Millennial allo sbaraglio: Simple Plan e Offspring scatenano un’ondata migratoria nostalgica verso Linz

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The Offspring, special guest: Simple Plan
venerdì, 24.10 2025
Linz / Tips Arena / Austria


Eccoci di nuovo qui, in pieno racconto della rinascita nostalgica del punk rock dei duemila. Di nuovo tra ciuffi a punta, piercing al labbro e un enorme raduno intergenerazionale di vecchi e giovani. Simple Plan e The Offspring, ancora una volta due giganti di quell’epoca. I primi hanno festeggiato da poco i 25 anni di attività, celebrati anche con il documentario ufficiale «Simple Plan: The Kids In The Crowd» (disponibile anche da noi su Amazon Prime Video), i secondi addirittura i 41 (se contiamo Manic Subsidal, come si chiamava la band all’inizio).

I giganti del punk rock canadese Simple Plan sono tra i rappresentanti chiave dell’ondata di questo genere di inizio anni 2000, insieme a nomi come Good Charlotte, Sum 41 e Blink-182. La band nasce nel 1999 a Montréal, quando gli amici di lunga data Pierre Bouvier, Chuck Comeau, Jeff Stinco, Sébastien Lefebvre e, più tardi, il bassista David Desrosiers decidono di mettere insieme le loro esperienze musicali precedenti – soprattutto quelle della band Reset – e di provare a creare qualcosa di più personale, melodico e accessibile a un pubblico più ampio. Proprio da precedenti progetti punk rock sono arrivati nella band Pierre e Chuck, che volevano ripartire da zero, in modo più maturo, ma pur sempre con lo spirito ribelle della gioventù.

Anche se sono canadesi francofoni e sono cresciuti con il francese come prima lingua, fin dall’inizio hanno preso la decisione strategica di cantare in inglese, perché li attirava una carriera internazionale, all’epoca molto più difficile da raggiungere per gli artisti francofoni. Ciononostante sono sempre rimasti fedeli alle proprie radici e ogni tanto hanno pubblicato brani o versioni speciali in francese – tra le più famose c’è il singolo francese Jet Lag (versione francofona con Marie-Mai). Una curiosità dei primi anni della band è anche il chitarrista Jean-François Stinco, che ben presto ha sostituito il suo “Jean-François” francese con l’informale versione inglese Jeff, perché ai non canadesi di Quebec il suo nome proprio non usciva di bocca – una scelta diventata parte stabile della loro identità sulla scena internazionale.

Il primo exploit è arrivato già con l’album di debutto “No Pads, No Helmets… Just Balls” (2002), entrato nella storia del punk rock come uno degli album più riconoscibili di una generazione. Il singolo “I’m Just a Kid” è diventato la colonna sonora del crescere di generazione in generazione. Per i millennial era quasi un motto di vita – l’inno degli outsider, che grazie al ritornello contagioso e al videoclip umoristico è diventato un successo planetario. Il video girava a rotazione su MTV, e a renderlo ancora più riconoscibile hanno contribuito gli attori DJ Qualls (Road Trip) ed Eliza Dushku (Buffy the Vampire Slayer), che hanno portato la canzone anche nella pop culture più ampia.

La seconda generazione, quella cresciuta nella seconda metà degli anni 2000, ha scoperto i Simple Plan grazie alla collaborazione con la Warner Bros. per la sigla della serie animata What’s New, Scooby-Doo?. Il brano è diventato sinonimo d’infanzia per molti adolescenti in tutto il mondo e ancora oggi è considerato una delle sigle più riconoscibili della tv.

Ma la cosa interessante è che la magia di “I’m Just a Kid” è tornata anche per una terza generazione: circa cinque anni fa il brano è esploso su TikTok, dove in versione remix è diventato una delle canzoni più usate della piattaforma. Milioni di video con la “I’m Just a Kid challenge” hanno riportato la band al centro dell’attenzione, un risultato raro per un pezzo vecchio di quasi vent’anni.

Nel corso della carriera i Simple Plan sono rimasti fedeli al loro pop-punk melodico, collaborando però spesso con altre icone del genere. Tra le collaborazioni più note c’è il duetto con Avril Lavigne, con cui hanno creato diversi momenti live e interpretazioni condivise, e quella con Deryck Whibley dei Sum 41, che ha rafforzato ulteriormente i legami tra i maggiori rappresentanti della scena punk rock canadese. A tutto questo hanno aggiunto gli album “Still Not Getting Any…” (2004), “Simple Plan” (2008), “Get Your Heart On!” (2011) e le uscite successive, che hanno dimostrato come la band, anche dopo due decenni sulla scena, resti fresca, attuale e sorprendentemente eterna per più generazioni.

