Tuffo nell’infanzia con Fish, il gigante gentile che ci ha portati a spasso per le strade di Augsburg (2006)
Data: giovedì, 04.05.2006
Luogo: Augsburg / Spectrum / Germania
La maggior parte della nostra squadra di RockLine ha deciso che il concerto di Fish era un evento da non perdere per nessun motivo al mondo. In questa stagione di magra concertistica per il rock progressivo, il tour “Return To Childhood” di Fish e la sua data a Augsburg, in Germania, sono capitati a pennello per tutti gli amanti dei Marillion e dei suoi lavori solisti, ma anche per quelli di noi che l’ultima catarsi neo-prog l’avevano vissuta con l’esibizione degli Arena a Vienna l’anno scorso e avevano una fame da lupi di un concerto simile. Ancora oggi Fish occupa un posto speciale e importante nel cuore della maggior parte dei fan dei Marillion, perché negli anni 80 furono proprio la sua voce indimenticabile, la sua presenza scenica, l’interpretazione dei suoi testi eccellenti e il carisma a tutto tondo a regalare alla band quella notorietà che in seguito la fece diventare una delle grandi speranze del rock progressivo “di seconda generazione”, il cosiddetto rock neo-progressivo. Il merito è senza dubbio soprattutto di Fish, e non sono pochi quelli che ancora oggi rimpiangono il suo addio alla band nel 1988. Ma quello era un altro capitolo: nel frattempo sia i Marillion che Fish hanno preso strade musicali completamente diverse. Eppure i lavori fatti insieme, cioè quei quattro album “classici” dei Marillion incisi con lui, per molti dei loro fan
restano ancora i migliori della band. Da allora Fish si è costruito una carriera solista più che solida, con parecchi album di grande piacevolezza che si distinguono per la loro varietà e che, a differenza dei Marillion, dal vivo non hanno mai rinunciato a eseguire i grandi classici. Proprio l’anno scorso gli è venuta l’idea di suonare dal vivo l’intero “Misplaced Childhood” (1984), l’album di maggior successo dei Marillion e, per i più, anche il migliore, che la band non aveva più “osato” eseguire per intero dal 1986. E anche questo era uno dei motivi per cui questo concerto non andava mancato: occasioni così non capitano spesso, e Fish con la sua band si spinge molto di rado fuori dall’Europa occidentale e settentrionale.
Così siamo partiti prestissimo verso la nostra meta e, senza intoppi di rilievo né soste troppo lunghe, siamo arrivati ad Augsburg, una cittadina tedesca pittoresca e piacevole vicino a Monaco di Baviera, che ci ha sorpreso un sacco con la sua atmosfera familiare. Dopo una rapida occhiata in giro, senza pensarci troppo ci siamo avviati verso lo Spectrum, la sala concerti che da fuori sembrava appena un po’ più grande di una normale osteria ma che, come si è visto poi, era più che sufficiente per le esigenze del concerto. Abbiamo messo insieme tutto il necessario per eventuali autografi e per l’intervista, sperando devotamente di riuscire a fare quattro chiacchiere con il leggendario cantante prima del concerto. Davanti all’ingresso non c’era ancora nessuno e abbiamo deciso di sbirciare oltre la porta che portava verso il palco. Lì i roadie stavano già scaricando e preparando strumenti e attrezzatura. Ci ha sorpreso un po’ in negativo la vista dei tavoli sistemati vicino al palco, che per fortuna a metà concerto non sono stati d’intralcio. Dopo aver dato un’occhiata alla sala e una lunga attesa, alla fine siamo riusciti ad accordarci per l’intervista. Siamo andati nel cortile dietro la sala e su una panchina abbiamo visto un omone di due metri, di stazza imponente, che si stava sgranocchiando un panino: in un attimo ci è stato chiaro chi avevamo davanti. Dopo l’intervista, in cui abbiamo scoperto in Fish un artista che non è solo un musicista, cantante e attore eccezionale ma anche una persona di grande cuore e intelligenza, avevamo in programma una breve passeggiata per le vie del centro prima del concerto. Mentre siamo fermi a un passaggio pedonale, ecco che all’improvviso, guarda un po’, ci spunta davanti Fish! Evidentemente aveva deciso che la nostra compagnia gli piaceva, e siamo andati insieme in giro per la città. Era una combriccola davvero insolita, perché la maggior parte di noi era ancora in stato di incredulità all’idea di chiacchierare con uno dei propri musicisti preferiti. Devo ammettere che dentro di me avevo un mucchio di domande da fargli, ma per l’emozione le parole semplicemente non mi uscivano di bocca. Oltretutto, in quel momento eventuali domande sulla sua carriera solista e sui Marillion mi sembravano semplicemente fuori luogo. Strada facendo ci siamo fermati anche in un negozio di fiori, perché Fish è un giardiniere appassionato che non si lascia sfuggire l’occasione di visitare il fioraio più vicino in ogni città in cui capita. Intanto ci spiegava con entusiasmo come intende coltivare gli asparagi a casa e ci raccontava dei problemi da padre che ha con la figlia quindicenne. Poi ci siamo seduti fuori da un locale e abbiamo cominciato a parlare di tutto un po’, non solo di musica. Come c’era da aspettarsi, Fish si è rivelato un interlocutore interessantissimo, pieno di domande su di noi e sul posto da cui veniamo. La sua disponibilità era davvero incredibile. In lui non c’è niente di divistico, ed è più che evidente che oggi guarda a quel mondo quasi con disprezzo, perché dai tempi dei Marillion ha imparato parecchio. Nonostante gli piaccia ancora farsi in quantità moderate una birra o due (durante la chiacchierata ne ha bevuta solo una), lo stile di vita tipicamente rock di Fish è ormai roba del passato. Non ama ricordare i suoi giorni di gloria con i Marillion. Manager marci lo avevano allontanato dalla musica e dall’essenza della band. Ci si era messa anche la fama improvvisa, che a quanto pare non aveva mai desiderato, pur essendo per natura un buontempone. Per questo ha fatto una svolta radicale e oggi gestisce da solo tutti gli affari legati alla sua carriera solista e alla sua band, e grazie all’autoproduzione ha il pieno controllo su tutte le sue uscite. Ci ha anche raccontato di quando nel 1996 si è esibito con la sua band in Bosnia, a un anno solo dalla fine della guerra, e che quello è stato probabilmente il suo concerto preferito in assoluto, quello che gli è rimasto più impresso. Poi il discorso è tornato su cose che con la musica non c’entrano: tra le altre, il calcio e la recente partita tra Scozia e Slovenia. E sulle curiosità dei nostri paesi. La chiacchierata si è chiusa con l’invito a Fish a farsi vedere da noi, un invito che ha accettato volentieri. Probabilmente sarebbe rimasto al tavolo ancora a lungo, se non avesse avuto fretta di prepararsi prima dell’inizio del concerto, ormai non lontano. Ci siamo augurati a vicenda buona fortuna e ci siamo salutati (a dopo, al concerto). Era quasi difficile crederci: starsene seduti a bere qualcosa con una leggenda del rock progressivo non è certo roba che capita tutti i giorni.
Mentre tornavamo verso la sala, pieni di impressioni profonde, siamo stati colpiti da un altro shock. Come se fossimo collegati mentalmente, nello stesso istante dietro di noi, attraversando il passaggio, è sbucato Fish, con in mano tre grosse casse di bevande, per i membri della band e per lo staff, come si è scoperto poi durante il concerto. Siccome aveva già una certa fretta, ci ha salutati al volo e se l’è filata di corsa verso l’ingresso. La gente che nel frattempo aveva cominciato lentamente a radunarsi davanti alla sala, mentre lui passava, è rimasta di ghiaccio, indifferente, senza degnarlo di uno sguardo! Il proverbiale aplomb tedesco si è mostrato in tutto il suo splendore. Anche noi ci siamo diretti verso l’ingresso, perché al via del concerto mancava davvero poco. Prima abbiamo dato un’occhiata al merchandise, ricchissimo, che traboccava di magliette di ogni tipo, CD e DVD. Particolarmente allettante era “Curtain Call”, il cofanetto di tre live doppi dei Marillion, a un prezzo non proprio modesto: 60 euro. Del nuovo DVD del tour in corso non c’era traccia. Quando siamo rientrati in sala, si stava ancora riempiendo, ma i tavoli davanti al palco erano già pieni zeppi. La gente si riforniva di pizza e birra prima del concerto e a prima vista sembrava che fosse venuta solo per ascoltare un sottofondo musicale mentre mangiava e chiacchierava con gli amici, non per il concerto di un musicista che negli anni 80 ha contribuito, in modo indiretto, a riportare in vita il rock progressivo e che molti, allora, davano per erede di Peter Gabriel.
