Grega Habič: Self Destruct Sequence
Etichetta: Nostromo Records
Data di uscita: 2009
Produzione: Grega Habič
Durata dell’album: 40.18 min
Genere: Instrumental Rock / Art Rock
Voto: 9.5/10
Grega Habič è un cavaliere solitario e indipendente, uno che con la sua indipendenza predicata in musica, e con la totale immunità al tintinnio delle monete e al fruscio dei bigliettoni verdi, potrebbe forse restituire al prefisso musicale “indie” perfino la sua legittimità. Grega Habič è un virtuoso della chitarra, il tipo di eroe della ssei corde che non vuole esserlo. Un eroe della chitarra che “trotterella” sulle orme di Joe Satriani, Jason Becker, Paul Gilbert e compagnia… Per la Slovenia un fenomeno piuttosto raro, ma non proprio inconsueto. Il nostro paese, nella sua storia, ha avuto parecchi estimatori del rally lungo il manico della chitarra. Rappresentanti della prima generazione di questi chitarristi in Slovenia, da Marko Lemer ad Andrej Janežič, fino alla seconda e a quelli un po’ più giovani, Andrej Gasar e Grega Habič.
“Self Destruct Sequence” è il terzo album in studio di Grega. Purtroppo non ho ascoltato i due predecessori, quindi sul piano del confronto tra i dischi questa recensione (critica) sarà un po’ monca. D’altra parte, questo fatto toglie un peso, e a conti fatti ci permette di concentrarci di più su “Self Destruct Sequence”.
L’artefice dell’album in senso “creativo” è ovviamente Grega. Sul piano fisicamente operativo, è sempre Grega che ha suonato la maggior parte degli strumenti del disco; qualche linea di basso l’ha messa il bassista serbo Miša Tricković (title track, Voodoo Sex Thing) e l’americano Jesse Adams, che oltre alla voce in Scars ha messo qualche parte di tastiere e chitarra ritmica. Oltre alla chitarra in tutte le salse possibili, Grega ha imbracciato anche il basso e le tastiere, e si è divertito con la programmazione della batteria, che suona incredibilmente viva e offre una differenza a stento riconoscibile dal suono creato con flessione ed estensione dei muscoli veri in studio. Una mossa riuscita, da cui c’è da imparare.
Grega è insomma il maestro di studio di se stesso. È capace di creare un album completamente da solo (e anche di pubblicarlo). Il suono ha un volume, un’ampiezza e una dinamica eccezionali, e i contrasti tra i singoli mattoncini sono bene in evidenza. Molto importante è la produzione roccciosa della batteria, il suono crudo dei piatti che riempie il quadro, soprattutto nelle parti di chitarra più “asciutte” delle escursioni soliste monofoniche di Grega. A questo si aggiunge naturalmente una linea di basso attiva, che tiene il suono del disco lontano dal rischio di cadere in un’asfissia sonora a una sola dimensione.
Questo disco di chitarra ha dappertutto un approccio tipicamente americano, un’atmosfera che fa l’occhiolino a quella a stelle e strisce. Alcune direzioni alla Joe Satriani sono evidenti, ma assolutamente non fastidiose, perché Grega cammina con le sue scarpe riconoscibili di artista musicale che in questo senso coltiva un linguaggio espressivo tutto suo. Per questo “Self Destruct Sequence” non è un clone nato dal copiare gli eroi della chitarra di fama mondiale, che campano delle loro opere e godono di grande reputazione, e che gli avrebbe imposto il bisogno di dimostrare di poter essere bravo quanto S. Vai, J. Satriani, J. Petrucci e così via… No. Grega non si guarda attorno, ascolta se stesso. Ecco perché le idee guida, i motivi conduttori, i trucchi di passaggio e gli assoli che incornicia nei brani sono freschi, ispirati, particolari e, semplicemente, divertono l’ascoltatore dall’inizio alla fine, tenendolo con l’attenzione sempre in massima allerta verso il materiale.
