A Grounding in Numbers
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Van Der Graaf Generator
Etichetta: Esoteric Recordings
Uscita: 2011
Durata: 48:50
Voto: 5/5
Domanda da montepremi al quiz musicale: nomina gli unici esponenti dei pionieri del prog rock anni Sessanta che sono ancora oggi una band attiva in studio, che continuano a sfornare con apparente leggerezza album eccellenti, all’altezza dei loro tempi d’oro, e che quasi ogni anno si trascinano in giro per i palchi di mezza Europa. La risposta, per niente complicata se il concorrente è anche solo un po’ fan del prog, è chiara e forte: Van Der Graaf Generator!
Genesis, Pink Floyd ed ELP non esistono più da un pezzo, anche se ufficialmente non si sono mai sciolti, i King Crimson ‘vegetano’ da otto anni senza schiodarsi di un centimetro, i Jethro Tull sono ormai solo una band da concerti, mentre gli Yes senza Jon Anderson sono diventati la parodia di se stessi. A differenza degli altri pionieri del prog appena citati, che hanno perso da tempo la motivazione, l’ispirazione creativa o semplicemente non sono riusciti a seppellire l’ascia di guerra fra i membri delle rispettive formazioni, gli araldi delle lande post-apocalittiche Van Der Graaf Generator, che dall’album “Trisector” (2008) in poi lavorano come terzetto di compagni inseparabili, negli ultimi anni scoppiano letteralmente di slancio, inventiva e freschezza. Lo dimostra anche il loro ultimo lavoro, senza dubbio l’album prog più atteso del 2011.
Il camaleonte della voce Peter Hammill, l’organista tuttofare Hugh Banton e il maestro dei tamburi Guy Evans non sono più da un pezzo i ragazzi coi capelli lunghi che negli anni Settanta facevano innamorare con una serie di capolavori musicali stravaganti, del tutto unici e altamente sperimentali, capaci di lasciare un segno indelebile sulla mappa del prog, ma nonostante il peso degli anni restano un modello di chimica reciproca perfetta, di sorprendente coesione strumentale e di intellettualismo lirico, frutto da sempre dell’unico, riconoscibile da lontano genio di Hammill.
“A Grounding in Numbers” è il terzo album dopo la reunion della band nel 2005 e la loro seconda prova in studio dopo l’addio dello storico fiatista David Jackson, che ha deciso di dedicarsi alla carriera accademica ora che gli anni passano. Va detto subito che “A Grounding in Numbers” è stilisticamente tutt’altro disco rispetto all’ottimo predecessore “Trisector”, il che per i VDGG non è certo chissà quale sorpresa, ma si tratta comunque di una svolta molto positiva verso un’atmosfera quasi totalmente diversa e dell’ennesima prova che la band è ancora capace di rinnovarsi a ogni nuovo album mantenendo allo stesso tempo la sua inconfondibile componente sonora centrale. Stavolta il clima è decisamente meno cupo di quello a cui questi pionieri post-apocalittici ci hanno abituato, anzi, al contrario: l’energia, il messaggio e l’atmosfera della maggior parte dei pezzi richiamano un’epoca lontana, quando il mondo era ancora più semplice e meno corrotto. Si potrebbe dire che sul lato ambientale l’album sia attraversato da un’energia affine a quella dei tempi in cui il trio, alla fine degli anni Sessanta, iniziava il proprio cammino musicale, e a questo contribuisce anche l’ottima produzione. Nel ruolo di mixatore si è distinto il leggendario produttore Hugh Padgham.
Anche stavolta pullulano improvvisazioni interessanti dal sapore jazz, e anche su questo fronte il trio è in splendida forma. I due compagni di Hammill, che pure sono maestri assoluti dei loro strumenti (organo e batteria), si sono cimentati per la prima volta anche come chitarristi: Banton su “Smoke” ed Evans su “553”. I testi di Hammill sono, come al solito, un insieme di giochi di parole al vetriolo sul totale sfacelo sociale del sistema turbocapitalista e di allusioni a vari enigmi matematici, passatempo preferito da sempre di tutti e tre gli intellettuali/scienziati mancati dei VDGG. Come dicono già il titolo dell’album e la copertina, che contengono una metafora e un simbolo del termine elettrotecnico di messa a terra, stavolta l’accento è sui numeri insoliti, misteriosi, e sul loro significato. “A Grounding in Numbers” contiene il maggior numero di brani (13) per un singolo album in tutta la storia in studio della band. Anche se la maggior parte dei pezzi dura meno di sei minuti, cosa a dir poco insolita per questa band, sono tutti diversissimi l’uno dall’altro nella loro alta sperimentalità, pur lasciando sempre sentire uno stretto legame fra loro.
“Your Time Starts Now” è un’apertura inaspettatamente placida, che parte con il suono solenne e riconoscibile dell’organo di Banton. Le corde vocali di Hammill sono sempre in gran forma, mentre la sua teatralità da camaleonte, come al solito, trasuda cinismo. Il dottor Lingua, con l’aiuto dei cori di Banton, crea senza fatica un’atmosfera davvero epica. Il testo di “Mathematics” si riferisce all’equazione di Eulero, considerata negli ambienti scientifici una poesia matematica. La paranoia crescente è alimentata da una fusione di gusto fra massicce cortine d’organo e acrobazie vocali, mentre le parti ritmiche di taglio jazz sostengono bene la generosa complessità del pezzo.