Purtroppo prima del nostro nuovo amico c’era ancora l’artista di supporto. Più precisamente una ragazza dall’aspetto simpatico con la chitarra acustica, di cui purtroppo non ricordo il nome, che ha avuto solo la sfortuna di non c’entrare musicalmente nulla con quel concerto, nonostante l’esibizione, in sé, simpatica. Ha dimostrato di avere un certo talento musicale, soprattutto per quanto riguarda il canto, ma il suo coraggiosissimo set da solista dopo pochi minuti ha cominciato ad annoiare per ripetitività e cliché. A modo suo ha comunque fatto il suo dovere in modo corretto e ha ringraziato Fish, che le aveva dato un posto di spalla nel suo tour. Sì, Fish ha davvero un cuore d’oro, a portarla con sé in tour. Anche se non approvo la sua scelta (di qualunque artista di supporto), meglio comunque lei di qualche “eroe” locale. Non è un segreto che nei suoi concerti Fish, alla maniera di Peter Gabriel e dei Pink Floyd, ami usare delle cantanti per i cori (e devo ammettere che funziona benissimo), ma di solito solo nelle sale più grandi, per cui la paura di qualcuno di rivedere la ragazzina sul palco nel mezzo dello show di Fish era del tutto infondata, anche se non dubito che i suoi cori si sarebbero amalgamati bene con la maggior parte dei suoi pezzi solisti. Dopo il concerto l’abbiamo rivista al banchetto del merchandise, dove vendeva, tra le altre cose, anche il suo album solista.
L’atmosfera prima dell’ingresso di Fish era ormai incandescente e aspettavamo con impazienza che salisse sul palco con la sua band, di cui facevano parte lo storico chitarrista Frank Usher, il secondo chitarrista Andy Trill, il tastierista Tony Turnell, il bassista Steve Vantsis e il batterista Dave Innes, che da poco ha sostituito John Tonks. La sua decisione di avere due chitarristi non è stata una sorpresa, perché a quanto pare voleva aggiungere texture diverse, ulteriori, alla chitarra e cambiare un po’ i classici dei Marillion, oltre ai suoi pezzi solisti. Mossa di sicuro azzeccata, perché da Fish non volevo nemmeno che suonasse l’intero “Misplaced Childhood” come una copia perfetta della versione in studio. Questa sua mossa progressiva, di aggiungere un po’ dell’anima della sua band, non si può che applaudirla.
Fish è arrivato sul palco a grandi passi, avvolto in una kefiah, il suo accessorio d’obbligo fin dai primi concerti con i Marillion. Ed è anche tutto ciò che, dopo tutti questi anni, resta dei suoi “gabrieliani” attrezzi di scena: l’uomo, in fondo, ha ormai 48 primavere, e sarebbe un tantino strano se comparisse sul palco travestito da giullare di corte come sulle copertine dei Marillion o con una maschera celtica come faceva un tempo. Ha aperto il concerto con la tesissima “Big Wedge”, potenziale hit dal suo primo album “Vigil In a Wilderness of Mirrors” (1990). Nonostante al ritornello mancassero i cori femminili tipici della versione in studio, è stata eseguita a un livello eccezionale, e i cori in qualche modo li abbiamo sostituiti noi dal pubblico. Fish ha dimostrato subito di essere un grande attore da palcoscenico, che si cala completamente nell’esibizione, e ci ha conquistati tutti con il suo contatto diretto e genuino con il pubblico. Durante la più progressiva “Moving Targets” (Field Of Crows, 2004), per esempio, a un certo punto mimava di sparare con un fucile e si è avvolto per intero nella kefiah. Tra gli strumentisti, qui mi ha entusiasmato soprattutto il bassista Vantsis con la sua linea di basso bella groovy, ma qui Fish ha mostrato per la prima volta il suo lato drammatico nel canto, che con gli anni si è ridotto a malapena. Il finale strumentale drammatico del pezzo ha offerto il meglio di quello che rende speciali Fish e la sua band. Dopo questo brano non ha dimenticato di nominare anche i suoi “nuovi amici dalla Slovenia” e per un attimo l’attenzione di tutto il pubblico si è spostata su di noi. Il prog di Fish, dalle tinte hard rock, è emerso in modo particolare nell’ottima “Brother 52” (Sunsets On Empire, 1996), dove a metà esibizione ha scatenato un sacco di risate quando, durante la sezione strumentale, ha chiamato col cellulare suo padre, che proprio quel giorno festeggiava il compleanno. Prima di chiamarlo, Fish ci aveva dato le sue “istruzioni” e, quando ci ha fatto un cenno, abbiamo cantato “happy birthday”. Telefonare col cellulare nel bel mezzo di un concerto è un’abitudine che ama usare soprattutto Ian Anderson (Jethro Tull), ma il gesto spiritosissimo di Fish è sembrato del tutto genuino. In questo pezzo era particolarmente piacevole la parte strumentale finale, con un inserto celtico, qualcosa che Fish usa volentieri nelle sue canzoni, e in cui entrambi i chitarristi, soprattutto Trill con i suoi assoli, hanno entusiasmato per la prima volta. Da “Sunsets On Empire” è seguita ancora “Goldfish and Clowns”, brano di medio tempo che ha conquistato con le acrobazie vocali di Fish, soprattutto i cambi di timbro, e con gli ottimi assoli di entrambi i chitarristi. Il culmine della scaletta solista di Fish è stato senza dubbio l’ottima esecuzione di “Raingods Dancing”, parte centrale della suite “Plague of Ghosts” (Raingods With Zippos, 1999), suddivisa in sei brani collegati tra loro che, se fossero stati incisi in un unico pezzo, avrebbero dato un EP di 25 minuti. Si tratta senza dubbio del suo lavoro solista più ambizioso, come ha detto anche lui durante l’intervista. Con il suo ritornello drammatico e la sua linea epica, questo brano ha alzato parecchio la temperatura in sala. Il chitarrista principale Frank Usher ha di nuovo entusiasmato con il suo assolo splendido e originale. È il mio pezzo solista preferito di Fish (in realtà l’intera suite, ma questa ne è semplicemente la parte migliore), perciò ero particolarmente contento che l’abbiano suonato. “Raingods Dancing” è sfociata direttamente nella parte conclusiva della suite, ” Wake Up Call (Make It Happen)”, che come nell’album chiudeva la suite. Questo brano ha creato un anticlimax rispetto alla sua predecessora e, con i suoi passaggi floydiani di chitarra e tastiere, ha fatto dondolare l’atmosfera in sala verso un’altra dimensione. Fish ha così fatto capire a tutti quelli che non lo conoscono come solista che è capacissimo di creare epopee progressive quando gli gira. Durante “Innocent Party” (Field Of Crows, 2004) sono tornati in primo piano i suoi elementi hard rock, perché questo brano è uno dei suoi più duri e allo stesso tempo ha un ritornello incredibilmente epico. Da questo punto di vista è già al limite del prog metal. Quasi lo stesso si potrebbe dire di “Long Cold Day” (Fellini Days, 2001), che ha un suono di chitarre estremamente grezzo, ma poi la sua atmosfera cambia completamente. Qui Fish si è distinto con una splendida interpretazione, profondamente personale, che al momento della nascita del brano era probabilmente frutto di un cuore spezzato. “Credo” (Internal Exile, 1991), una delle sue canzoni sosoliste più amate, è stata una splendida chiusura della prima parte del concerto, con il ritornello principale che andava in crescendo finché tutti i musicisti, Fish in testa, hanno lasciato il palco. Il pubblico scandiva in coro “Credo” e Fish era contentissimo della risposta. Poi ha lasciato il canto interamente alla folla, mentre lui usciva dal palco. I singoli membri hanno seguito a poco a poco il suo esempio, ognuno continuando a suonare il ritmo sul proprio strumento mentre il pubblico cantava. L’ultimo a lasciare il palco è stato il batterista Innes, che si è quasi concesso un piccolo momento da solista, trascinato evidentemente dall’energia del pubblico. Fish ha fatto una mossa astutissima. Ha diviso il concerto in due parti. Nella prima, per scaldare l’atmosfera, ha suonato i suoi pezzi solisti più noti, soprattutto quelli con più carica hard rock, che hanno riscaldato per bene il pubblico, e la parte migliore, cioè l’esecuzione di “Misplaced Childhood” e degli altri classici dei Marillion, l’ha tenuta per la seconda, quando il clima era già ben caldo. In questo modo è riuscito a tenere viva l’attenzione di chi non conosce bene i suoi lavori solisti, lasciandoli col fiato sospeso in attesa della parte centrale del concerto.