Alle 19:30 in punto è iniziata la messa punk rock di stasera. I Simple Plan hanno preso il palco con la stessa energia di vent’anni fa (prova evidente che la sanità canadese si fa sentire). Hanno aperto la serata con “I’d Do Anything”, il primo singolo del loro album di debutto No Pads, No Helmets… Just Balls del 2002. Un pezzo con ospite anche Mark Hoppus dei Blink-182, che fin dall’uscita è uno dei loro hit “d’apertura” più riconoscibili – diretto, giovanile e subito riconoscibile.

È seguita “Shut Up!”, secondo singolo dell’album Still Not Getting Any… (2004), una canzone che dal vivo funziona come la combinazione perfetta di rabbia adolescenziale e classico umorismo punk rock. All’epoca dell’uscita era nota anche per un videoclip parecchio caotico, in cui la band provoca il crollo di un palazzetto. Il terzo pezzo è stato “Jump” (sempre del 2004), durante il quale Pierre, come da tradizione, ha incitato il pubblico a saltare – cosa che la Linz Tips Arena ha fatto senza fiatare, come se fosse un trampolino. Tra i fan la canzone è nota per essere una delle poche in cui i Simple Plan si rivolgono direttamente ai giovani, invitandoli a “staccarsi” da persone e situazioni tossiche, ma anche perché dal vivo è quasi sempre il momento del salto collettivo di una generazione che oggi ha più mal di schiena di quanto ammetterebbe.

I Simple Plan avevano già scaldato il pubblico con il primo pezzo, ma ovviamente non gli bastava. Hanno proseguito con “Jet Lag”, che nella versione originale è un duetto con Natasha Bedingfield, mentre in quella francese con Marie-Mai. Poi è arrivata “Addicted”, uno dei loro più grandi hit dei primi tempi, con un ritornello che ancora oggi conosce ogni nostalgico del pop-punk. Poi la ballad “Your Love Is a Lie” (2008), con cui il palazzetto si è trasformato in una terapia collettiva, e infine l’ultima arrivata “Nothing Changes” – un brano registrato proprio per il loro documentario citato in apertura. E proprio questa canzone ha dimostrato che la Linz Tips Arena, stracolma, non era piena solo di fan dei The Offspring. I musicisti che sono sulla scena da più di due decenni apprezzano molto quando il pubblico riconosce e accoglie anche i loro brani più recenti – e con “Nothing Changes” erano visibilmente soddisfatti della risposta.

Naturalmente è seguito il classico “Welcome To My Life” – il videoclip di questo pezzo oggi sembra quasi profetico. Per le riprese hanno infatti chiuso l’Henry Ford Bridge californiano, creando nel video un collasso totale del traffico. Se lo girassero oggi, basterebbe una telecamera sull’autostrada per la costa slovena in agosto.

Poi è arrivata la rilassata e estiva “Summer Paradise”, durante la quale la band ha trascinato sul palco una quantità enorme di palloni gonfiabili da spiaggia, così che il pubblico potesse palleggiarseli durante il pezzo. Dopo di lei “Loser of the Year”, che ha fatto da ottima ouverture a un’assoluta esplosione di nostalgia – “What’s New, Scooby-Doo?”. A questo punto è piombato sul palco il leggendario Fred Jones con il t-shirt cannon e una marea sterminata di Scooby. Il pezzo è corto ma efficace: il pubblico era entusiasta come Shaggy e Scooby quando ricevono il loro panino da 10 metri.

È seguito un altro classico: “Where I Belong”, che i Simple Plan di solito eseguono insieme agli State Champs, e subito dopo hanno risuonato i primi ritornelli di “I’m Just a Kid”. Un pezzo leggendario di 23 anni fa, per cui molti a Linz sono venuti. Pierre attacca la canzone con un paio di parole d’incoraggiamento, poi lascia l’intero ritornello al pubblico. Per un attimo la festa era davvero come se fossimo tornati nel 2002.

Ma poi i Simple Plan hanno fatto una mossa che al pubblico non è piaciuta proprio all’unanimità – a metà pezzo hanno deciso di infilare un intermezzo da MC. Oltre a una sezione rap improvvisata ci siamo beccati anche la foto al pubblico, mentre Jeff strimpellava il celebre accordo dell’intro. Poi Chuck e Pierre hanno fatto cambio – Pierre si è seduto alla batteria, Chuck si è dato al crowdsurfing, mentre Sébastien ha preso il microfono. Il momento era divertente, caotico e tipicamente alla Simple Plan, ma a qualcuno sarebbe forse andato più a genio chiudere il pezzo cult in modo classico.

Dopo la fine di “I’m Just a Kid” è arrivata ancora l’emozionante “Perfect”, con cui hanno chiuso la serata.

