Hunky Dory
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Bowie, David
Etichetta: RCA Records
Uscita: 1971
Durata: 41:49
Voto: 5/5
Il gioiello art rock »Hunky Dory« è forse il traguardo più importante nella carriera della leggendaria icona musicale inglese David Bowie: con questo disco ha firmato il suo primo capolavoro, ha conquistato per la prima volta un pubblico fisso e fedele e ha avuto la conferma che la sua evoluzione musicale continua stava andando nella direzione giusta. A pesare di più sull’incredibile svolta stilistica rispetto al predecessore hard rock »The Man Who Sold the World« (1970), con cui Bowie aveva già annunciato il suo futuro da grande innovatore musicale, è stato l’addio (temporaneo) del produttore/bassista Tony Visconti. Al suo posto è arrivato Ken Scott, che poi avrebbe lavorato con Bowie per tutta l’era glam rock, mentre il nuovo bassista è diventato Trevor Bolder (in seguito negli Uriah Heep e, per un breve periodo, anche nei Wishbone Ash). Con lui Bowie ha completato la sua classica band di accompagnamento, che l’anno dopo sarebbe diventata nota come Spiders From Mars e avrebbe sfornato alcuni dei più grandi successi della ricchissima carriera di David.
Su »Hunky Dory« Bowie ha piantato di colpo in asso l’hard rock che dominava »The Man Who Sold the World« e ha risvegliato il suo lato artistico, fondendo in modo raffinatissimo art rock, glam rock, pop e folk rock in un miscuglio tutto suo, che la cosa più semplice è chiamare art pop. Un bel contributo l’ha dato sicuramente il ritorno alla collaborazione con il mago delle tastiere Rick Wakeman (all’epoca ancora membro del gruppo folk prog rock Strawbs, ma già l’anno dopo passato ai prog rocker sinfonici Yes), che ha suonato la maggior parte dei lussureggianti arrangiamenti di pianoforte, mentre su »Hunky Dory« Bowie ha spinto la melodia a un livello tale che alla fine se ne è accorto anche il grande pubblico. In tre brani Bowie, che sulla copertina dell’album avrebbe imitato una foto simile di Marlene Dietrich, ha reso omaggio ad alcune delle sue influenze artistiche chiave, mentre i testi, spesso intricati, spaziano dal (auto)rinnovamento artistico al ‘superuomo’ di Nietzsche, dall’occultismo al surrealismo dalinano. Non sono pochi quelli convinti che Hunky Dory, espressione inglese per dire che uno si sente alla grande, sia stato anche il primo dei tanti alter ego di Bowie, prima ancora che sulla scena comparisse Ziggy Stardust, cosa che però la leggenda della musica non ha mai confermato.
Il pezzo più famoso di »Hunky Dory« è senza dubbio l’evergreen d’apertura »Changes«, che però ha raggiunto lo status di culto solo due anni dopo, quando Bowie era già una star del glam rock e la gente cominciava a interessarsi sempre di più ai lavori degli esordi. Questa leggendaria ode al continuo (auto)rinnovamento artistico e alle trasformazioni da camaleonte è stata l’ultima canzone che Bowie ha eseguito nel 2006, durante l’ultima apparizione live della sua carriera. Il motivo centrale è costruito attorno al passaggio di sax di David, all’arrangiamento di pianoforte di Wakeman e a un particolare giro di chitarra firmato Mick Ronson, mentre a vincere a mani basse è l’indimenticabile ritornello. »Changes« è diventata una delle canzoni più amate della carriera di Bowie, tanto che il pubblico la chiedeva a gran voce in quasi tutti i suoi concerti. Vale la pena ricordare anche una curiosità: più di trent’anni dopo Bowie ha cantato »Changes« nel popolare film d’animazione ‘Shrek 2’, avvicinando la sua musica anche a qualche generazione più giovane.
La delizia glam rock »Oh! You Pretty Things«, con un motivo di pianoforte giocoso prima che arrivi l’ipnotico ritornello, nel testo tocca uno dei temi distopici preferiti da Bowie, l’imminente arrivo del ‘superuomo’ di Nietzsche (‘homo superior’), con qualche riferimento all’occultista Aleister Crowley, e al tempo stesso annuncia la trionfale collaborazione tra alieni e giovani generazioni, che sostituiranno il ‘vecchio ordine’. »Eight Line Poem«, con la sua melodia di pianoforte, il riff di chitarra bluesy e la confessione vocale sarcastica, è uno dei pochi brani di »Hunky Dory« a non aver raggiunto lo status di culto, anche se crea un buon contrasto prima del capolavoro successivo. Il classico »Life On Mars?«, uno dei pezzi migliori della carriera di Bowie e perfetto esempio di fusione tra l’extravaganza glam rock e la perfezione art rock, con il magnifico arrangiamento di pianoforte di Wakeman, la fenomenale melodia di chitarra di Ronson e un ritornello epico, è stato ispirato dal surrealismo dalinano, da una storia d’amore infelice e dalla fascinazione dell’artista per lo spazio. »Life On Mars?« è stato un altro evergreen che ha raggiunto lo status di culto con la ripubblicazione del 1973, quando la mania per Ziggy Stardust era al suo apice.