Il momento clou si avvicinava e l’atmosfera in sala aveva raggiunto il picco. “La Gazza Ladra” di Rossini, come intro registrata, ha annunciato a tutti i “conoscitori” dei Marillion che ora si faceva sul serio. L’introduzione drammatica alle tastiere ha segnato l’inizio di “Pseudo Silk Kimono”. Fish, in tutta la sua malinconia vocale, in grandissimo stile, ha aperto la strada al brano successivo, che conoscono anche molti di quelli che la musica dei Marillion non la conoscono e navigano in acque musicali più commerciali. È arrivata infatti “Kayleigh”, il più grande successo della band e anche il suo brano più famoso. A quel punto il pubblico è esploso di entusiasmo e sono rimasto sbalordito dal fatto che la maggior parte di quelli nelle prime file sapesse cantare a memoria quasi tutti i testi dell’album. Trill, nel riff centrale e negli assoli, è riuscito del tutto a catturare lo spirito di Rothery, mentre Usher entusiasmava con i suoi interventi solisti che nell’originale non ci sono. Questo brano è semplicemente fatto per Fish e forse rispecchia nel modo migliore la sua personalità, o almeno quel Fish che ricorderemo dai tempi dei Marillion: l'”oscuro poeta scozzese dal cuore spezzato”. È seguita “Lavender”, un altro grande successo, dove Fish ha offerto uno dei suoi momenti vocali migliori dell’intero concerto. È interessante quanto, nell’eseguire i classici dei Marillion, la sua voce sia diventata ancora più drammatica e partecipe che nella prima parte del concerto. Per un attimo, a occhi chiusi, sembrava davvero di essere a un concerto dei Marillion a metà anni 80, nonostante la chitarra in più. È seguita la drammatica “Bitter Suite”, dove nell’introduzione le doti d’attore di Fish e i suoi recital eccezionali hanno dato il massimo. Quando, all’inizio del pezzo, sedeva rannicchiato davanti alla batteria con la testa fra le mani, sembrava davvero un cumulo di miseria a cui si fosse appena spezzato il cuore. Ero particolarmente curioso di vedere come se la sarebbero cavata i due chitarristi in questo grande brano, con il difficile compito di far rivivere la magia delle insuperabili tirate atmosferiche di Rothery. Mi hanno sorpreso entrambi in positivo. Uno dei momenti più alti è stato di certo “Heart of Lothian”, che Fish ha cantato come sa fare solo lui, fedelissimo alla versione in studio. Gli altri musicisti hanno brillato soprattutto nel passaggio melodico, in particolare il tastierista e i due chitarristi, che qui negli assoli si sono armonizzati benissimo tra loro. Abbiamo cantato tutti insieme il ritornello principale e qui Fish ha messo alla prova per la prima volta quale metà del pubblico fosse più “dentro”. Sono seguiti due brani più brevi ma estremamente atmosferici. La drammaticissima “Waterhole (Expresso Bongo)” ha scosso per bene l’atmosfera in sala, mentre “Lords of the Backstage” ha fatto salire ancora di più la tensione con i giochi vocali di Fish. La tensione è calata di colpo con “Blind Curve”, suonata in tutta la sua magnificenza epica. I due chitarristi hanno di nuovo entusiasmato con gli assoli che un tempo eseguiva Rothery. Nella parte centrale malinconica Fish ha di nuovo entusiasmato con la sua interpretazione vocale e teatrale, quando, tra i recital “I’ve never been so wasted” e “I can sense a child”, ha di nuovo rappresentato un uomo a cui crolla il mondo davanti agli occhi dopo aver rinnegato il bambino che ha dentro. Particolarmente drammatico è stato il punto in cui ha fatto crescere la parola “childhood”, seguito da un ottimo assolo di tastiere di Turnell, che è riuscito a catturare lo spirito di Mark Kelly aggiungendo qualcosa di suo, esattamente come i due chitarristi. Per me, uno dei momenti più alti è stato senza dubbio “Childhoods End?”