Gentle Giant: The Missing Piece

0 47

Etichetta: Chrysalis Records
Data di uscita: 26. 8. 1977
Produzione: Gentle Giant
Durata dell’album: 36.28 min
Genere: Progressive Rock
Voto: 7.5/10


“The Missing Piece” ha segnato l’inizio del declino dei Gentle Giant come band prog rock costruttiva, quella che in passato ci aveva fatto strabuzzare gli occhi con i suoi esperimenti sonori unici e imprevedibili, capaci di scavalcare e mescolare un sacco di confini di genere. In un periodo turbolento per il rock, con il progressive che perdeva popolarità e nuovi generi come punk, disco e new wave che iniziavano a salire, la Chrysalis li ha messi in trappola chiedendo pezzi più compatti, se non proprio hit da radio. I membri della band, in netto contrasto con la loro filosofia musicale sperimentale, piena di sarcasmo verso l’industria discografica, hanno deciso di tenere il passo con i “nuovi tempi” e trasformarsi in una band hard rock melodica/pop, con rari richiami al loro passato sperimentale. I Gentle Giant sono sempre stati musicisti straordinari, capaci di suonare qualsiasi cosa gli venisse in mente, a prescindere dal genere, ma nel nuovo ruolo di band “pop” si sentivano terribilmente stretti, e si sente per tutto il disco.

Su “The Missing Piece” hanno messo sul piatto solo metà delle loro solite capacità artistiche. Il risultato di questo drastico cambio di suono sono stati brani più compatti, con grande enfasi sulla melodia e su ritornelli cantabili. I loro marchi di fabbrica, gli arrangiamenti da trovatori, le improvvisazioni jazz-avanguardistiche, le armonie vocali dissonanti e i giochi ritmici dispettosi, hanno dovuto cedere il passo a melodie più semplici e dirette. Con una serie di momenti melodico-rockeggianti e da ballad si sono avvicinati a un pubblico meno esigente, ma per buona parte del disco si sente che non tutti i membri ci mettevano davvero il cuore. Nei testi, comunque, hanno mantenuto il loro tipico umorismo da monelli e soprattutto un senso di autoironia sfacciata. Anche a spese di questa “lobotomia” artistica forzata.

Imporsi dei limiti artistici non ha mai portato risultati scintillanti. Ciononostante, sono riusciti a tirare fuori anche qualche buon pezzo, in cui per un attimo rivivono la loro magia prog di un tempo e lo sperimentalismo senza briglie. La prima metà dell’album contiene parecchi brani mediocri, ben al di sotto delle loro norme artistiche abituali, mentre la seconda metà porta un netto miglioramento e qua e là risveglia il ricordo degli anni d’oro. Spesso sembra che gli arrangiamenti di certi pezzi siano stati lasciati a metà, e a questo contribuisce anche una produzione piuttosto sterile. In questa categoria rientra già l’esperimento hard rock d’apertura “Two Weeks in Spain”, vera incarnazione della santa semplicità e della mancanza di ispirazione rispetto ai loro soliti standard di scrittura e strumentazione. I loro inestimabili talenti virtuosistici sono sempre presenti, tra la voce carismatica di Derek, i riff taglienti di Green, l’uso versatile del basso di Ray, i saltelli di tastiera di Minnear e il variegato uso delle percussioni di Weathers, ma non riescono in nessun modo a costruire un’atmosfera convincente.

Uno dei momenti migliori arriva con “I’m Turning Around”, una solida power ballad in cui spicca l’ottimo canto di Derek, sostenuto da possenti frasi di chitarra e da un accompagnamento ipnotico di organo hammond. Il titolo e il messaggio del brano riflettono un sarcasmo palese sul cambio di stile musicale. Sul bizzarro esperimento punk “Betcha Thought We Couldn’t Do It”, che durante la lavorazione deve esser sembrato divertentissimo, sarebbe meglio sorvolare. Almeno il titolo è più che azzeccato, visto che nessuno avrebbe mai immaginato che potessero creare una simile auto-parodia. “Who Do You Think You Are?” è un hard rock estremamente mediocre con una melodia centrale assonnata, costruita sui riconoscibili passaggi blues di Green e su ritmi funky. Nello stesso stile noioso c’è anche “Mountain Time”, dove tornano a usare maniere bluesistiche da cliché su piano e chitarra, risultando parecchio forzati. Beh, almeno Derek ha dimostrato che come cantante blues non sarebbe niente male… tristezza.

Le cose migliorano parecchio nella seconda metà dell’album con “As Old As You’re Young”. Questo brano interessante risveglia un po’ della vecchia magia dei Gentle Giant, con le care vecchie movenze ritmiche da monelli, gli arrangiamenti da trovatori e l'”angioletto” Minnear alla voce principale. Nella sezione centrale riescono a infilare anche un interessante motivo folk rock, mentre il passaggio tra la voce di Kerry e quella di Derek è eseguito altrettanto alla grande. L’epopea folk rock romantico-nostalgica “Memories Of Old Days” è facilmente il pezzo migliore dell’intero album, uno di quelli che ancora oggi fa venire gli occhi lucidi a ogni fan sincero della band. Con il canto malinconico di Derek e i magnifici arrangiamenti pastorali-celtici di chitarra acustica e tastiere creano un’atmosfera magica, in cui per un istante torna a vivere la leggenda del gigante gentile. Su “Winning”, dove fioriscono inserti ritmici avanguardistici, la loro natura sperimentale esplode inaspettatamente a piena potenza. Colpisce in particolare la raffinata chiusura che sfocia in un motivo orientaleggiante etereo. La conclusiva “For Nobody”, con le sue armonie scatenate e i ritmi sparsi, potrebbe stare tranquillamente su qualsiasi classico dei Gentle Giant, e questo la dice lunga su quanto sia ottima.

“The Missing Piece”, come primo atto di un doloroso periodo pop in cui i Gentle Giant si sfaldavano lentamente perdendo la loro identità artistica, nel complesso non suona male, ma resta ben al di sotto dei loro standard abituali. Contrariamente ai desideri dell’etichetta non ha portato nessuna hit, e con una simile costrizione di scrittura e strumentazione non era certo una sorpresa. Autolimitarsi artisticamente e trasformarsi a forza in una pop band oggi sembra una cosa in contrasto con il buon senso. All’epoca, purtroppo, non avevano molta scelta se non volevano sprofondare nell’oscurità totale. I fan più fedeli sapranno apprezzare i rari lati luminosi dell’album, con cui i Gentle Giant (ancora) non hanno toccato il fondo della loro carriera, mentre per tutti gli altri è meglio girargli alla larga, perché potrebbe dare un’idea del tutto sbagliata delle vere qualità di questa leggendaria band.

Autore: Peter Podbrežnik

Tracklist:
1. Two Weeks In Spain
2. I’m Turning Around
3. Betcha Thought We Couldn’t Do It
4. Who Do You Think You Are?
5. Mountain Time
6. As Old As You’re Young
7. Memories Of Old Days
8. Winning
9. For Nobody

Formazione:
Derek Shulman – voce, tastiere
Gary Green – chitarra elettrica e acustica, cori
Kerry Minnear – tastiere, cori
Ray Shulman – basso, violino, cori
John Weathers – batteria, percussioni


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie