Wacken Rocks South (secondo giorno) – omaggio ai padrini del thrash metal Slayer! (2009)
Località: Rieden – Kreuth / Germania
Data: sabato, 28.08.2009
Dopo i festeggiamenti scatenati del primo giorno, tra vari dolci liquori di origine alcolica e le chiacchiere con gli affascinanti In Extremo, è finalmente arrivato il primo vero giorno di festival, con la macchina dei concerti che si è messa in moto su entrambi i palchi: quello più piccolo, al chiuso, chiamato “Wet stage”, e ovviamente quello più grande, all’aperto sul prato, che era il main stage. Voglio sottolineare il fattore Slayer. Il secondo giorno il Wacken Rocks South ha vissuto il suo apice, perché a chiudere la serata, come headliner, sono saliti sul palco i leggendari giganti del thrash metal Slayer. È stato il primo show della band quest’anno in Europa in assoluto; la seconda e ultima data europea degli Slayer di quest’anno è arrivata il giorno dopo nella città tedesca di Aurich, dove si teneva il festival Wacken Rocks Seaside.
La mattina l’abbiamo passata in modo quanto mai utile. Ci siamo fatti una scarpinata di 15 km fino alla cittadina di Burglengenfeld. Un tuffo nell’idillio medievale tipico di questi paesini germanici, con il castello che domina dalla cima della collina. Lì abbiamo mangiucchiato qualcosa, combattuto battaglie indimenticabili con le vespe e ci siamo rimessi in sesto per bene in vista dell’assalto alla sessione metal del pomeriggio e della sera!
| 9MM: 12.05-12.35 |
Prima di tutto abbiamo fatto un salto a vedere cosa succedeva sul “palco bagnato”. E c’era parecchio da vedere. Sul palco svolazzavano i sudici “taglialegna” del rock n’ roll tedesco, i 9mm! Testi interamente in tedesco! A comandare la banda è il cantante e chitarrista ritmico Rock Rotten; sul palco gli fanno compagnia il chitarrista Richie, con radici a Porto Rico, che per stazza (la formula per calcolare il volume di una sfera, per intenderci) fa parte dei veri giganti del rock, poi il bassista Maubi e il batterista Bommel, ancora minorenne. I 9mm sono stati una delle scoperte più belle del festival, perché sono stati incredibilmente convincenti. Non solo per il suono sporco e tirato, un po’ gracchiante, scritto in sostanza secondo la ricetta del rock n’ roll che non conosce complicazioni, ma solo semplici combinazioni “monosillabiche” di passeggiate sui “quadratini” del manico della chitarra (riffing a due corde in quinte), e ovviamente per la voce di Rock Rotten. Una potenza incredibile. A dirla tutta, sembrava che Rock volesse sbriciolare con la voce tutte le membrane dei monitor. Voce graffiante e penetrante. Al limite dell’urlo da dittatore dei tempi migliori di Hitler, con lo sguardo sfacciato e arrogante e smorfie volutamente grottesche. Un carisma pazzesco, che ti tira dalla sua parte in un attimo. Il suono e la stazza della band, con quel martellare di chi ha le palle piene, dritto in fronte, da pazzi. Sotto il palco un bel po’ di teste barcollanti si scontravano l’una con l’altra. Immaginatevi un mosh pit di moscerini del vino ubriachi, cioè un mosh pit al rallentatore, dove anche i più famosi hockeisti dell’NHL potrebbero prendere ispirazione per i loro body check. Insomma, una versione di rock n’ roll incredibilmente dura e sporca, dove i muscoli scoppiano senza freni! Ich will…erst Hart è stata l’occasione per Rock di fermare il concerto e chiedere alla parte maschile del pubblico: “Quanti di voi stanotte faranno sesso?” (la domanda originale suonava ovviamente molto più perversa). Segue un borbottio in risposta. Rock ripete la domanda in modo più chiaro e arriva una risposta ruggente dalla parte maschile del pubblico. Ma certo che lo faremo tutti, è logico per noi maschi, no! Poi la stessa domanda va alla parte femminile del pubblico. Ma più di una specie di gemito, da due anime femminili perse, non abbiamo sentito. Insomma, questo pezzo ha nel verso principale anche la sequenza di parole …ich werde ficken…, incastonata nel tipico rotolare di riff da taglialegna del rock n’roll. Cazzeggio puro fino alle fondamenta! Voglio spiegarvi al volo cosa sono più o meno i 9mm. Prendi i Motörhead, ci aggiungi un po’ della velocità dei Running Wild e butti sul piatto le palle grosse degli AC/DC! Credetemi, ai concerti dei 9mm sotto ogni punto di vista lampeggia sempre di brutto! Mettetevi su il pezzo Kampfschwein e vi sarà subito tutto chiaro!
| AXXIS: 12.40-13.20 |
Ci ritroviamo sotto il main stage mentre lassù già “frusciano” con impegno i nostri vecchi conoscenti Axxis, che avevamo visto esattamente un anno fa al festival motociclistico di Pola (Croazia). È curioso anche che gli Axxis abbiano annunciato l’uscita ufficiale del nuovo album in studio “Utopia” solo il giorno dopo lo show al Wacken Rocks South. Nonostante questo non l’hanno presentato dal vivo, ma hanno suonato pezzi dall’album “Doom Of Destiny” (2007), come Tales Of Glory Island, con cui hanno aperto il concerto, e più avanti, a metà show, Bloodangel. Naturalmente hanno condito l’esibizione con dei classici come Little War e Touch The Rainbow, che hanno eseguito in versione acustica. Per l’occasione Bernhard ha di nuovo invitato sul palco una ragazza, le ha messo in mano un tamburello e le ha spiegato come maneggiarlo, perché non “se la portasse via” per caso fuori dal ritmo base durante il pezzo. Un momento che ha divertito un sacco sia il pubblico sia la band sul palco. Al chitarrista Marco, nell’anno che è passato dal nostro incontro a Pola, sono spuntati dei folti capelli lunghi, mentre Bernhard Weiss resta una figura da palco tutta sua, con un approccio vocale unico che non puoi non riconoscere ogni volta che il bravo omone apre bocca. Il cantante mantiene una forma smagliante, e la band un’ottima chimica sul palco. Gli Axxis hanno chiuso il loro concerto di 40 minuti con il classico Kingdom Of Madness, che ha risvegliato i vecchi tempi gloriosi hard rock della band. Gli Axxis, infatti, già da qualche anno si sono trasformati in puri power metaller sinfonici!
| HERMAN FRANK BAND: 13.25-14.00 |
Dopo i 9mm, sul “palco bagnato” è salito l’ex chitarrista degli Accept Herman Frank con la sua band. Ha presentato con entusiasmo il suo nuovo album in studio “Loyal To None”, da cui spiccava soprattutto l’ultra-shrapnel Bastards Legion, scritta in pieno stile “bad to the bone” alla Accept. Herman è ancora un osso duro indistruttibile, con una presenza scenica rifinita e un carisma incredibile. La band ha tirato fuori un suono estremamente tirato e voluminoso, che ha riempito la sala e ha subito sottomesso tutti i fedeli della forma ossificata dell’heavy metal di scuola tedesca. Come se non bastasse, ti piazza pure il pezzo Kill The King, con una voce ottima e curata dal taglio teatrale, che tiene insieme con sicurezza il concerto, con un tempo medio e riff velenosi e civettuoli all’attacco, e la misura è colma! La formazione con Peter Pichl (basso, Nektar, Runnig Wild), Stefan Schwarzmann (ex-U.D.O., ex-Running Wild, ex-Helloween, Godiva,…) e il cantante di origine greca Jiotis Parachidis, che circonda Herman Frank, ha messo in scena una storia simile a quella che poco dopo si sarebbe ripetuta sul palco grande, quando l’hanno occupato gli U.D.O. Vincente!
| HEAVEN SHALL BURN: 15.35-16.20 |
Verso le tre e mezza del pomeriggio sul main stage sono saliti i metalcorer tedeschi Heaven Shall Burn, incoraggiati sotto il palco da un pubblico numeroso, almeno 3000 fan della band. In uno dei discorsi, il cantante ha “provocato” magistralmente il pubblico a correre un giro completo attorno alla torre dove stava il mixer, a 100 m dal palco, e questo ha sollevato vere e proprie salve di polvere in aria. Durante gli Heaven Shall Burn ci siamo goduti la vista di un “mosh pit” enorme e di un intenso “crowd surfing”. Gli addetti alla sicurezza si divertivano letteralmente sotto il palco ad acchiappare le teste fuori di testa dei fan degli Heaven Shall Burn. Insomma, è la tradizione dei concerti degli Heaven Shall Burn, che la capiscono sia gli addetti alla sicurezza sia il pubblico, ed è molto importante. L’energia di quel sano staccare la spina era immacolata. Certo, la band si veste volutamente “da straccioni”, come se prima del concerto fosse passata alla Caritas a rimediare in fretta qualche vecchio cencio, che poi è lo stile delle band moderne col suffisso “core”, ma suona benissimo e padroneggia i palchi con sicurezza. E in fin dei conti è questo che conta. La band ha attraversato un repertorio che comprendeva, tra le altre, le seguenti canzoni: Behind The Wall Of Silence, Endzeit, Voice Of The Voiceless, Counterweight, Like A Thousand Suns, Murderers Of The Murderer, The Weapon They Fear. Gli Heaven Shall Burn hanno chiuso l’intenso show con la cover di Black Tears degli Edge Of Sanitiy.
| U.D.O.: 17.05-17.50 |
Qualche mese fa il cuore di ogni heavy metaller si è infiammato alla notizia che i buoni vecchi Accept si erano riuniti ed erano pronti per un nuovo tour e un nuovo album. Ma gli Accept avranno un grosso difetto: alla voce non ci sarà l’inconfondibile Udo Dirkschneider! L’unico sostituto logico per un fan degli Accept è quindi andare a un concerto degli U.D.O., la band che Udo ha fondato quando ha lasciato gli Accept, nel lontano 1987. Ancora meglio quando gli U.D.O. suonano a un festival dove ti trovi proprio tu. La band poggia sulle fondamenta della vecchia scuola Accept: ogni pezzo punta su un riff eccellente che porta a un ritornello follemente contagioso, il tutto condito dalla voce stridula di Udo. Puntuali all’ora annunciata, Stefan Kaufmann, Igor Gianola (entrambi chitarra), Fitty Wienhold (basso) e Francesco Jovino (batteria) hanno preso posizione sul palco e attaccato con la parte introduttiva del classico Metal Heart, e la gente nelle prime file è stata travolta da un’ondata di entusiasmo. Uno dei pezzi più riconoscibili della scuola tedesca dell’heavy metal è infatti il pretesto perfetto per headbanging e braccio al cielo, a sostegno della band! E dov’era intanto zio Udo? Quando l’ouverture strumentale è finita, è arrivato zampettando da dietro le quinte e ha cominciato a cantare. Cantare? A chi lo sentiva per la prima volta, il suo canto ha senz’altro stampato un sorriso in faccia. Occhi chiusi, smorfie sul viso e una voce stridula, roca e piuttosto alta, riconoscibile a un chilometro. Insieme alla figura bassa e un po’ tozza, sembra davvero comico. Ma quante ne ha fatte per l’heavy metal questo ometto! Mentre rimuginavo su tutto quello che ho descritto a grandi linee, lo show è proseguito alla velocità della luce. Abbiamo sentito quattro classici degli Accept e quattro pezzi del periodo U.D.O.; per quest’ultimo ci hanno servito un “mix” – con la già datata They Want War (1987) e tre brani relativamente più recenti. Durante lo show tutti gli occhi sono puntati sul frontman della band, il patriarca, dotato di un carisma senza pari. Quando arrivavano le parti strumentali, Udo si spostava sul fondo del palco, lasciando le briciole anche ai chitarristi Kaufmann e Gianola, che si prendevano così qualche momento di autopromozione. La band ha fatto il suo lavoro con lode: sotto il palco ha portato al massimo il battito della vena heavy metal dei fan, le prime file erano in delirio, e credo che anche più indietro pezzi come Princess of the Dawn e Balls to the Wall abbiano fatto quello che devono fare: una bella festa di heavy metal!
| ALESTORM: 17.55-18.30 (concerto spostato al 29.08.2009, alle 2.30) |
Due parole al volo sugli ubriaconi pirati scozzesi Alestorm. I ragazzi, che avevano il concerto annunciato per poco prima delle sei del pomeriggio, sono arrivati in ritardo al festival. Così sono stati spostati alle due e mezza di notte del giorno dopo, per suonare sul palco bagnato. Mentre camminavamo dal main stage verso il campeggio, proprio quando gli Alestorm avrebbero dovuto attaccare, un bel gruppetto di teste infuriate usciva dalla sala del “Wet stage”. Una di loro ha descritto la situazione più o meno così: “Se andate al concerto degli Alestorm, sappiate che la band è invisibile, che tutto il pubblico in sala è invisibile e che gli Alestorm suonano così piano che non li sente proprio nessuno!” Così ha riassunto il fatto che il concerto era saltato. Beh, i testimoni oculari che hanno aspettato le due e mezza di notte il giorno dopo ci hanno raccontato che gli Alestorm sul palco alla fine sono arrivati. Ma ci sono arrivati in trio, senza batterista. Suonavano su base, e suonavano peggio di una band media alle prove. Stonati, con un sacco di errori mentre suonavano e sbagli nel cantare i versi. Tanto per dire se meritano tutto questo casino e il sostegno dei “fuori di testa”, che li hanno presi evidentemente per i loro soprattutto perché gli Alestorm sono perdutamente innamorati dei barili di birra Ale inglese; quanto all’espressione musicale, all’essenza autoriale e al carisma, ce n’è di meno di concreto di quanto ce ne sia di nero sotto le unghie di un Hamdija bosniaco qualunque che brandisce piccone e “špohtl”, da qualche parte in alto accanto al vecchio edificio dell’Opera di Lubiana. Alestorm? Bleah e puah!
| DORO: 18.35-19.35 |
Doro Pesch è una cantante heavy metal leggendaria. Il suo carisma, la sua positività, l’apertura, l’assenza di arie e la disponibilità possono essere un grande esempio per altri musicisti. Madame ha attraversato cose enormi nella sua carriera musicale e ha solo da insegnarci tutti quanti. In pratica l’unica e sola donna del pianeta che può vantare una carriera solista heavy metal di grande successo, Doro, l’unica legittima erede dell’eredità dei Warlock. Si è circondata di una squadra di accompagnamento fatta di “latin lover”, sguardi tristi, neo-trucco, mania dei tatuaggi e altro kitsch assortito. Tra i nomi della formazione spicca decisamente il batterista Johnny Dee, che mentre suonava ha affascinato con l’inserimento perfetto del doppio pedale della cassa, dando il contributo del leone al controllo della dinamica e della varietà dei brani, soprattutto in termini di ondeggiare dell’atmosfera! Il tipo ha fatto notare la sua qualità anche con qualche ottimo “rolling” di passaggio. Doro mantiene voce e presenza in forma strepitosa. Sul palco il suo carisma irradia un’energia incredibile. Tiene sempre il contatto visivo col pubblico, e un bel po’ di movimenti scenici li ha ereditati anche dall’eccellenza Ronnie James Dio. Doro ha costruito la scaletta in modo da suonare per lo più pezzi dei Warlock. Attacco quindi subito con Earthshaker Rock dal secondo disco dei Warlock, “Hellbound”. I primi cinque pezzi del concerto: un attacco Warlock totale! Poi è stato interessante il collegamento tra il brano Celebrate, che si è riversato all’improvviso e splendidamente in Metal Racer, nuovo classico dei Warlock dal debutto “Burning The Witches”. Fantastico. Soprattutto perché si trattava di una scaletta unica, parecchio cambiata rispetto alle altre date estive che Doro ha già fatto quest’anno. Siamo stati omaggiati anche con un tributo agli autori della bibbia dell’heavy metal, i Judas Priest, quando la band si è lanciata nella cover di Breaking The Law. L’ha aperta il chitarrista Luca Pinciotta in una maniera acustica sapientemente ricodificata, con arguzia. La band ha così suonato un giro del pezzo (pre-ritornello e ritornello), poi ha sputato fuori con una distorsione tiratissima una vera valanga magnetica, che ha messo in ginocchio tutta la folla. Il segnale che eravamo al culmine del concerto è stato l’arrivo del brano Warlock più famoso e obbligatorio, All We Are, durante il quale non c’è bisogno di sottolineare che di gran lunga la maggior quantità di flusso energetico alternato è defluita. Con i pezzi Night Of The Warlock e Celebrate Doro ci ha ricordato che là fuori c’è il fresco nuovo album “Fear No Evil” (2009). La band ha incoronato il suo show intenso e senza un errore con il brano We Are The Metalheads, che Doro ha scritto apposta per il ventesimo anniversario del festival Wacken Open Air, esprimendo così un grande rispetto all’organizzatore, che tiene il fuoco del metal bello vivo. Non c’è che dire. Dopo un’esperienza così, resta una cosa sola. La band va assolutamente vista a Zagabria, nel tour da headliner di ottobre che arriva quest’anno!
| DER W: 20.20-21.30 |
“Der W” è l’ex bassista e leader dei Böhse Onkelz Stephan Wiedner, che in età più matura si è messo alla prova nel ruolo di cantante solista! Lo accompagna una formazione con due chitarre, basso e, ovviamente, batteria. Der W è quindi anche il nome della sua band. La stessa band l’anno scorso ha pubblicato l’album di debutto “Schneller, höher, Weidner”, che ha suonato per intero al concerto del festival Wacken Rocks South. I Böhse Onkelz hanno uno status di culto in Germania e in Austria, e Stephan non ha dovuto sbattersi chissà quanto sul palco perché il pubblico non gli mangiasse in mano. In realtà si vede che Stephan ha passato la maggior parte della carriera a fare il bassista, e per il ruolo di cantante rifinito gli mancano ancora parecchie porzioni di polenta. Primo: una messinscena sciapa, con movimenti monotoni a destra e a sinistra del palco; secondo: troppo poca attenzione a un aspetto scenico più imponente. Nonostante una versione di rock che non cade lontano dall’eredità della band madre di Stephan, cioè semplice stringere di accordi, frasi semplici, con un po’ più di enfasi sulla costruzione di una fitta tenda di riff sullo sfondo, ma senza esagerare! Voce piuttosto ordinaria, punkeggiante, ma con approccio sentito e sicuro. In alcuni passaggi i ragazzi hanno dimostrato che non sanno fare solo il monotono pestare, ma che sono ottimi musicisti, capaci di tirar fuori anche compiti più impegnativi quando serve. Questo comprende momenti più interessanti, evocati da alcuni assoli (peraltro rari) dei due chitarristi e da inserti batteristici più complessi nei passaggi. Per il resto, la sensazione di superficie che anima l’approccio di Stephan è una specie di “autocommiserazione” e di pianto emotivo per i bei tempi andati, ma non c’è niente da fare. La popolarità è popolarità. Al pubblico tedesco il tutto piace da matti, così i Der W hanno radunato sotto il palco, fino a quel momento, il pubblico di gran lunga più numeroso. E credetemi. Non l’hanno tradito. Nemmeno con la cover di Gewinnen kann jeder, della band Nordend Antistars, in cui Stephan ha militato anche lui un tempo. Per l’osservatore esterno, però, il concerto dei Der W è qualcosa che purtroppo non lascia una particolare sensazione di appagamento.
