The Missing Piece
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Gentle Giant
Uscita: 1977
Durata: 38:09
Voto: 3/5
“The Missing Piece” ha segnato l’inizio del declino dei Gentle Giant come band prog rock costruttiva, quella che in passato aveva fatto innamorare tutti con i suoi esperimenti sonori unici e imprevedibili, capaci di scavalcare e mescolare un sacco di confini di genere. In un periodo turbolento per il rock, con il progressive che perdeva popolarità e nuovi generi come punk, disco e new wave che prendevano piede, la Chrysalis li ha messi alle strette chiedendo pezzi più compatti, se non proprio hit da classifica. I membri della band, in barba alla loro filosofia sperimentale (che di sarcasmo sull’industria musicale non ne era certo a corto), hanno deciso di stare al passo con i “tempi nuovi” e di trasformarsi in una band hard rock melodica/pop con rari richiami al loro passato sperimentale. I Gentle Giant sono sempre stati musicisti eccezionali, capaci di suonare qualsiasi cosa gli passasse per la testa, a prescindere dal genere, ma nel nuovo ruolo di band “pop” si sentivano terribilmente stretti, e si sente per tutto il disco.
Su “The Missing Piece” hanno offerto metà della loro solita dose di capacità artistiche. Il risultato di questo cambio di suono drastico sono brani più compatti, con grande enfasi sulla melodia e su ritornelli cantabili. I loro arrangiamenti da trovatori, le improvvisazioni jazz-avanguardistiche, le armonie vocali dissonanti e i ritmi dispettosi, marchio di fabbrica della band, su “The Missing Piece” hanno lasciato il posto a melodie più semplici e dirette. Con una serie di momenti da rock melodico e da ballad si sono avvicinati a un pubblico meno esigente, ma per buona parte del disco si ha la sensazione che non tutti i membri ci mettessero davvero il cuore. Nei testi, però, hanno mantenuto il loro tipico umorismo da monelli e soprattutto una buona dose di autoironia senza veli. Anche a spese di quella “lobotomia” artistica forzata.
L’autolimitazione artistica non ha mai portato risultati scintillanti. Eppure sono riusciti a tirare fuori anche qualche buon pezzo, in cui per un attimo rivive la vecchia magia prog e lo sperimentalismo senza freni. La prima metà dell’album contiene parecchi brani nella media, ben al di sotto dei loro standard artistici abituali, mentre la seconda metà porta un netto miglioramento e qua e là risveglia il ricordo degli anni d’oro. Spesso sembra che gli arrangiamenti di certi pezzi siano rimasti a metà, e a questo contribuisce anche una produzione piuttosto sterile. In questa categoria rientra già l’esperimento hard rock d’apertura “Two Weeks in Spain”, che è la vera incarnazione della santa semplicità e della mancanza di ispirazione, se confrontata con i loro soliti standard di scrittura e strumentazione. Il loro inestimabile talento virtuosistico è comunque sempre presente, tra la voce carismatica di Derek, i riff di chitarra incisivi di Green, l’uso versatile del basso di Ray, i saltellanti tasti di Minnear e l’impiego vario delle percussioni di Weathers, ma non riescono in alcun modo a costruire un’atmosfera convincente.
Uno dei momenti migliori arriva con “I’m Turning Around”, una solida power ballad in cui spicca l’ottimo canto di Derek, sostenuto da potenti frasi di chitarra e da un accompagnamento ipnotico di organo hammond. Il titolo e il messaggio del brano sono un sarcasmo nemmeno troppo velato sul cambio di stile musicale. Sul bizzarro esperimento punk “Betcha Thought We Couldn’t Do It”, che probabilmente mentre lo scrivevano sembrava un gran divertimento, la cosa migliore sarebbe dimenticarsi. Almeno il titolo è più che azzeccato, perché nessuno si sarebbe mai immaginato che un giorno avrebbero fatto un’autoparodia del genere. “Who Do You Think You Are?” è un hard rock mediocrissimo con una melodia centrale sonnolenta, costruita sui riconoscibili passaggi blues di Green e su ritmi funk. Nello stesso stile noioso c’è anche “Mountain Time”, dove tornano a usare le solite maniere blues da cliché al piano e alla chitarra, risultando piuttosto forzati. Vabbè, almeno Derek ha dimostrato che come cantante blues non sfigurerebbe…triste.
Le cose migliorano sensibilmente nella seconda metà del disco con “As Old As You’re Young”. Questo pezzo interessante risveglia un po’ della vecchia magia dei Gentle Giant, con le care vecchie maniere ritmiche da monelli, gli arrangiamenti da trovatori e l'”angioletto” Minnear alla voce principale. Nella sezione centrale riescono a infilare anche un interessante motivo folk rock, mentre il passaggio tra la voce di Kerry e quella di Derek è altrettanto ben riuscito. L’epopea folk rock romantico-nostalgica “Memories Of Old Days” è senza dubbio la cosa migliore di tutto l’album, e ancora oggi fa venire il lucciccone agli occhi di ogni fan sincero della band. Con il canto malinconico di Derek e i magnifici arrangiamenti pastorali-celtici di chitarra acustica e tastiere creano un’atmosfera magica, in cui per un breve momento rivive la leggenda del gigante gentile. Su “Winning”, dove fioriscono inserti ritmici avanguardistici, la loro natura sperimentale esplode inaspettatamente a piena potenza. Colpisce in particolare l’elegante passaggio finale in un motivo orientaleggiante etereo. La conclusiva “For Nobody”, con le sue armonie scatenate e i ritmi sparpagliati, potrebbe stare su qualsiasi classico album dei Gentle Giant, il che la dice lunga sulla sua qualità.
“The Missing Piece”, primo atto di un penoso periodo pop in cui i Gentle Giant si sono lentamente sfaldati perdendo la loro identità artistica, nel complesso non è un disco da buttare, ma resta ben al di sotto dei loro standard artistici abituali. Contrariamente ai desideri della casa discografica non ha portato nessuna hit, cosa che, con tutta quella generale costrizione nella scrittura e nella strumentazione, non sorprende affatto. L’autolimitazione artistica e la trasformazione forzata in band pop oggi sembrano in totale contrasto con il buon senso. All’epoca però, purtroppo, non avevano molta scelta se non volevano affondare nella totale oscurità. I fan più fedeli sapranno apprezzare i rari lati luminosi di un disco con cui i Gentle Giant (ancora) non hanno toccato il fondo della loro carriera, mentre per tutti gli altri è meglio girargli alla larga, perché può dare un’idea del tutto sbagliata delle vere qualità di questa leggendaria band.
Formazione
Derek Shulman – voce, tastiere
Gary Green – chitarra elettrica e acustica, cori
Kerry Minnear – tastiere, cori
Ray Shulman – basso, violino, cori
John Weathers – batteria, percussioni
Produzione
Gentle Giant
Tracklist
1. Two Weeks In Spain
2. I’m Turning Around
3. Betcha Thought We Couldn’t Do It
4. Who Do You Think You Are?
5. Mountain Time
6. As Old As You’re Young
7. Memories Of Old Days
8. Winning
9. For Nobody