Devin Townsend: Lightwork

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Etichetta: Insideout Music
Data di uscita: 28. 10. 2022
Produzione: Devin Townsend
Durata dell’album: 103.50 min (versione ‘de-luxe’ (2CD))
Genere: Progressive Metal / Progressive Rock
Voto: 10/10


«Lightwork» è l’ultimo capolavoro in studio firmato dal bizzarro genio musicale canadese Devin Townsend. È il successore stilistico di «Empath» (2019 – la recensione di RockLine), il che vuol dire che Devin, dopo l’esperimento «The Puzzle» e il gemello ambient/new age «Snuggles», usciti insieme alla fine del 2021, è tornato a brani arrangiati in modo più tradizionale. Devin, che la maggior parte dei suoi album li ha prodotti da solo, per «Lightwork» si è cercato un aiuto in produzione nel vecchio amico Garth ‘GGG’ Richardson, e la collaborazione a due ha dato frutti ricchissimi.

«Lightwork» sotto molti aspetti prosegue sulla strada di «Empath», con una differenza importante: gli arrangiamenti della maggior parte dei pezzi sono diventati ancora più melodici e fluidi di quanto fosse tipico per i lavori passati di Devin. Quasi tutto il disco è segnato da una costruzione armonica e spesso epica di imponenti muri sonori, che negli ultimi anni è diventata quasi uno dei tratti fondanti della carriera solista di Devin e il motivo principale per cui si è guadagnato ogni tanto paragoni lusinghieri, ma meritati, con il leggendario Frank Zappa. Più di un fan del progressive rock è convinto che Devin e Frank, se l’innovatore musicale americano fosse ancora vivo, un giorno avrebbero unito le forze per almeno un progetto insieme.

Il collegamento con Zappa viene da sé se si pensa che su «Lightwork» Devin collabora con i vecchi compagni di merende Steve Vai, Mike Keneally e Morgan Agren, tutti quanti passati, nei primi anni delle loro ricche carriere, dall’icona musicale americana. Con il maestro della batteria Agren, Devin aveva suonato l’ultima volta su «Empath» e nel progetto Casaulties of Cool. In quest’ultimo c’era anche l’ottima cantante Che Aimee Durval, che su «Lightwork» ha rinnovato con successo la collaborazione con il signor Townsend. Tra gli ospiti di «Lightwork», gli amanti del prog riconosceranno anche la ormai quasi ‘fissa’ amica vocale di Devin, Anneke Van Giersbergen, e il bassista Nathan Navarro, da poco diventato collaboratore dei progster di culto Porcupine Tree.

Le armonie vocali possenti e spesso epiche, in cui in alcuni punti ha dato una mano anche un coro femminile, in gran parte dei brani di «Lightwork» sono un vero balsamo per l’anima, mentre la parte del leone la fa un’atmosfera piacevole e a tratti nostalgica. Si sente già nell’opener «Moonpeople», intrisa di un’ambientazione decisamente malinconica e nostalgica, con un supporto ritmico eclettico che, grazie ai campioni elettronici, sostiene sontuosi muri sonori e fantastiche armonie vocali. Per quel pizzico di metal ci pensano passaggi di chitarra affilati al punto giusto, che qui in produzione sono spinti un po’ sullo sfondo. Devin ancora una volta, a ogni passo, mette in mostra il suo sbalorditivo eclettismo vocale, che va dal canto da operetta, a quel gorgheggiare quasi in falsetto, fino allo strillo furioso. Pare che questa ‘bipolarità’ vocale con gli anni diventi sempre più fluida e che il signor Townsend abbia imparato benissimo a passare con armonia da approcci vocali classici a quelli estremi.

«Lightworker» è un’altra creazione magnifica, con un’intro eterea che poi lascia spazio ad arrangiamenti epici e ramificati, tenuti insieme con zelo dal camaleontismo vocale di Devin. Ancora meglio «Equinox», che stilisticamente non è nemmeno così lontana dallo space rock, mentre al suo interno si possono cogliere anche elementi di new age, prog metal e new wave. Le armonie vocali eteree e i muri sonori armonicamente fluidi a tratti ricordano un incontro ravvicinato tra un astronauta e un maestro zen. Anche il fenomenale «Call of the Void», in cui impressiona in particolare il ritornello epico, rientra tra le composizioni dichiaratamente melodiche, anche se l’influsso della new wave e dell’art rock anni Ottanta sulla sua struttura è tutt’altro che trascurabile. Ascoltando «Lightwork» viene spesso da pensare che il gusto musicale di Devin sia diventato ancora più eclettico che in passato, e si sente anche nella composizione della maggior parte dei nuovi pezzi.

«Heartbraker» è tra le cose più complesse del disco: un sacco di cambi di tempo, atmosfera che cambia quasi di continuo e armonie vocali drammatiche firmate a quattro mani da Devin e dal coro femminile. La parte finale, sorprendentemente melodica, è tra i momenti migliori di «Lightwork». Gli amanti delle imprese extreme metal di Devin resteranno di sicuro parecchio a bocca asciutta, perché tra i rari momenti brutali del disco si potrebbe, con qualche riserva, contare solo «Dimensions». Qui Devin per un attimo si trasforma vocalmente nel signor Hyde, mentre in primo piano nella produzione arrivano chitarre estremamente distorte e stampede di batteria senza compromessi. Il suo passato musicale e le sue radici, nonostante negli ultimi anni sia salito ‘a un livello superiore’, non li ha sepolti del tutto.