. Una delle mie canzoni preferite dei Marillion, che ogni volta che la sento mi scuote con la sua atmosfera, che suona come quella rivelazione sincera in cui l’uomo riscopre dentro di sé il bambino che aveva rinnegato e si rende conto che l’infanzia non finisce mai – “there’s no childhoods end!” “White Feather”, con il suo clima ottimista, il messaggio eccezionale (uno dei testi migliori di Fish) e il crescendo del ritornello principale, ha chiuso l’indimenticabile interpretazione del leggendario album. Per me ha superato persino ogni aspettativa. “They call me the Fish” e poi è arrivato il commiato, momentaneo.
Poco dopo è arrivato il primo bis, con due indimenticabili classici dei Marillion. Fish è tornato sul palco con addosso la maglia della nazionale di calcio scozzese e si è chiesto come sia possibile che la maggior parte dei padroni di casa, cioè i tedeschi, non potrà permettersi di andare ai
Mondiali di calcio di quest’anno, che si giocano proprio da loro. Il brano successivo, che parla delle strade sbagliate della fama e del bere eccessivo, l’ha dedicato a tutti i tifosi e ai fratelli di bevute in sala. Non era difficile indovinare di quale pezzo si trattasse ed è arrivata “Incommunicado” (Clutching At Straws, 1987), che con il suo ritmo carichissimo
ha di nuovo alzato la temperatura in sala. Come la creazione più spiritosa dei Marillion, ogni volta che la ascolto mi dipinge davanti agli occhi quell’indimenticabile video, secondo me il loro migliore, in cui Fish brilla da attore nel ruolo dell’ubriaco e alla fine tutti i membri dei Marillion ballano abbracciati in cerchio. E così è stato anche stavolta, solo che Fish e i membri della band, sul finale del brano, mentre il ritornello principale cresceva, hanno ballato in cerchio con i bicchieri pieni di cocktail, che non mancava, visto che le cameriere hanno girato dal palco al bancone per tutta la durata del concerto. L’atmosfera di “Clutching At Straws” era così perfetta. Il suo momento di attenzione l’ha avuto anche il più giovane partecipante al concerto, Teodor dalla Romania, che Fish ha invitato direttamente sul palco regalandogli un microfono. Per giunta è stato un gesto molto simbolico, che si sposava benissimo con il concept di “Misplaced Childhood”, dell’infanzia dimenticata, e così in un certo senso quel bambino ha fatto rivivere al concerto il protagonista di questo album, quello che sulla copertina ha raffigurato Robert Mead. Boh, forse sono solo io che cerco un simbolismo in ogni cosa? È seguito subito dopo “Marquet Square Heroes”, il leggendario primo singolo dei Marillion del 1982. Ai suoi primi accordi e all’esplosione di energia che ne è seguita si sono risvegliati definitivamente anche quei “dormiglioni” delle prime file, che fino ad allora, per la stanchezza, se ne stavano immobili. Accanto a me, infatti, a un certo punto ha cominciato a saltare e cantare un tizio che per la maggior parte del concerto era stato piuttosto stoico. Per questi due classici lodo in particolare il tastierista, che è riuscito a catturare il genuino suono di tastiere di Kelly degli anni 80. È seguito ancora il secondo bis, con l’indimenticabile epopea “Fugazi”, dall’omonimo album dei Marillion del 1984. L’esecuzione di questo pezzo epico è stata superba e insuperabile in tutta la drammaticità di Fish, ed è difficile descriverla a parole. Per chiudere il concerto non avrebbe potuto scegliere un brano migliore e, quando il concerto è finito, alcuni di noi sono rimasti a sperare in un altro bis.