Il caotico “Highly Strung” è una delle creazioni più sperimentali del disco, dotato di un motivo sinistro fatto di una frase di chitarra stonata e di vere e proprie follie d’organo, quelle che potevano nascere solo sotto la regia di Banton. I cambi di batteria imprevedibili di Evans e la sua firma, cioè l’unione di massa rock e raffinatezza jazz mentre bombarda senza pietà il suo set, sono puro balsamo per tutti i maniaci di prog rock e jazz fusion. Il breve strumentale “Red Baron” è segnato dal riverbero dei piatti, da stacchi di batteria penetranti e dal suono rimbombante dell’organo, che finiscono per far dominare un’autentica atmosfera orientale.
“Bunsho”, il cui testo si riferisce a un preciso periodo di governo della storia giapponese, è un brano a medio ritmo interrotto da spiritose frasi di chitarra, passaggi d’organo penetranti, rullate di batteria furiose e sfoghi vocali temperamentali. Il maestro Hammill, se gli gira, con un’improvvisa ruvidezza vocale sa ancora scatenare un vero inferno in terra. “Snake Oil” è incoronato da una melodia d’organo scatenata sopra cui poggia la voce poetica di Hammill, che stavolta si scioglie di cinismo, dato che il testo parla della fame turbocapitalista di petrolio. La composizione, altamente sperimentale, viene più volte tagliata da colpi di batteria devastanti, da un sinistro effetto di chitarra, da trame d’organo melodrammatiche e dalla rabbia crescente del dottor Lingua.
“Splink”, un altro strumentale più breve, è pervaso da un’atmosfera nostalgica costruita su un’improvvisazione batteria-organo, a cui subentra, per iniziativa propria, un motivo piuttosto bizzarro al clavicembalo. L’incisivo “Embarrassing Kid”, intriso di energia adolescenziale, è condito con cambi ritmici caotici e saltellanti e una linea di chitarra ringhiante, mentre il maestro Hammill è ancora una volta in uno dei suoi momenti vocali più temperamentali. Nella malinconica “Medusa”, sopra un motivo ripetuto, torna un clima un po’ più conciliante, che però sa ancora molto di post-apocalisse. Il testo è relativamente insolito per i canoni classici dei VDGG, perché racconta di una donna volubile. Sarebbe difficile scegliere i picchi del disco, visto che dà il meglio come insieme, ma se proprio bisogna, tra questi rientrerebbe senza dubbio l’epica “Mr. Sands”, che si distingue per una melodia d’organo drammatica, cambi di batteria a scatti, imprevedibili come sempre, e una prestazione vocale fenomenale con l’immancabile gallone di umorismo al vetriolo, che risveglia i ricordi dei mitici anni Settanta, quando i VDGG contribuivano a creare i momenti migliori del prog.
“Smoke” è un’altra creazione estremamente interessante. La caratterizzano un motivo di chitarra innovativo, una combinatoria ritmica sparpagliata, passaggi d’organo scatenati e lo straordinario senso di Hammill per la teatralità vocale, in cui genialità e follia si mescolano allo stesso tempo. L’avanguardistico-paranoico “5533” contiene autentiche improvvisazioni fusion dal più profondo degli abissi infernali e un altro degli algoritmi lirici di Hammill, in cui lui risolve con ambizione uno dei suoi enigmi matematici preferiti. La conclusiva “All Over The Place”, che è anche il brano più lungo del disco, è decorata da un motivo sacrale all’organo. Questo, grazie allo sbalorditivo camaleontismo del dottor Lingua, col tempo vira in una fusione scatenata e minacciosa delle classiche, emozionantissime caratteristiche sonore dei VDGG. Anche questo pezzo è pervaso da un’atmosfera malevola e melodrammatica, diventata nei decenni così tipica di questa leggendaria band.
Anche dopo più di quarant’anni i Van Der Graaf Generator restano garanzia di innovazione prog rock elevata alla decima potenza, e il trio porta avanti con successo la direzione sonora tracciata negli ultimi tre anni. “A Grounding in Numbers” è un nuovo capolavoro, che entusiasmerà e stupirà insieme i fan di lunga data e chi ha cominciato da poco a scaldarsi per la loro ricca eredità. L’inseparabile trio, con la sua incredibile capacità di rigenerazione sonora e soprattutto con il cuore, ha dimostrato ancora una volta che i vecchi gatti che hanno aiutato a rimettere in piedi il genere sono sempre quelli che portano a termine la loro missione nel modo più convincente, e che la maggior parte delle moderne band cosiddette prog non gli arriva neanche alla cintola.
Formazione
Peter Hammill – voce, pianoforte, chitarra elettrica (e basso Ashbory su “Splink”
Hugh Banton – organo (inclusi i pedali basso), basso, clavicembalo, pianoforte, basso a 10 corde, glockenspiel, chitarra su “Smoke”
Guy Evans – batteria, percussioni, chitarra su 5533
Produzione
Van Der Graaf Generator
Tracklist
1. Your Time Starts Now
2. Mathematics
3. Highly Strung
4. Red Baron (strumentale)
5. Bunsho
6. Snake Oil
7. Splink (strumentale)
8. Embarrassing Kid
9. Medusa
10. Mr. Sands
11. Smoke
12. 5533
13. All Over the Place