Diamo una rapida scorsa al materiale. L’album si apre con la scattante Razor’s Edge, con un wah-wah dinamico quasi da avventizio, che dopo pochi istanti viene abbracciato da un riffeggiare metal incandescente, e il disco riesce subito a prendere onda con un’alta carica di riff. Flashback, in chiusura, è un epitaffio tipicamente classico per chitarra; tra questi due brani c’è una grossa dose di condimento espressivo e di motivi, che riflette l’eccezionale ampiezza musicale, la visione e la forza espressiva di Grega Habič come artista. L’album ha anche momenti di flirt sperimentale più spinto. Così è soprattutto la parte finale di Voodoo Sex Thing, o per esempio A Little Love Song, mentre il passaggio di tastiere subito dopo un’escursione solista jazzata, a metà di Beyond Redemption, si potrebbe etichettare come tendenza al progressive. Wonderin’ non nasconde la vena jazz, che flirta con successo con un’atmosfera acustica “sognante” (soprattutto l’intro) e a metà strada svolta già verso direzioni blues. In questo brano i contrasti tra basso, batteria piena di volume e il suono pulito e naturale della chitarra fanno un gran bene, e non mancano nemmeno nella pigramente funky Scars, dove il rap di Jesse Adams si rivela una scelta ottima e di gran gusto (benvenutissima). Forse proprio le acque del blues sono la spina nel fianco più grande per i chitarristi di scuola classica, come dimostra l’intro dal suono piuttosto sterile (il sussurro di frasi chitarristiche di Hendrix direttamente dal paradiso) di Vicious Circle, che però il seguito dissolve in fretta, servendo ovviamente tutto il resto. Un ottimo sviluppo e scioglimento degli eventi, che infila motivi vari ma spiritosi, che il ragazzo si tira fuori dalla manica a strati. L’ultima frase descrive ovviamente gran parte di questo disco, che a ogni passo porta una qualità che oggi si trova sempre più di rado negli album. Due caratteristiche: l’imprevedibilità sconcertante dello sviluppo degli eventi e un’esaltante inventiva spiritosa. Grega Habič è al tempo stesso l’uomo che sa tenere nei brani un filo rosso assoluto, così che non soffrano della sindrome da frammentazione, che avrebbe raggiunto con facilità se sul disco avesse dato priorità assoluta allo sparare assoli ultrasonici da ogni posizione possibile! Per questo “Self Destruct Sequence” è molto accessibile a qualsiasi orecchio, e non solo a quelli da palati fini – i più viziati.
Grega Habič non ha alcun motivo per mietere un qualsiasi successo commerciale. Questo lavoro è il frutto di una sincerità totale verso se stesso, quindi puoi star certo che quello che c’è scritto su “Self Destruct Sequence” è il massimo che un musicista del genere possa offrirti. Se tutto questo si porta dietro un senso espressivo profondo, la robusta essenza dello spirito stesso di una forma così creata, che serve su un piatto un marchio unico e difficilmente ripetibile del momento, come quello catturato dal passo evolutivo dell’album “Self Destruct Sequence”, puoi star certo che si tratta di un altro capolavoro sloveno, che con ogni probabilità resterà clamorosamente ignorato dalle nostre parti, mentre all’estero le etichette, e con loro la massa critica musicale, farebbero carte false per averlo! Cappello giù a Grega per il grande coraggio e per aver sparato con tutte le cartucce!
Autore: Aleš Podbrežnik
Tracklist:
1. Razor’s Edge
2. Self Destruct Sequence
3. Voodoo Sex Thing
4. Scars
5. Revolution
6. Vicious Circle
7. Beyond Redemption
8. A Little Love Song
9. Wonderin’
10. Flashback
Formazione:
Grega Habič – chitarra, basso, tastiere, programmazione della batteria
MUSICISTI OSPITI:
Jesse Adams – voce (brano n. 4), chitarra ritmica (brano n. 2), tastiere (brani n. 2, 4, 7, 9, 10)
Miša “Tricko” Tricković – basso (brani n. 2 e 3)