Davanti a una performance come quella dei Simple Plan è difficile restare indifferenti. E ancora più facile è darsi ragione da soli: il periodo del punk rock è stato davvero uno dei più belli e migliori. E i Simple Plan hanno dimostrato che oggi, come parte della scena “dad rock”, come la chiamano oggi i ragazzini, sono tra i migliori che questo genere abbia da offrire.

Scaletta:
1. I’d Do Anything
2. Shut Up!
3. Jump
4. Jet Lag
5. Addicted
6. Your Love Is a Lie
7. Nothing Changes
8. Welcome to My Life
9. Summer Paradise
10. Loser of the Year
11. What’s New Scooby-Doo?
12. Where I Belong (Simple Plan & State Champs)
13. I’m Just a Kid
14. Perfect


Dopo i Simple Plan, alle 21 è arrivato il momento della band che in realtà non ha bisogno di nessuna presentazione – The Offspring. La formazione fondata nel 1984 a Garden Grove, in California, da Dexter Holland e Greg K., è cresciuta dagli inizi in garage e dalle serate nei localini fino a diventare uno dei nomi più importanti del punk rock moderno. La loro tenacia, la testardaggine da scolari e quella classica ribellione californiana del “fai da te” li hanno portati, lentamente ma con costanza, dove li conosciamo tutti oggi: tra le leggende. Il boom con l’album Smash del 1994, diventato l’album indipendente più venduto di tutti i tempi, ha aperto le porte a generazioni che il punk l’hanno sentito per la prima volta alla radio, non solo in garage.

La generazione millennial europea ha conosciuto The Offspring in modo un po’ diverso. Mentre i “veri punk” storcevano il naso davanti a quello che amavano chiamare “punk californiano da femminucce”, la maggior parte di noi, in quegli anni, era ancora incollata a Cartoon Network. E proprio lì, nel contesto meno punk possibile, è arrivata una svolta che nessuno avrebbe potuto prevedere: Pretty Fly (For a White Guy) è diventata il pezzo portante del cult animato Ed, Edd ’n Eddy. Così una delle canzoni punk rock più riconoscibili è diventata di colpo l’inno pomeridiano degli scolari di tutta Europa. Un’intera generazione ripeteva ossessivamente “Gunter glieben glauten globen”, senza sapere, all’epoca, molto prima di Google e YouTube, che si trattava di una frase presa in prestito dal pezzo Rock of Ages dei Def Leppard del 1983. L’album Americana è diventato dall’oggi al domani moneta scolastica, merce di scambio e forse anche la cassetta più piratata della sua epoca.

E anche se molti direbbero che Americana è stato il loro apice, la band dopo ha colpito ancora con una potente raffica di hit. Conspiracy of One ha portato la intramontabile Original Prankster e Want You Bad, due brani che hanno piantato definitivamente il loro status di band capace di colpire dove fa più male — nell’orecchio. Sono seguite Hit That, (Can’t Get My) Head Around You, la energica You’re Gonna Go Far, Kid e anche la più recente Coming for You, che ha confermato che The Offspring non sono affatto la reliquia di un’epoca passata, ma una band capace di trasportare la propria formula a ogni nuova ondata di ascoltatori.

Ed eccoci qui. Davanti a noi c’è una band che col punk rock ha unito (almeno) due generazioni — quelle con i ciuffi a punta e i piercing al labbro e quelle che dopo la scuola guardavano i cartoni e cercavano il significato delle strane parole tedesche all’inizio del pezzo. E mentre sul palco si accendono piano le luci, una cosa sola è chiara: questo non sarà solo un concerto. Sarà una macchina del tempo che ci teletrasporterà all’epoca in cui le scarpe da skate erano distrutte, i diari scolastici scarabocchiati e bastava avere un bel pezzo nel walkman per sentirsi invincibili. The Offspring stanno arrivando – e si portano dietro un pezzo della nostra giovinezza.

Alle 21 in punto era già chiaro, con Come Out and Play, che il punk dei 2000 non sta tornando… perché non se n’è mai davvero andato. All I Want e Want You Bad hanno fatto sì che il palazzetto esplodesse — la prima volta, quella sera, che il pubblico è davvero “impazzito”. Dagli adolescenti con magliette degli Offspring nuove di zecca, ricevute ancora intonse dai genitori, al signore brizzolato in giacca di jeans che nel 1994 stava palesemente già in prima fila… e lì è rimasto, nell’anima.

