A Matter Of Life And Death

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Iron Maiden
Etichetta: EMI Records
Uscita: 2006
Voto: 4/5

Gli Iron Maiden sono tornati con il loro quattordicesimo album (incredibile come passa il tempo) dal titolo vagamente filosofico “A Matter Of Life And Death”. Dopo “Dance Of Death” (2003), un disco comunque buono, che però zoppicava per una cronica carenza di idee nuove e una produzione sbiadita, i Maiden hanno rifatto finalmente un album classico, di quelli che è un piacere ascoltare dall’inizio alla fine e in cui a ogni nuovo ascolto scopri qualcosa di nuovo. Allo stesso tempo posso dire che è il loro album più progressivo dopo l’indimenticabile “Seventh Son Of A Seventh Son” (1988). Non lo dimostra solo la durata dei singoli pezzi, ben sei dei quali superano i sette minuti, né il fatto che sia il loro disco più lungo finora, ma anche le strutture complesse e ramificate dei brani. Il disco ha ovviamente di nuovo quel suono Maiden inconfondibile, che riconosci a un miglio di distanza, eppure suona come nessun altro album della band prima di questo, ed è quindi di nuovo qualcosa di totalmente unico. Non ricordo infatti un loro disco con un andamento così equilibrato dei brani come insieme, soprattutto per quanto riguarda la qualità costante dei singoli pezzi. Qui non ci sono cali di livello evidenti, ma d’altra parte nemmeno dei veri favoriti che spiccano sugli altri, come invece succedeva, per dire, nel predecessore. Certo, a colpire di più sono i pezzi in cui hanno infilato qualche idea nuova, innestandola con abilità nel loro suono tradizionale ed evitando con altrettanta abilità i cliché triti e ritriti. Nel disco si sente anche che negli ultimi anni gli Iron Maiden hanno raggiunto un nuovo livello di maturità, cosa che si nota sia nell’atmosfera generale dell’album sia nei testi, che nel loro stile tradizionale si interrogano sull’assurdità della guerra e delle religioni organizzate. L’album rappresenta così il ritorno spirituale più riuscito della band agli anni ’80 dopo l’arrivo di Dickinson. Detto questo, nemmeno stavolta ci si può più aspettare marce infernali e a rotta di collo tipo “The Trooper”, perché la maggior parte dei brani è per lo più su tempi medi. Con gli anni i Maiden hanno semplicemente iniziato a puntare soprattutto sul romanticismo e sulla liricità, anche se alle orecchie di chi ascolta sanno ancora darle di santa ragione.

L’album si apre in modo quasi classico con un calcio in faccia intitolato “Different World”, che con il suo ritornello melodico e orecchiabile e il ritmo marciante prosegue con successo la tradizione delle opener della band e ti afferra all’istante. Nel brano non manca l’immancabile intreccio di armonie di chitarra a tre voci con i soli riconoscibili dei singoli chitarristi. “These Colours Don’t Run” è una creatura semi-epica, ancora una di quelle magnifiche cavalcate Maiden dettate dalla ritmica ineguagliabile del duo Harris-McBrain. Anche stavolta l’ascoltatore può ammirare la linea di basso saltellante di Harris e i riff tradizionali dei chitarristi. Quando partono i soli di chitarra inattesi, riconoscerai le invenzioni a mitraglia di Murray, l’approccio classico di Smith e lo sfregare sporco delle corde di Gers. Mi pare che stavolta siano finalmente riusciti a sfruttare questo aspetto molto meglio, anche se probabilmente quel potenziale non verrà mai sfruttato fino in fondo. E poi, naturalmente, uno degli elementi principali dell’intensità e della drammaticità dei singoli pezzi è l’insostituibile voce di Dickinson, anche stavolta in forma strepitosa. Entrambi i primi due brani diventeranno con ogni probabilità parte fissa delle loro scaletre future. Segue un’altra composizione a tempo medio, che è sulla buona strada per entrare anch’essa in scaletta. “Brighter Than A Thousand Suns” ha, per i loro standard, un riffing piuttosto grezzo, che però viene sempre ammorbidito da sottili passaggi di chitarra acustica e dai registri vocali cangianti di Dickinson. Il brano ricorda decisamente qualcuno dei loro pezzi più vecchi. Anche qui il pregio principale è la linea di basso rombante di Harris, insieme agli assoli dei vari chitarristi. È uno di quei classici poemi epici della band con melodie in più parti, che a ogni ascolto ti lasciano qualcosa di nuovo. “The Pilgrim” è uno dei pezzi più interessanti del disco. Si apre con un tipico riffing e un ritmo di sapore celtico, che cambiano insieme di velocità e intensità. Nello spirito è un altro pezzo classico, che per i riff di chitarra ricorda più di tutti qualcosa dell’inizio degli anni ’90. “The Longest Day” è senza dubbio il momento di gloria di Harris nell’album: il suo basso sferragliante è qui ottimamente lubrificato, mentre il canto operistico di Dickinson è tra i migliori del disco. Senza dimenticare i fantastici rullate di Nicko alla batteria. Anche qui i chitarristi tirano fuori qualcuno dei loro riff più sporchi, e dopo l’assolo di Murray arriva quel classico, infallibile motivo celtico dei Maiden, che poi si alterna con gli assoli dei singoli chitarristi. La malinconica e romantica “Out Of The Shadows” mostra gli Iron Maiden di oggi, che danno un po’ più spazio al romanticismo e alla sottigliezza. Ci sono delle eccezionali parti di chitarra a tre voci. Anche questo è uno di quei brani che uniscono maturità e suono tradizionale della band. “The Reincarnation Of Benjamin Breeg”, uscita, e direi a sorpresa, anche come singolo, ha un’introduzione malinconica tradizionale seguita da un riffing piuttosto hard rock per i loro standard, con la voce di Dickinson di nuovo eccellente. L’intensità del pezzo non cala e anche questo brano troverà di certo la sua strada nel repertorio dal vivo, anche se il mistero di Benjamin Breeg resta ancora irrisolto. Anche “For the Greater Good Of God” ha un’introduzione splendida e romantica, e dimostra ancora una volta che col passare degli anni i Maiden diventano sempre più nostalgici e romantici, senza nessuna intenzione di rincorrere le tendenze metal del momento. Quando arriva il passaggio melodico, tutti i migliori elementi della band vengono fuori al massimo. Il ritornello è di quelli che si sono già sentiti molte volte nei loro lavori precedenti, ma il pezzo si distingue per la grande varietà, con un’alternanza fantasiosa di ritmi, riff e assoli, e anche il finale è quanto mai ispirato e geniale. “Lord Of Light” ha una struttura Maiden classica: intro lento, poi un ritmo travolgente e marciante con ampi scambi di riff. I singoli assoli all’interno di questa composizione sono tra i migliori del disco, e i cambi di ritmo sono come sempre entusiasmanti. La epic conclusiva “Legacy” si apre con una delicata introduzione acustica, poi ti afferra con un autentico fendente d’acciaio celtico-medievale dall’atmosfera eccezionale e dai passaggi malinconici. L’onda dei ritmi e l’alternarsi dei passaggi sono straordinariamente fluidi e anche stavolta posso elogiare tutti e tre i chitarristi. Il brano dimostra perché gli Iron Maiden sono sempre stati un fattore importante nello sviluppo del metal progressivo. Chi li conosce da tempo si aspetta, a ragione, che il pezzo di chiusura sia il migliore o almeno uno dei migliori del disco, e “Legacy” conferma questa fama.

