Pink Floyd: The Piper At The Gates Of Dawn

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Etichetta: EMI Records
Data di uscita: 4 agosto 1967
Produzione: Norman Smith
Durata dell’album: 41.54 min
Genere: Psychadelic Rock/Space Rock
Voto: 7.5/10


I Pink Floyd hanno avuto un’evoluzione a dir poco affascinante. Da piccola band di rhythm and blues sono diventati, passo dopo passo, pionieri del rock psichedelico e poi uno dei gruppi più grandi e rispettati della storia del rock (soprattutto nelle sue forme progressive). Fino a quel momento avevano già fatto un cammino lungo e quasi inimmaginabile, che già nei loro primi anni avrebbe potuto prendere tutta un’altra piega se non ci fosse stato il crollo mentale del chitarrista e cantante originale Syd Barrett (1946-2006), ancora oggi un eccentrico enigmatico intorno al quale si intrecceranno leggende ancora per un bel pezzo. Syd era allora, soprattutto con la sua poesia, il musicista centrale e la mente creativa della band, quello che ha posato la prima pietra della loro identità di “alieni” della musica. Chissà che strade musicali avrebbero imboccato i Pink Floyd se questo musicista straordinariamente dotato non avesse chiuso la sua parabola creativa troppo presto, congedandosi già un anno dopo l’uscita del loro esordio “The Piper At The Gates Of Dawn”, che sia nella musica che nei testi è per molti versi un suo “figlio”. Nonostante la brevità del suo percorso creativo, le sue idee musicali, pionieristiche per l’epoca, gli hanno garantito per sempre lo status di diamante grezzo e di primo “divo” del rock, inghiottito dalle droghe in un vortice autodistruttivo che ha soffocato un potenziale tutto da scoprire.

“The Piper At The Gates Of Dawn” però non è solo l’album di Syd: è un documento di prima categoria dei primi giorni della band e uno dei dischi fondamentali nello sviluppo del rock progressivo. I Pink Floyd sperimentavano a tutto spiano con suoni psichedelici oscuri, tempi insoliti, improvvisazioni ampie e ramificate e un tipo di testi tutt’altro che convenzionale per l’epoca. Con la loro musica volevano portare gli ascoltatori in stati di coscienza particolari, spesso condizionati dall’assunzione di varie sostanze psicoattive. Nella seconda metà dei ’60 era comunque un fenomeno sociale e culturale diffuso, che ha dato una bella rinfrescata alla scena psichedelica britannica dell’epoca, la quale aveva preso il volo soprattutto dopo l’arrivo di Jimi Hendrix dall’America. Le conseguenze negative di quello stile di vita erano ancora un segreto (ben custodito) e la maggior parte dei musicisti di allora praticava apertamente l’uso di droghe come una delle principali fonti creative. Per molti ha pure pagato bene, perché la loro musica è diventata molto più ricercata e stratificata, anche se alla fine seguiva di solito la rovina del gruppo (un bell’esempio sono stati i Beatles).

La scena dei club londinesi di allora era diventata un punto di ritrovo fondamentale per i musicisti psichedelici. Nel pieno dell’estate del 1967 erano spuntate tante nuove band che avevano fatto sì che il rock diventasse molto più di una raccolta di pezzi da ballare per adolescenti scatenati. I Pink Floyd si sono costruiti lo status di culto di innovatori psichedelici soprattutto grazie ai tanti concerti in club come l’UFO e il Marquee e all’uscita dei primi singoli “Arnold Layne” e “See Emily Play”. I loro live erano già allora un’esperienza audiovisiva speciale, in cui mescolavano suoni psichedelici a effetti di luce particolari, e in particolare a enormi giochi di luci. Fin dalla nascita del gruppo le loro composizioni si erano evolute progressivamente dal semplice rhythm and blues a improvvisazioni strumentali ampie e ramificate, piene di suoni di ogni tipo, spesso oscuri.