Sull’etereo «Celestial Signs», uno dei vertici di «Lightwork», Devin con arrangiamenti orchestrali a più strati ed epiche armonie vocali torna alla ‘nirvana’ progrock, che farà felici tutti gli amanti delle ricche sfumature ambient. In «Heavy Burden», che forse approverebbe perfino Mike Oldfield, anche se non c’è nemmeno un briciolo di melos celtico, in primo piano vocale c’è l’impressionante squadra femminile di Devin, che svolge benissimo la sua missione, mentre Devin aggiunge di sfuggita ai singoli arrangiamenti anche qualche improvvisazione interessante.

La ballata acustica «Vacation», che ha tutte le carte in regola per entrare tra i nuovi favoriti dal vivo, è tra le cose più tranquille dell’intera carriera del signor Townsend. La delizia eterea «Children of God» a tratti suona come la rivelazione musicale di una persona salita a un livello superiore di coscienza, con tanti arrangiamenti speziati di melodia e armonie vocali ‘angeliche’ che, nonostante la natura complessa di questa magnifica composizione, restano sempre in primo piano. Gli ultimi quattro minuti di soundscape melodiosi, con gabbiani e onde del mare, li approverebbe probabilmente anche Robert Fripp.

Gli adoratori dell’extreme metal e dell’era Strapping Young Lad di Devin, e anche gli altri amanti dei suoni più duri, ci guadagneranno un po’ di più se si procureranno la versione da collezione di «Lightwork», che contiene un disco extra. Si chiama «Nightwork» e comprende versioni demo di alcuni brani di «Lightwork» più materiale inedito dal recente periodo creativo di Devin. Già «Starchasm Pt. 2», il primo pezzo di «Nightwork», contiene una bella dose di elementi prog metal ed extreme metal. È una versione alternativa del brano uscito originariamente nel progetto «The Puzzle».

Anche «Stampys Blaster», meno di un minuto di durata, è nato nel periodo della quarantena. Il brutale «Factions» consolerà a sua volta gli amanti degli elementi extreme metal nella musica di Devin, dimostrando loro che l’imprevedibile innovatore sonoro canadese, che a ogni passo prova di essere ancora anche un chitarrista eccezionale, non si vergogna di alcune delle ombre più sporche e crude del suo passato.

Lo «Yogi» a impronta acustica già col titolo fa capire che si tratta di una creazione più eterea e leggera, in cui a colpire di più è l’eclettico talento vocale di Devin. L’esperimento space rock-psichedelico «Precious Sardine», un’altra creatura da quarantena, dimostra invece che Devin non ha perso il senso dell’umorismo banale. Il suo lato spirituale torna a brillare in «Hope Is in the World», mentre «Chidlren of Dog», versione alternativa del brano «Children of God», viene fuori quasi bella quanto la versione definitiva. Nel pezzo funebre intriso di elementi new age «Sober», nel testo Devin ricorda come, più di quindici anni fa, poco dopo la nascita del figlio, abbia smesso di bere e di fumare sostanze inebrianti e scelto uno stile di vita sano. «Boogus» è un esperimento del tutto insolito, che contiene perfino elementi di musica da cabaret, mentre «Carry Me Home» è una simpatica ballata acustica.

I testi di «Lightwork» sono per molti versi il riflesso delle sensazioni di Devin alla fine della faticosa quarantena legata alla pandemia di covid e di certi, collegati a essa, esperimenti sociali bizzarri e pericolosi. Allo stesso tempo i messaggi dei singoli brani riflettono il vissuto del mondo attraverso gli occhi di un uomo maturo che di recente ‘ha incontrato Abramo’ e che negli ultimi anni è cresciuto fino a diventare uno degli artisti più stimati della scena progressive rock e prog metal.

L’imprevedibile dottore musicale canadese con «Lightwork» ha creato un nuovo capolavoro in studio, in cui come musicista, compositore e arrangiatore ha raggiunto un nuovo livello di maturità. Non si esagera affatto a definire «Lightwork», il ventunesimo lavoro in studio di Devin (compresi i progetti collaterali come Casaulties of Cool), un altro passo avanti nell’evoluzione rispetto all’ottimo «Empath». È semplicemente incredibile che un musicista con un opus così vasto, che incide un nuovo album in studio (o due) quasi ogni anno, riesca ancora a creare un disco così stratificato e profondo, che è un piacere ascoltare dall’inizio alla fine e in cui a ogni nuovo ascolto scopri qualcosa di nuovo. Di sicuro «Lightwork» non lo dimenticheremo, quando ci ricorderemo dei migliori album del 2022.

Autore: Peter “Dr. ProgRock” Podbrežnik

Tracklist:
CD1 – Lightwork (55:59)
1. Moonpeople (4:44)
2. Lightworker (5:29)
3. Equinox (4:39)
4. Call of the Void (5:53)
5. Heartbreaker (7:00)
6. Dimensions (5:23)
7. Celestial Signals (5:12)
8. Heavy Burden (4:23)
9. Vacation (3:10)
10. Children of God (10:06)

CD2 – Nightwork (Ltd. Deluxe Artbook) (47:51)
1. Starchasm, Pt. 2 (4:34)
2. Stampys Blaster (0:38)
3. Factions (5:13)
4. Yogi (3:57)
5. Precious Sardine (10:14)
6. Hope Is in the World (4:16)
7. Children of Dog (6:45)
8. Sober (4:37)
9. Boogus (3:33)
10. Carry Me Home (4:04)

Formazione:
Devin Townsend – voce, chitarra, basso, sintetizzatore, programmazione, orchestrazioni

Musicisti ospiti:
Anneke Van Giersbergen – voce di accompagnamento
Ché Aimee Dorval – voce di accompagnamento
Morgan Agren – batteria, percussioni, voce di accompagnamento
Mike Keneally – chitarra
Steve Vai – chitarra
Darby Todd – batteria
Federico Paulovich – batteria
Diego Tejeida – tastiere
Nathan Navarro – basso
Jonas Hellborg – basso
Elektra Women’s Choir – coro


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