David Bowie: The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars

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Etichetta: RCA
Data di uscita: 16. 6. 1972
Produzione: Ken Scott & David Bowie
Durata dell’album: 38.29 min
Genere: Glam Rock / Hard Rock
Voto: 10/10


Nel 1972 il singolo «Starman» è piombato sulla scena musicale come un fulmine a ciel sereno: da un giorno all’altro è diventato un successone, ha aperto ufficialmente l’era del glam rock e ha annunciato l’arrivo di Ziggy Stardust, alieno androgino e bisessuale, di professione rockstar in ascesa con una missione tutta speciale sul pianeta Terra. Tra tutti gli alter ego del leggendario artista britannico David Bowie, che insieme alla sua band di accompagnamento, gli Spiders From Mars (oltre a lui, il chitarrista Mick Ronson, il bassista Trevor Bolder e il batterista Mick ‘Woody’ Woodmansey), è entrato definitivamente nella ‘serie A’ delle più grandi star della musica del XX e XXI secolo, proprio Ziggy Stardust è stato il più amato, anche se è esistito per meno di due anni. La ‘Ziggy-mania’, o ‘Bowie-mania’, nel 1972  ha mandato fuori di testa i giovani dell’epoca come pochissimi altri fenomeni musicali paragonabili e ha pure influenzato certe tendenze culturali.

Prima del suo quinto album in studio, il capolavoro concettuale «The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders From Mars», Bowie era un nome in rapidissima ascesa che, nonostante tanti ottimi traguardi musicali, non aveva ancora raggiunto lo status di star. Lo splendido album precedente, «Hunky Dory» (1971), aveva fatto capire che all’orizzonte c’era qualcosa di davvero grandioso, pronto a spazzare via la scena musicale di allora, ma nessuno si  aspettava che con Ziggy Bowie sarebbe diventato un fenomeno globale e che un’intera generazione di adolescenti avrebbe imitato il suo nuovo personaggio, capace di scioccare i sedicenti paladini della morale pubblica con l’aspetto androgino, le allusioni bisessuali, i messaggi controversi e il taglio glam rock rosso fuoco, che avrebbe influenzato anche la successiva scena punk. A mettere il carico ci pensò poi la dichiarazione di Bowie sul suo orientamento sessuale, per quei tempi parecchio scottante, che più avanti si rivelò una provocazione voluta.

Dal punto di vista musicale, con Ziggy Bowie completò la sua mutazione in star del glam rock, mentre la sua versione del genere conteneva anche parecchi elementi art rock e hard rock dei dischi precedenti. Qui ebbe un ruolo fondamentale soprattutto il maestro della chitarra Ronson, che oltre ai suoi riff inconfondibili ebbe una parte importante anche nella scrittura degli arrangiamenti, mentre per l’ottima produzione David si affidò ancora una volta a Ken Scott.

«Ziggy Stardust» conteneva un numero davvero invidiabile di brani entrati tra i sempreverdi più amati di Bowie, tenuti insieme da un concept solo in apparenza semplice, in realtà piuttosto complesso e di critica sociale: la rapida ascesa e caduta di una rockstar glamour venuta da un altro pianeta, arrivata tra i terrestri per trasmettere attraverso la musica le sue convinzioni filosofiche su amore e pace. La missione di Ziggy, dopo una rapida ascesa sulle ali di una gioventù rivoluzionaria, fallì e lo portò a una fine tragica per mano proprio di chi lo adorava di più. L’ispirazione per Ziggy (soprattutto per il nome) Bowie l’avrebbe presa in parte dal cantante britannico Vince Taylor e dal frontman degli The Stooges, Iggy Pop, con cui in seguito collaborò più volte. Allo stesso tempo Ziggy era un personaggio semi-autobiografico, con una differenza importante: David, al contrario di Ziggy, che alla fine viene fatto a pezzi dai suoi stessi fan e così compie un ‘suicidio rock’n’roll’, riuscì a tirarsi fuori felicemente dalla vita decadente della neo-rockstar, anche se la situazione (soprattutto a metà anni Settanta) era già piuttosto critica.

«Five Years», trascinata da un tempo lento e ancora oggi una delle migliori aperture di sempre per un album rock (di culto), è il racconto dei cinque anni che mancano alla distruzione definitiva del pianeta Terra, con una gioventù in vena di rivoluzione che, al contrario dei ‘vecchi’ apatici, aspetta l’arrivo del suo messia, l’unico in grado di evitare il cataclisma. Lo riconoscono nell’androgino musicista spaziale Ziggy, che dall’oggi al domani diventa il loro idolo. Il ritmo cresce grazie a drammatici arrangiamenti di pianoforte e alla voce camaleontica e intensissima di David, che raggiunge il culmine in un ritornello dal sapore ribelle. «Soul Love» è un glam rocker di gran gusto, con leggere tendenze soul grazie alle armonie vocali ammalianti e agli scherzosi passaggi di sassofono, mentre il riff di chitarra incisivo fa risaltare ancora meglio l’atmosfera tra il fatalista e il glamour.

«Moonage Daydream», che ha un messaggio surreale simile a quello di «Life On Mars?», è diventata presto un grande successo e una delle canzoni più amate di Bowie del periodo glam rock. Il riff portante, insieme a un raffinato arrangiamento di pianoforte, presenta la rockstar spaziale Ziggy, arrivato sulla Terra pieno di sicurezza, spirito ribelle e voglia di spettacolo, che trasmette in modo piuttosto sfacciato e con le sue azioni fa letteralmente impazzire i giovani, convinti che riuscirà in qualche modo a fermare il cataclisma in arrivo. Lo straordinario ritornello a più voci approfondisce l’atmosfera eterea, misteriosa e al tempo stesso futuristica che avvolge tutto il pezzo.