La scaletta correva veloce e incisiva: Staring at the Sun, Original Prankster, Hammerhead, Hit That, Bad Habit… un classico dopo l’altro, una scarica di adrenalina dopo l’altra. Dopo Bad Habit arriva il primo intermezzo comico del chitarrista Noodles, che dice al pubblico che siete “out of your f*cking mind”, poi ha “testato” le capacità vocali, e subito dopo è arrivato il suo sproloquio da MC, in cui ha stimato con sicurezza che nel palazzetto ci sono “almeno un milione di persone”. Il pubblico sembrava avergli creduto al volo. Evidentemente con Fly Guy condivide le competenze matematiche — come Fly Guy nel videoclip voleva un tatuaggio col numero 13 e ne ha ottenuto uno col 31, anche Noodles ha stimato la sala in un milione. Il punk rock è pur sempre una scienza esatta, ma divertentemente imprecisa. Poi è arrivato un set di cover dedicate soprattutto al defunto Principe delle Tenebre Ozzy Osbourne. Hanno suonato Electric Funeral, Paranoid e Crazy Train. Qui ci sono anche In the Hall of the Mountain King (Edvard Grieg) e I Wanna Be Sedated (Ramones).
Ma poi è arrivato uno dei momenti più forti della serata — Gone Away. Dexter si è messo al pianoforte, ha presentato il pezzo e in poche frasi ha spiegato perché è nato: per la perdita di qualcuno di molto vicino e per la domanda su come si faccia ad andare avanti. Quando si sono accese le lucine dei telefoni, Linz è piombata nel silenzio più totale. La voce di Dexter era sorprendentemente potente, controllata e pulita — tale che molti direbbero che il cantante di una band punk rock “non dovrebbe averla”. Eppure ce l’ha. E Gone Away, quella sera, era commovente in modo quasi malsano.

Quando il palazzetto si è ripreso dal coma emotivo, era tempo per un nuovo sbandamento comico di Noodles. Ha salutato la folla, si è un po’ scatenato col microfono e ha sganciato ancora quel magnifico, fragoroso, totalmente senza filtri “F*CK!”, che ha funzionato come una specie di rito di purificazione prima dei pezzi successivi.

E poi è arrivato il momento che tutto il palazzetto aspettava: Pretty Fly (for a White Guy). Subito dopo i riff iniziali, dal fondo del palco si sono alzati enormi Fly Guy gonfiabili. Ballavano sul palco come se Fly Guy avesse finalmente avuto il suo minuto di gloria, dimostrando di saper sollevare l’aria, l’ego e anche il pubblico, tutto insieme. Quando il pezzo si è riversato nel ritornello, anche i presenti più innocenti si sono sentiti come se avessero di nuovo il gel luccicante nei capelli e davanti a sé un altro lungo giorno d’estate del 1999.

Il finale del concerto è andato solo in crescendo: Why Don’t You Get a Job? con enormi beach ball colorati, durante The Kids Aren’t Alright Noodles è inciampato un po’ sulla chitarra d’apertura, ma se il punk è mai stato questione di perfezione, allora io sono Britney Spears — la maggior parte del pubblico non se n’è nemmeno accorta, ha continuato a cantare e ha recuperato tutto con l’energia., You’re Gonna Go Far, Kid come cazzottone d’energia per la generazione più giovane e Self Esteem come finale definitivo. Il palazzetto ha cantato gli ultimi ritornelli così forte, come se volesse coprire trent’anni di storia.

Il pubblico era completamente entusiasta, ognuno ha riconosciuto il proprio inno, e la band ha dimostrato di essere ancora maestra di interazione, umorismo e puro punk rock. Self Esteem non era solo un pezzo, ma una lezione di autostima: urla, balla, ripeti. È evidente che The Offspring dominano ancora il gioco in cui le generazioni si intrecciano, l’energia non cala e il punk resta vivo, che tu abbia 13 o 70 anni.

E quando le luci si sono spente piano piano, una cosa era chiara: se The Offspring non ti mettono in piedi, allora probabilmente il problema non è la band — ma sei tu. Il punk rock era di nuovo vivo, il cuore di Linz batteva al ritmo della California, Fly Guy ballava ancora, nelle nostre teste, e il pubblico se ne andava con un battito che resterà nella memoria ancora a lungo dopo che l’arena si sarà svuotata.

Autori: Denis Paradiž & Helena Medved
Foto: Denis Paradiž

Scaletta:
1. Come Out and Play
2. All I Want
3. Want You Bad
4. Looking Out for #1
5. Staring at the Sun
6. Original Prankster
7. Hammerhead
8. Hit That
9. Make It All Right
10. Bad Habit
11. Electric Funeral / Paranoid (Black Sabbath cover)
12. Crazy Train (Ozzy Osbourne cover)
13. In the Hall of the Mountain King (Edvard Grieg cover)
14. I Wanna Be Sedated (Ramones cover)
15. Gotta Get Away
16. Gone Away
17. Why Don’t You Get a Job?
18. Pretty Fly (for a White Guy)
19. The Kids Aren’t Alright

Encore:
Lullaby (registrazione)
20. You’re Gonna Go Far, Kid
21. Self Esteem

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