A differenza del predecessore, stavolta la produzione è eccellente. Il suono della band è straordinariamente vivo e dà la sensazione di essere il risultato di un’esibizione collettiva in studio e non di tante registrazioni singole, come ormai è prassi. Ed è proprio questo uno dei fattori principali per cui l’atmosfera è completamente diversa rispetto al disco precedente. I Maiden sorprendentemente suonano ringiovaniti e danno l’impressione di essere riusciti a rinnovare uno stato d’animo che mostrava già segni di noia. Da menzionare anche la copertina totalmente “retro”, una vera chicca, soprattutto rispetto a quelle schifezze in 3-D con cui ci hanno spaventato negli ultimi anni, anche se gli elmetti dei soldati-zombie avrebbero potuto essere un po’ più marcatamente americani.

“A Matter Of  Life And Death”, con grande sollievo e gioia dei loro ascoltatori di sempre, dimostra che gli Iron Maiden sono ancora capaci di fare un album che dopo “Brave New World” (2000) può tranquillamente ammiccare ai loro lavori migliori, anche se da un pezzo è chiaro a tutti che i loro lavori migliori apparterranno sempre agli anni ’80. Allo stesso tempo si nota subito che di idee nuove e interessanti ne hanno parecchie, ma le sottomettono comunque al loro suono tradizionale, che non hanno nessuna intenzione di svendere. Anche se ormai da tempo non sono più tra le band più giovani, sono ancora in grado di creare quell’atmosfera indimenticabile che ti incanta all’istante con la sua intensità e la sua forza espressiva, tipiche solo di loro. Tutto questo è la conferma che “A Matter Of Life And Death” è un album che entusiasmerà sia i fan storici della band sia nuovi ascoltatori, soprattutto gli amanti delle sfumature progressive dentro il metal. Gli Iron Maiden, rinnovati nell’energia, tornano così a scoppiare di energia e dimostrano che dopo tutti questi anni sono ancora gli inarrivabili maestri di epica, intensità e innovazione, confermando perché si meritano a pieno titolo il titolo di migliore band metal di tutti i tempi.

Formazione

Bruce Dickinson – voce
Steve Harris – basso & tastiere
Dave Murray – chitarra
Adrian Smith – chitarra
Janick Gers – chitarra
Nicko McBrain – batteria

Produzione

Kevin Shirley

Tracklist

1.) Different World
2.) These Colours Don’t Run
3.) Brighter Than a Thousand Suns
4.) The Pilgrim
5.) The Longest Day
6.) Out of the Shadows
7.) The Reincarnation of Benjamin Breeg
8.) For the Greater Good of God
9.) Lord of Light
10.) The Legacy

Durata dell’album: 72:06

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