti da trovatori scatenati che sull’eccezionale predecessore “Free Hand” (1975) abbondavano.

Nonostante questo, nell’album ci sono ancora un sacco di motivi per essere soddisfatti e leccarsi i baffi, per tutti i gourmet del progressive rock. La musica evita di nuovo definizioni e confini rigidi di genere. L’atmosfera di certi pezzi è ancora abbastanza birichina e scanzonata da farti vedere senza fatica, con gli occhi della mente, il gigante gentile e le sue avventure. La title track mette insieme un mix sonoro vario fatto di improvvisazioni jazz e di cambi di tempo insoliti. La voce unica e paranoica di Derek è arricchita da arrangiamenti folli alle tastiere e sostenuta da ritmi caotici. I singoli spunti sono legati da effetti parlati, presi da spezzoni di interviste distorti, con cui si sono concessi una satira pungente sulla scarsa fantasia dei giornalisti. “Give It Back” è un esperimento strano ma divertente, in cui sono più che evidenti anche le influenze ritmiche del reggae. Non restano a lungo su questi schemi ritmici e si dedicano presto agli immancabili trucchetti “da bambini” al vibrafono. Di tutti i pezzi del disco, qui, oltre alla giocosità ritmica, c’è il maggior numero di richiami al loro marchio di fabbrica, il “passo del gigante gentile”.

“Design”, un po’ inquietante, è pieno delle loro tipiche armonie vocali dissonanti, con il tastierista Kerry Minnear che fa egregiamente la parte della voce principale, “angelica”. Nel frattempo il batterista John Weathers gioca come un bambino con una collezione arcobaleno di percussioni, da cui tira fuori suoni a dir poco insoliti. “Another Show”, dal tempo serrato, è una vera leccornia per tutti gli appassionati di jazz rock fusion, perché tra le sezioni di chitarra hard rock si fanno strada decorazioni ritmiche spiritosissime. Il canto esasperato di Derek, insieme alle potenti frasi di chitarra, porta una dose insolita di aggressività. “Empty City”, che continua la loro tradizione di polifonie uniche, è uno dei momenti migliori dell’intero album. All’inizio costruiscono una bellissima melodia pastorale e celtica con chitarra acustica e tastiere “spaziali”, poi arrivano sezioni folk rock piene di temperamento al violino. A tenere tutto insieme c’è la prova camaleontica di Derek alla voce.

In “Timing” non mancano acrobazie ritmiche da capogiro, che si svolgono completamente fuori dalla melodia centrale costruita sulla voce di Derek. Il brano conclusivo “I Lost My Head” è un altro dei picchi dell’album. È costruito su due metà in contrasto tra loro, che riflettono il lato leggero e quello potente della band. La parte iniziale poggia su arrangiamenti delicati ma virtuosi, pastorali e barocchi, di quelli che per gran parte del disco si era sentita la mancanza. La parte finale, con le sue frasi di chitarra incisive, il canto energico e i massicci passaggi di batteria, fa l’effetto di un tuono a ciel sereno… anzi, a cielo nuvoloso. La metafora del risultato finale di questo contrasto sonoro così particolare tra “sole” e “tempesta” è lo splendido arcobaleno che campeggia sulla copertina dell’album.

“Interview”, nonostante i Gentle Giant mostrino qui qualche segno di fragilità, dovuto soprattutto ai tempi serratissimi di composizione, resta un gran bell’album, che regala parecchie gioie a chi ama il progressive rock eclettico e l’uso altamente virtuosistico degli strumenti. Certo, non sono riusciti a farne un altro capolavoro, ma sono comunque riusciti a firmare il loro ultimo lavoro interessante nel campo del progressive rock eclettico, prima della svolta drastica verso il rock melodico e il pop rock, con cui hanno sacrificato il proprio intelletto di compositori e strumentisti a beneficio di un’etichetta ingorda. Per questo sorprende che ancora oggi l’album venga spesso trascurato perfino dai fan della band. Con il suo sberleffo senza compromessi, musicale e lirico, all’industria discografica corrotta e ai suoi tirapiedi, “Interview” è stato un gesto coraggiosissimo, ma con quel disco si sono messi a scavare la fossa in cui, negli anni successivi, dopo una dolorosa esperienza col pop, si sarebbero sdraiati placidamente.

Autore: Peter Podbrežnik

Tracklist:
1. Interview
2. Give It Back
3. Design
4. Another Show
5. Empty City
6. Timing
7. I Lost My Head

Formazione:
Derek Shulman – voce, sassofono
Gary Green – chitarra
Kerry Minnear – tastiere, voce d’accompagnamento
Ray Shulman – basso, violino
John Weathers – batteria, percussioni


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