Cos’altro dire dopo tutto questo? Anche se ai due chitarristi non è riuscito del tutto catturare la raffinatezza di Rothery, hanno entusiasmato con un’esecuzione tecnica quasi impeccabile e con aggiunte originali negli assoli. La scelta di Fish di avere due chitarristi, che ha cambiato il suono di base dei pezzi aggiungendo però qualcosa di nuovo, si è rivelata azzeccata. Anche Fish ci ha convinti del tutto. Dopo tutti questi anni è ancora in ottima forma vocale e la sua voce ha perso solo un poco della vecchia vivacità di colori. Si nota appena che con gli anni ha perso un po’ di quella ruvidezza drammatica, da cattivo, a cui però ha aggiunto maturità. Anche il carisma scenico non gli manca mai. Anche i suoi recital nel mezzo dei singoli brani sono stati un’esperienza speciale. Posso dire che l’esecuzione del leggendario album ha superato ogni aspettativa. Lo stesso vale per l’intero concerto. La risposta del pubblico è stata corretta, nonostante le sedie e il continuo servizio di bevande durante lo show. L’euforia è rimasta sempre entro limiti ragionevoli e ogni spintone era fuori discussione, visto che il pubblico era composto da persone di una certa età. In alcuni casi mi hanno persino sorpreso in positivo con la loro reazione. E non solo durante l’esecuzione dei classici dei Marillion.
Il leggendario concept è così tornato in vita davanti ai nostri occhi. Ogni fan dei Marillion dovrebbe andare almeno una volta a un concerto di Fish perché, oltre all’indimenticabile show da solista e ai suoi lavori solisti piacevolissimi, continua a suonare in modo superbo pezzi che i Marillion probabilmente si sono dimenticati di suonare da un pezzo. È stato un concerto che noi di RockLine ricorderemo a lungo, custodendolo nel migliore dei ricordi. Semplicemente non trovo parole sufficienti per descrivere tutte le impressioni accumulate, che mi sono rimaste dentro per giorni dopo il concerto. Spero davvero che sia stato solo l’inizio della nostra frequentazione, tra concerti e amicizia, con il “padre” del rock neo-progressivo: un gigante scozzese dal cuore tenero e dalla penna tagliente. Un grazie enorme per l’esperienza indimenticabile prima e durante il concerto va a questo grande musicista dal cuore ancora più grande. E a tutti voi che volevate esserci ma per qualche motivo avete dovuto rinunciare, un pensiero di consolazione: “there is no childhoods end!”
autore: Peter Podbrežnik
foto: Bojan Horvat
1.) Big Wedge
2.) Moving Targets
3.) Brother 52
4.) Goldfish and Clowns
5.) Raingods Dancing
6.) Wake Up Call (Make It Happen)
7.) Innocent Party
8.) Long Cold Day
9.) Credo
—fine della prima parte del concerto—
10.) Pseudo Silk Kimono
11.) Kayleigh
12.) Lavender
13.) Bitter Suite: Brief Encounter/Lost Weekend/Blue Angel
14.) Heart of Lothian: Wide Boy/Curtain Call
15.) Waterhole (Expresso Bongo)
16.) Lords of the Backstage
17.) Blind Curve: Vocal Under a Bloodlight/Passing Strangers/Mylo/Perimeter Walk/Threshold
18.) Childhoods End?
19.) White Feather
—primo bis—
20.) Incommunicado
21.) Market Square Heroes
—secondo bis—
22.) Fugazi