“The Piper At The Gates Of Dawn” è, per merito di Syd, un album a metà strada tra il concept e il non-concept, che ha preso il titolo dal suo amatissimo libro per bambini “The Wind In The Willows”. La sua passione per le storie di fantasia si vede nella poesia, spesso ispirata al folklore britannico e a storielle perlopiù buffe, che danno al disco un tocco sincero di ingenuità e innocenza, ma allo stesso tempo è anche un vero e proprio inno alla follia, che spesso non ha né capo né coda, ed è proprio questa combinazione la chiave della sua magia. I brani psichedelici di Syd, figli delle sostanze psicoattive, sono in sostanza canzoni pop, potenziate con lunghe improvvisazioni strumentali piene di suoni insoliti, soprattutto di chitarra e tastiere, dove usano anche il tema dei viaggi spaziali (“Astronomy Domine” e “Interstellar Overdrive” sono tra i primi esempi di space rock) come metafora delle esperienze allucinogene. Anche se quasi tutti i testi di Syd sull’album sono leggeri e divertenti, spesso fanno a pugni con gran parte della musica, piena di suoni dissonanti e strane armonie vocali che danno un’impressione di caos e follia. In questo modo fotografano alla perfezione uno spaccato dello stato mentale di Syd in quel periodo.

L’album si apre con la spaziale “Astronomy Domine”. È uno dei pezzi migliori e più avanzati del disco, un vero esperimento pionieristico per l’epoca, perché con la sua strana struttura di accordi e i suoi suoni insoliti fa un contrasto netto con la maggior parte delle canzoni pop di allora. A dargli quell’incredibile carica psichedelica ci pensano soprattutto i tanti effetti sulla chitarra di Syd e la batteria semplice ma efficace di Nick Mason. Le armonie vocali sono costruite in modo compatto ed efficace da Syd e dal tastierista Rick Wright. “Astronomy Domine” è ancora oggi uno dei loro pezzi più amati, suonato dal vivo fino al 1971 e, dopo una lunga pausa, perfino nell’ultimo tour. Un vero capolavoro psichedelico, che rispecchia la loro passione dei primi tempi per lo spazio. Potrei definirla anche la nascita simbolica dello space rock. “Lucifer Sam”, dedicata al gatto di Syd, è un’altra creatura psichedelica energica, dove la chitarra elettrica di Syd passa attraverso uno speciale effetto eco ed è costruita su un riff centrale ingegnoso, mentre Roger Waters al basso mostra qualche giro interessante. L’atmosfera psichedelica è rafforzata dall’organo ramificato di Rick e dai tanti effetti sulla batteria di Nick. “Matilda Mother” è un altro brano ispirato alla fantasia infantile e pervaso da suoni psichedelici. Ha un cambio interessante sulla voce principale, dove stavolta il protagonista è Rick, mentre Syd si aggiunge solo sull’ultima strofa. Nell’intro ci sono anche delle consonanze allora insolite tra basso e organo e un assolo d’organo di Wright che per l’epoca suonava di sicuro rivoluzionario.

Anche “Flaming” è in fondo una semplice storiella per bambini, pervasa da un tono ottimista e festaiolo. “Pow R. Toc H.” è un trip psichedelico completo, pieno di strani suoni “da giungla” sull’accompagnamento di un pianoforte leggero. Il titolo del pezzo stavolta non ha nessun senso. Uno dei brani più sconnessi del disco, che sarebbe totalmente caotico se alla fine il pianoforte di Wright non lo “riportasse sulla Terra”. “Take Up Thy Stethoscope And Walk” è il debutto di Roger come autore della musica, e per la prima volta anche alla voce principale, annunciando così il ruolo che avrà in futuro, quando prenderà piano piano in mano le redini della band. La pervadono soprattutto i suoni frenetici della chitarra di Syd e rumori oscuri. Il testo di Roger, piuttosto morboso e ispirato a un versetto della Bibbia, è in forte contrasto con gli altri testi dell’album, creati da Syd, e rispecchia già il suo stile lirico futuro. “Interstellar Overdrive”, una delle prime improvvisazioni strumentali psichedeliche in assoluto, è, insieme ad “Astronomy Domine”, un altro dei punti più alti dell’album e uno dei pezzi più importanti del loro periodo iniziale. Questo strumentale spaziale intriso di improvvisazioni, che nei concerti di allora amavano allungare anche oltre i 20 minuti, è secondo me il lavoro più innovativo dell’album e l’ouverture alle loro composizioni lunghe e complesse dei dischi successivi. Domina le forme libere d’avanguardia, piene di improvvisazioni dilatate, che nell’intro e nel finale sono legate da un riff di chitarra interessante e sconnesso.