| VOLBEAT: 22.15-23.20 |
Ogni band, ma proprio ogni band, alla nascita si tormenta con la stessa domanda: come conquistare nel modo più rapido i fan e, con loro, la gloria. La risposta l’hanno trovata, a quanto pare, i danesi Volbeat, che in tempi relativamente brevi (hanno iniziato a suonare nel 2001) sono diventati famosi a tutti e quindi uno dei nomi di punta di enormi festival, dei quali quest’estate per i danesi non ce ne sono stati certo pochi. Uno di questi festival è stato anche il Wacken Rocks, dove l’organizzatore li ha considerati addirittura la seconda corda dell’evento, dopo gli Slayer. Ognuno pensi quel che vuole davanti a questo fatto e guardando le altre band; io, per parte mia, con l’organizzatore non sono proprio d’accordo.
In un diluvio di band più recenti, vestite tutte degli stessi colori, in cui è difficile trovare una qualche caratteristica riconoscibile che le renda uniche, i Volbeat sono una stella luminosa che spicca dalla grigia mediocrità. Ai presenti hanno presentato il loro suono unico, a cui si abbina lo stile del frontman Michael Poulsen: una specie di miscela di rockabilly e heavy metal. L’orizzonte musicale dei membri dei Volbeat è molto ampio, così nella loro musica, oltre ai due generi citati, si sentono influenze punk – hanno suonato la cover di Angelfuck dei Misfits – e country – uno dei pezzi l’hanno dedicato all’eterna leggenda Johnny Cash. Il quadro sonoro variopinto è piaciuto al pubblico: nell’area si notava il maggior numero di capelloni fino a quel momento. Accanto a Poulsen, che attira gli sguardi con il suo aspetto interessante (camicetta bianca e pettinatura rockabilly), sul palco è molto in vista anche l’ultimo arrivato, il chitarrista Thomas Bredahl, perché irradia un sacco di energia e sul palco non sta mai fermo. Nel programma di una buona oretta hanno infilato brani da tutti e tre gli album in studio finora usciti, con l’accento sul sempre attuale Guitar Gangsters & Cadillac Blood, uscito l’anno scorso. La title track dell’ultimo album, Still Counting, o per esempio We, suonata per ultima, sono dei pezzi da novanta che catturano splendidamente il vero spirito Volbeat, cosa che ha sentito anche la gente, che ha ballicchiato insieme ai danesi finché lo show di una buona ora non è finito…
| SLAYER: 00.10-1.25 |
A tarda sera, anzi già di notte, è finalmente arrivato il momento delle stelle della serata e dell’intero festival: gli headliner della prima edizione del Wacken Rocks South erano i portabandiera della scena americana del “Bay Area thrash”, i grandi Slayer. Nel calendario degli Slayer per il 2009 si notano solo due date europee: quella sera era la prima, e già il giorno dopo hanno scosso i colli dei loro fan nel nord della Germania, e basta così. Rockline si è quindi trovata a uno solo dei due concerti degli Slayer nel giro di parecchi chilometri, sia nel tempo sia nello spazio. Tom Araya, Jeff Hanneman, Kerry King e Dave Lombardo sono la formazione che nel 1981 ha cominciato timidamente a scrivere la sua storia, a fine anni Ottanta ha sfornato qualche disco di culto, che sono e saranno sempre degli “evergreen” del metal, e che ogni band thrash metal suona agli inizi. Dopo l’autodistruzione dei Metallica dal trono dei re del thrash, oggi gli Slayer, con uscite ancora molto solide, sono la forza trainante del genere, e come hanno dimostrato, il primato di re del thrash può togliergli solo il (già annunciato) ritiro.
