Devin Townsend: Empath
Data di uscita: 29.03.2019
Etichetta: Inside Out Music/HevyDevy
Produzione: Devin Townsend
Durata: 74:08
Genere: progressive metal/progressive rock
Voto: 9.5/10
Il poliedrico maestro canadese Devin Townsend, un tizio che sembra arrivare da ‘un altro pianeta musicale’, con «Empath» ha messo a segno il suo primo album da solista dopo «Dark Matters», che faceva parte del doppio album «Z²» (2014) ed era uscito sotto la sigla Devin Townsend Project. Stavolta Devin ha unito le forze con tre musicisti di primissimo livello che ai loro tempi si sono guadagnati la pagnotta con il leggendario Frank Zappa, uno dei pionieri del cosiddetto muro del suono, che lo strambo sperimentatore canadese negli ultimi anni ha portato alla perfezione. Nella parte finale della suite epica «Singularity», il momento più avventuroso dell’intero album, a dargli una mano con le sue acrobazie chitarristiche è stato il vecchio compare Steve Vai, virtuoso della chitarra americano, mentre su alcuni pezzi si è seduto dietro i tamburi lo svedese Morgan Agren, fenomeno della batteria che Zappa aveva scoperto qualche anno prima di morire. Per quanto riguarda la direzione compositiva e di produzione di «Empath», nel ruolo di direttore musicale ha dato una mano con consigli e idee Mike Keneally, un altro musicista di culto da ‘un’altra galassia’, che può vantare di aver collaborato nella sua carriera sia con Zappa che con Devin.
L’influenza di questi tre pezzi grossi si sente parecchio su «Empath», anche se il disco si potrebbe tranquillamente definire un lavoro autobiografico, visto che è uno spaccato incredibilmente riuscito, quasi rappresentativo, del percorso creativo di Devin finora. Alle parti vocali ha contribuito la sua vecchia conoscenza, la cantante olandese Anneke van Giersbergen, mentre la presenza di Chad Kroeger (Nickelback) come ospite alla voce su «Hear Me» ha fatto alzare non poche sopracciglia tra la comunità metal, ma alla fine è andato tutto per il meglio.
Con le sue svolte progmetal, avanguardistiche, elettroniche e sinfoniche, «Empath» rispecchia forse più di qualsiasi altro album solista di Devin uscito prima un incredibile ventaglio delle sue tante influenze musicali e della sua natura compositiva duale, che è sempre spaccata tra oscurità e luce, approccio aggressivo e approccio disteso, follia e beatitudine. Polifonie operistiche, arrangiamenti epici e momenti di quiete di musica ambient si alternano spesso a growl death metal e cannonate di chitarra aggressive sotto una gragnola di doppia cassa, oltre a momenti di totale distacco avanguardistico. Le influenze di tutte le sue band passate, Strapping Young Lad compresi, si sentono chiaramente in tutto l’album, il che significa che «Empath» è un punto di partenza comodissimo per tutti quelli che vorrebbero iniziare a esplorare la discografia di Devin ma non sanno da dove cominciare.
L’iniziale «Castaway», brevissima e dichiaratamente tranquilla, si addentra nel territorio della musica ambient e ricorda i risultati di Devin su «Ghost» (2011), mentre le armonie vocali femminili aggiungono un pizzico di musica sacra. «Genesis», dove in primo piano c’è il contrasto tra le armonie vocali di Devin e quelle di Anneke, è una giostra eclettica di mille stili, dall’opera progmetal alla brutale smerigliatrice thrash metal. È un pezzo quasi tipico dell’approccio creativo di Devin negli ultimi anni e farà impazzire la maggior parte dei suoi fan. L’epica «Spirits Will Colide», segnata da polifonie imponenti e da un massiccio muro sonoro, si potrebbe definire un incrocio tra arena rock e prog metal che a tratti ricorda certe imprese degli Ayreon, ma sempre con i tipici elementi di arrangiamento alla Devin.
«Evermore» è un’esperienza d’ascolto piuttosto rilassata e di una bellezza ambient, che contiene anch’essa armonie epiche e polifonie ipnotiche, ma resta abbastanza sperimentale da non diventare noiosa. Fino alla seconda metà, quando per un breve momento irrompe all’improvviso un colpo di scena avanguardistico, procede in modo abbastanza prevedibile. «Sprite», nonostante l’intro un po’ umoristico, è una vera avventura space rock che nel finale sorprende con una sezione strumentale eterea, interrotta brutalmente proprio sul più bello da una stranezza avanguardistica che arriva dalla ‘nona galassia’. «Hear Me» contiene una doppia cassa senza compromessi e il ‘ringhio’ bestiale di Devin, che ricorda parecchio certe sue imprese con gli Strapping Young Lad, il tutto però sostenuto da incursioni eclettiche di momenti ambient più sottili.