Grande appassionato di fantascienza, delle opere di Nietzsche e del glamour, Bowie si rivela in tutto il suo splendore nel mega hit «Starman», incarnazione di Ziggy che si è subito guadagnata un posto tra i classici immortali della carriera di David. Contiene inoltre uno dei ritornelli più positivi che abbia mai scritto. In un’intervista Bowie ha spiegato che, contrariamente a quanto si pensa, Starman e Ziggy non sono lo stesso personaggio: Ziggy, che in questo caso non è un extraterrestre, è una specie di tramite tra l’alieno Starman e i giovani terrestri. «It Ain’t Easy», cover del musicista americano Ron Davies, dove Ziggy comincia già ad abbandonarsi alla decadenza tipica della rockstar (sesso, droga e rock’n’roll), ha un ritornello a più voci semplice ma efficacissimo e un riff di chitarra dal sapore blues.

«Lady Stardust», confessione romantico-epica adagiata su uno splendido arrangiamento di pianoforte, mostra indirettamente il punto debole di Ziggy, quello che accelera il suo tramonto e il suo addio, cioè la donna fatale, ed è insieme il racconto nostalgico di un tempo in cui la band della star era ancora compatta, come se David sapesse già che il suo sodalizio con gli Spiders From Mars sarebbe durato poco. Si dice inoltre che il pezzo sia dedicato al collega glam rocker di Bowie Marc Bolan. In «Star», dal ritmo più sostenuto, David sceglie di proposito un approccio vocale piuttosto arrogante, quasi irriconoscibile e a tratti persino presuntuoso, perché a questo punto Ziggy diventa egoista e si ribella a qualsiasi idea che qualcun altro possa fargli ombra come più grande rockstar del suo tempo. L’ego di Ziggy non si calma nemmeno nella danzereccia «Hang On to Yourself», un incrocio interessante tra glam rock e proto-punk, con una bella influenza sulla scena punk successiva.

La title track, dove si mescolano glam rock e hard rock, è un altro classico indimenticabile, caratterizzato dopo il passaggio principale dal riff di chitarra inconfondibile di Ronson, da cui parte, con grande furbizia, il nostalgico motivo centrale. «Suffragette City» ha un battito rock’n’roll alla Little Richard ‘postapocalittico’, merito del riff di pianoforte portante. Pare che Bowie avesse offerto questo pezzo ai Mott the Hopple, che rifiutarono, anche se poi registrarono comunque «All the Young Dudes» di David. La drammatica storia di Ziggy si chiude con la malinconica «Rock’n’Roll Suicide», quando il salvatore mancato viene fatto a pezzi sul palco dai suoi stessi seguaci, che in mezzo al delirio si accorgono che non è il messia che li salverà dall’imminente cataclisma. Qui Bowie ha unito con estrema astuzia elementi di chanson e avanguardia, creando un finale magnifico per tutto il concept.

Il classico concettuale «The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders From Mars» non è stato solo il disco che ha definito l’era del glam rock, ma anche l’opera chiave della carriera di Bowie, quella che ne ha fatto un fenomeno globale di dimensioni artistiche sbalorditive. «Ziggy Stardust» è, semplicemente, uno dei migliori dischi della storia dell’umanità, che al momento dell’uscita ebbe un impatto culturale tutto suo, mentre l’intero concept era una presa in giro dell’intera industria musicale e della sua fabbrica di star istantanee che si spengono in fretta. Il sogno di una vita di David, diventare una rockstar a modo suo, si era avverato, anche se a caro prezzo, perché Bowie, come Ziggy, dovette fare i conti con tutte le conseguenze del suo status di star. L’altro problema, comparso in pieno ‘Ziggy-mania’, fu che Bowie si ritrovò così intrecciato con il suo alter ego anche fuori dal palco da rischiare seriamente la schizofrenia. Anche questo fu uno dei motivi per cui Bowie ‘mandò in pensione’ Ziggy così in fretta e già l’anno dopo lo sostituì con un altro alieno, un po’ più ‘lucido’ ed empatico, che sarebbe diventato noto con il nome di Aladdin Sane.

Autore: Peter “Dr. ProgRock” Podbrežnik

Questa recensione è dedicata alla memoria di David Bowie (1947-2016).


Tracklist:
1. Five Years (4:42)
2. Soul Love (3:34)
3. Moonage Daydream (4:40)
4. Starman (4:10)
5. It Ain’t Easy (2:58)
6. Lady Stardust (3:22)
7. Star (2:47)
8. Hang On to Yourself (2:40)
9. Ziggy Stardust (3:13)
10. Suffragette City (3:25)
11. Rock ‘n’ Roll Suicide (2:58)

Formazione:
David Bowie – voce, chitarra acustica, sassofono
Mick Ronson – chitarra elettrica, pianoforte, organo, sintetizzatore, cori, arrangiamenti per archi
Trevor Bolder – basso, tromba
Mick Woodmansey – batteria
Rick Wakeman – clavicembalo (“It Ain’t Easy”)
Dana Gillespie – cori (“It Ain’t Easy”)

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