»Kooks«, con le sue armonie vocali colorate, l’arrangiamento di pianoforte birichino e la melodia giocosa, era dedicata al figlio appena nato di Bowie, che lui e la moglie Angie avevano chiamato Zowie Bowie. Una volta diventato adulto, Zowie (per ragioni più che comprensibili) è diventato noto come Duncan Jones. Oggi è un produttore e regista cinematografico affermato. La nostalgica »Quicksand«, con un arrangiamento romantico di chitarra acustica e pianoforte e numerosi riferimenti al ‘superuomo’, al buddismo, all’occultismo e a personaggi storici noti, è la candidata numero uno al titolo di brano più trascurato dell’album. Un bellissimo motivo di chitarra si intreccia con il canto etereo di David, mentre per tutto il pezzo regna un’atmosfera misteriosa e insieme nostalgica. Il cabarettistico »Fill Your Heart«, costruito attorno a un arrangiamento di sax e posato su un ritmo da ballo, è l’unico brano dell’album la cui paternità non spetta a David, ma a Biff Rose e Paul Williams.
»Andy Warhol« era l’omaggio di Bowie all’icona della pop art americana Andy Warhol, che considerava tra le sue principali influenze artistiche. Il brano è costruito attorno alla melodia di chitarra acustica di Ronson, guidata dalla voce di Bowie. Pare che Warhol non fosse particolarmente entusiasta quando Bowie decise di suonargliela di persona, perché il testo, con abili metafore, descriveva alcune stranezze del pittore. L’artista figurativo, pieno di frustrazioni e che non ha mai ammesso pubblicamente la propria omosessualità, dopo l’ascolto avrebbe detto solo, con aria apatica, »beh, sì… va bene«, per poi svignarsela rapidamente con la scusa di avere altro da fare. Con il folk rock di »Song For Bob Dylan« David ha reso omaggio a Bob Dylan, un altro dei suoi modelli, anche se si tratta al tempo stesso di una parodia della canzone di Dylan »Song to Woody«, dedicata a Woody Guthrie. Nel testo Bowie si è anche preso gioco, con abilità e senza cattiveria, dello stile di canto così particolare di Dylan.
Lo sperimentale glam rock e al tempo stesso proto-punk »Queen Bitch« è la dedica di Bowie ai The Velvet Underground e a Lou Reed. Con quest’ultimo David ebbe un rapporto piuttosto complicato a causa del caratteraccio dell’americano, anche se la carriera solista di Reed decollò proprio grazie al ruolo di produttori di Bowie e Ronson sul disco »Transformer« (1972). L’approccio vocale di Bowie qui è già nello stile glam rock che avrebbe dominato il suo successivo lavoro in studio. La ballata folk rock »The Bewlay Brothers«, accompagnata da un messaggio che ancora oggi non è del tutto decifrato, ha un romantico arrangiamento di chitarra acustica e un canto intensissimo e sentito, che crea un’atmosfera quanto mai piacevole e nostalgica. Nell’ultimo minuto, con vocalizzi accelerati, questa si trasforma inaspettatamente in un thriller inquietante e oscuro.
Con »Hunky Dory«, una tavolozza di stili da far invidia, David Bowie ha creato un classico senza tempo ed è entrato per sempre nell’élite dei rocker più emozionanti. L’anno dopo l’album ha avuto un successo strepitoso in patria, mentre anche dall’altra parte dell’Atlantico hanno iniziato ad apprezzare sempre di più Bowie come una star musicale in rapida ascesa. Di sicuro, però, nessuno dei suoi seguaci, sempre più fedeli, era pronto alla successiva metamorfosi sonora e visiva di Bowie, perché nessuno si aspettava l’arrivo trionfale dell’alieno glam rock nei panni del più amato alter ego di Bowie, Ziggy Stardust.
Questa recensione è dedicata alla memoria di David Bowie (1947-2016).
Formazione
David Bowie – voce, chitarra, sax alto e tenore, pianoforte
Mick Ronson – chitarra, cori, mellotron, arrangiamenti
Rick Wakeman – pianoforte
Trevor Bolder – basso, tromba
Mick Woodmansey – batteria
Produzione
Ken Scott e David Bowie
Tracklist
1. Changes (3:37)
2. Oh! You Pretty Things (3:12)
3. Eight Line Poem (2:55)
4. Life on Mars? (3:53)
5. Kooks (2:53)
6. Quicksand (5:08)
7. Fill Your Heart (Biff Rose, Paul Williams) (3:07)
8. Andy Warhol (3:56)
9. Song for Bob Dylan (4:12)
10. Queen Bitch (3:18)
11. The Bewlay Brothers (5:22)