«Why?», grazie ad arrangiamenti orchestrali allegri e a una prova vocale pulita e spinta sulle note alte di Devin, suona come la colonna sonora del seguito di una qualche favola cinematografica psichedelica tipo Il Mago di Oz o Alice nel Paese delle Meraviglie, dove epicità e assurdo si danno la mano. A un certo punto alle armonie vocali si unisce anche Anneke e ne nasce un’atmosfera davvero grandiosa. L’esperimento di undici minuti «Borderlands» si apre con il chicchirichì di un gallo, seguito da una lunga sezione bellissima che col tempo però ‘degenera’ in un’insolita miscela di bizzarria avanguardistica, epicità prog metal e splendida musica ambient. La malinconica messa funebre «Requiem» ricorda qualcosa che avrebbe potuto registrare il compositore di culto Howard Shore quando creava la colonna sonora per la trilogia cinematografica epica de Il Signore degli Anelli.
Il culmine di «Empath» è il superepico progrock/progmetal di oltre 23 minuti «Singularity», una suite estremamente eclettica composta da sei parti, che in pratica è una specie di collage sonoro dell’intero album. Ogni parte della suite rappresenta un pezzetto del carattere creativo di Devin. Nella sezione iniziale «Adrift», un gioiello di musica ambient, Devin si fa di nuovo un giro ‘tra gli angeli’. In «I Am I» Devin inizia una graduale discesa nel purgatorio ambient con un’enfasi sempre maggiore su ritmi più aggressivi e passaggi di chitarra brutali, anche se continua a dominare un’atmosfera epica e trionfale. In «There Be Monsters», in gran parte tinta di death metal, dove gli Strapping Young Lad ‘risorgono dai morti’ ancora una volta, Devin raggiunge un’atmosfera d’oltretomba. Segue un contrasto ambient totale con «Curious Gods», che contiene elementi di musica ambient, avanguardia e psichedelia. «Silicon Scientists», dal taglio strumentale, è uno stacco avanguardistico-elettronico completo con passaggi di chitarra folli, che sarebbe probabilmente piaciuto anche a Frank Zappa, se fosse ancora vivo. Steve Vai si inserisce con il suo inconfondibile assolo di chitarra nella sezione conclusiva «Here Comes the Sun», che con le sue polifonie epiche e il consolidamento del muro sonoro è il momento più ‘devinesco’ dell’intera suite.
«Empath» ti porta in giro, tra divertimento e adrenalina, per tutti gli angoli dell’anima inquieta di Devin e per tutte le sue innumerevoli mutazioni musicali, per poi chiudere il cerchio con un capolavoro epico, esattamente ciò che la maggior parte della gente si aspetta da un genio della musica come lui. «Empath» è dunque una nuova perla nella discografia di Devin, che ha consolidato ancora di più il suo status di icona della musica sperimentale contemporanea, prolificissima e imprevedibile. Anche se non ha esattamente inventato ‘l’acqua calda’ e alcuni pezzi della ricetta vincente li avevamo già sentiti sugli ultimi album dei Devin Townsend Project, ha comunque messo in piedi uno dei candidati a miglior album prog rock/prog metal del 2019 e con esso ha toccato uno dei vertici della sua variegata carriera. Questo alieno della musica con la fissa del lavoro si merita quindi un inchino profondo per «Empath».
Autore: Peter Podbrežnik
Tracce:
1. Castaway (2:29)
2. Genesis (6:06)
3. Spirits will Collide (4:40)
4. Evermore (5:30)
5. Sprite (6:37)
6. Hear Me (6:30)
7. Why? (4:59)
8. Borderlands (11:03)
9. Requiem (2:47)
10. Singularity (23:33) :
– Part 1 – Adrift
– Part 2 – I Am I
– Part 3 – There Be Monsters
– Part 4 – Curious Gods
– Part 5 – Silicon Scientists
– Part 6 – Here Comes the Sun
Musicisti:
Devin Townsend – voce principale, chitarra, basso, sintetizzatore, computer, orchestrazione, produzione
Musicisti ospiti:
Rayne Townsend – voce
Elliot Desgagnés – cori death metal (2-5,7,10)
Ché Aimee Dorval – cori (2)
Adam Getgood – cori (5)
Josefa Torres – cori (5)
Chad Kroeger – cori (6)
Jess Vaira – cori (8)
Anneke Van Giersbergen – cori (6,10,bonus 2)
The Elektra Women’s Choir – voci corali (2-5,7-10)
Moma Edmundson – direttrice del coro
Mike Keneally – chitarra e tastiere (2,7,8,10), cori (8), direttore musicale
Shaun Verreault – pedal steel guitar
Ryan Dhale – chitarra e tastiere (8)
Scott Reinson – chitarra e tastiere (8)
Steve Vai – assolo di chitarra (10)
Callum Marinho – fischio (10)
Nathan Navarro – basso
Anup Sastry – batteria
Morgan Ågren – batteria
Sam Paulicelli – batteria
The Lords Of The Sound – orchestra
Erik Severinsen – arrangiamenti, cori (8)
Niels Bye Nielsen – orchestrazione
Ron Getgood – voce parlata (5)