“The Gnome” è un pezzettino divertente e malizioso per chitarra acustica e voci, che racconta la storia di un gnomo di nome Grimble Gromble, molto probabilmente ispirata allo Hobbit di Tolkien. Con la sua santa semplicità, l’ingenuità infantile e lo spirito scherzoso è molto probabilmente anche una dimostrazione delle visioni dell’autore, a cui durante i trip di LSD apparivano incontri con gnomi e fate. “Chapter 24” è un altro distacco psichedelico di Syd, con un’atmosfera solenne, ispirato a un passo del libro cinese “The Book Of Changes”. Il brano è pieno di suoni inarticolati, della voce sognante di Syd e degli organi da chiesa di Rick. “The Scarecrow”, uscito originariamente sul lato B del singolo “See Emily Play”, ha un’atmosfera pastorale (soprattutto grazie alle percussioni) che crea l’immagine di uno spaventapasseri in mezzo al campo. Quest’ultimo è la metafora esistenzialista di Syd per la sua vita che, quando è triste, è “come uno spaventapasseri in balìa del destino”. Metafore di questo tipo diventeranno poi parte integrante della maggior parte dei loro testi. L’album si chiude con la birichina e infantile “Bike”, l’unica canzone “d’amore” del disco, dedicata alla cotta di Syd di allora. Nel testo, oltre alla sua ragazza in bicicletta, compaiono altri personaggi allucinati: tra loro un mantello, un topo senzatetto di nome Gerald e una compagnia di omini di pan di zenzero. Dopo la strofa finale arriva una lunga sezione strumentale sconnessa, che potrei definire anche musique concrète nello stile di un Frank Zappa. È un collage sonoro fatto di oscillatori, gong, campanelli, violino e qualche altro suono. Il tutto si chiude con una risata maniacale, registrata in fretta e furia.

“The Piper At The Gates Of Dawn” è un’ottima dimostrazione della loro prima sperimentazione psichedelica, che riesce ad abbracciare diversi stati della coscienza umana sotto i quali si nasconde sempre un tono minaccioso di collasso mentale e follia; cioè un tema a cui torneranno sempre e di nuovo lungo tutta la carriera. Come sappiamo, fu l’unico vero album di Syd con la band (sul secondo disco la sua partecipazione è solo di facciata), e dopo la sua morte ha solo accresciuto il mistero che lo circondava fin dalla fama dei primi tempi. Anche se in seguito creeranno dischi molto più avanzati e raffinati dal punto di vista sonoro, cambiando completamente il proprio suono, “Piper” è un album unico e un capolavoro assoluto del rock psichedelico, non facile da capire per tutti noi che non abbiamo vissuto in quegli anni ’60 conditi di eccessi. Nonostante tutta la sua ingenuità e i suoi difetti, il “pazzo pifferaio” ha annunciato l’alba di una nuova epoca musicale, in cui anche il rock è diventato una delle forme d’arte musicale, e ha posato la prima pietra dello sviluppo di uno dei gruppi più innovativi nella storia del rock progressivo.

Autore: Peter “Dr. ProgRock” Podbrežnik


Tracklist:
1. Astronomy Domine (4:12)
2. Lucifer Sam (3:07)
3. Matilda Mother (3:08)
4. Flaming (2:46)
5. Pow R. Toc H. (4:26)
6. Take Up Thy Stethoscope And Walk (3:05)
7. Interstellar Overdrive (9:41)
8. The Gnome (2:13)
9. Chapter 24 (3:42)
10. Scarecrow (2:11)
11. Bike (3:21)

Formazione:
Syd Barrett – chitarra, voce
Roger Waters – basso, voce
Richard Wright – organo, pianoforte
Nick Mason – batteria

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