Darkness of Christ, il tema introduttivo dell’album “God Hates Us All” (2001), è fin dall’uscita del disco il “tape intro” dei concerti degli Slayer. Il palco si è avvolto nella nebbia, nell’aria si è fiutata un’atmosfera morbosa, catturata benissimo nell’intro, e dopo un minuto e mezzo di attesa e di cuore in gola è successo! Il trio di chitarre si fionda sul palco e parte col logico seguito: Disciple, un altro pezzo dal già citato album. Già il primo riff pesante ha fatto saltare in aria la folla radunata, la più grande dell’intero festival, e dietro le prime file è iniziata la lotta per la sopravvivenza, detta anche moshpit. Che esperienza indimenticabile vedere sul palco il duo di chitarre King & Hanneman! La leggendaria “coppia di gemelli”, che suona insieme da quasi 30 anni, ha dato ai presenti una bella lezione di affiatamento e infallibilità, il che, vista la costante attività dal vivo, è un fenomeno del tutto logico. L’aspetto terrificante di Kerry King e il suo atteggiamento gelido verso il pubblico, di cui se ne frega e a cui durante il concerto non concede nemmeno uno sguardo, sono le due caratteristiche che in Kerry spiccano di più. Nonostante il suo look grottescamente spaventoso, si è notato subito che negli assoli resta insicuro, perfino buffo. Con Jeff Hanneman ho la sensazione che, nonostante il suo ruolo importante nella band, sul palco si goda lo stare all’ombra, in secondo piano, perché con la sua personalità King lo oscura spesso del tutto. La vista di Dave Lombardo era nascosta da un enorme set di batteria, quindi seguire quello che succedeva dietro i tamburi era un po’ complicato, ma Dave non si è fatto distrarre. Ha dimostrato ancora una volta di che pasta è fatto! Al già un po’ grigio Tom Araya, che oltre a suonare il basso si guadagna il pane come cantante, gli anni corrono inarrestabili, e si vede nella fatica sempre maggiore nei compiti vocali: la prova più evidente è Angel of Death, in cui l’urlo acuto iniziale non lo fa proprio, ma lo lascia al pubblico con un sorriso sulle labbra. Per la maggior parte del tempo Araya sta su una tessitura vocale media, che non gli dà alcun problema, mentre negli (scarsi) urli acuti adatta la voce all’età: la abbassa di un gradino o due. Per il resto è un frontman eccezionale! Tiene il pubblico sempre in scacco, la sua prestazione è convincente, il pubblico agogna le sue parole sputate fuori, ed è in generale l’unico del quartetto che comunica col pubblico (in qualsiasi forma). Gli altri tre non si fanno distrarre. Nemmeno per sogno.
La scaletta è stata estremamente prevedibile: non ci hanno servito nemmeno una caramellina. Come previsto hanno ignorato del tutto gli album di metà anni Novanta, mentre hanno suonato, tra l’altro, il nuovo singolo Psychopathy Red, che sarà sul prossimo album “World Painted Blood”, in uscita in autunno. Fino a quel pezzo King ha avuto enormi problemi tecnici: il collegamento tra chitarra e impianto faceva i capricci, e i tecnici alla fine sono riusciti a risolverlo. L’apice del concerto – soprattutto per chi vedeva gli Slayer per la prima volta – sono stati gli ultimi pezzi, i cui riff fanno rizzare ogni singolo pelo sul corpo e che saranno sempre scritti a lettere d’oro in tutti i manuali del metal. Show prevedibile dei vecchi felini: è filato liscio e come da copione. Visto che dagli Slayer ci si aspetta sempre il massimo, è stato una chiusura di serata a dir poco eccezionale. Abbiamo visto un controllo totale del palco, un carisma irradiato da tutti e quattro e, per finire, abbiamo visto qualcosa di quanto più grande il thrash metal abbia mai fatto calpestare a madre terra!
| testo: Urban Bolta (U.D.O., Volbeat, Slayer) |
| testo: Aleš Podbrežnik (introduzione, Axxis, 9mm, Herman Frank Band, Heaven Shall Burn, Alestorm, Doro, Der W) |
| foto: Aleš Podbrežnik |























































