A Salty Dog

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Procol Harum
Etichetta: A&M Records / Interscope
Uscita: 1969
Durata: 40:18
Voto: 5/5

Gli indimenticabili pionieri del prog rock Procol Harum, che nella formazione classica – il carismatico cantante e pianista Gary Brooker, il virtuoso della chitarra blues rock Robin Trower, il poliedrico tastierista Matthew Fisher, il solido bassista Dave Knights, l’incredibilmente costante batterista B.J. Wilson e l’eterno, acutissimo paroliere Keith Reid – hanno creato la maggior parte dei loro sempreverdi più belli, con il loro terzo album in studio se ne vanno fino in riva al mare, dove, ascoltando vecchie ballate marinare, gli viene l’idea di affinare ancora di più il loro vincente e innovativo approccio musicale.

»A Salty Dog« segna un cambiamento importante nello stile di composizione e arrangiamento rispetto ai due album precedenti dei Procol Harum: il loro sound è diventato molto meno oscuro, ogni brano ha finalmente capo e coda e la cura degli arrangiamenti orchestrali ha raggiunto un nuovo livello. Come si addice a questi eterni innovatori, il disco è straordinariamente vario e mescola con spirito avventuroso blues, pop, rock sinfonico e folk. Su »A Salty Dog« sono arrivati anche i primi attriti tra l’eterno bluesman, il chitarrista Trower, e il resto della band sulla direzione sonora da prendere, cosa che si sente chiaramente soprattutto in »Crucifiction Lane«. Matthew Fisher, che ha anche prodotto il disco, ha lasciato il gruppo subito dopo l’uscita e sarebbe tornato solo nel 1991 per l’album »Prodigal Stranger«, ponendo fine alla formazione classica dei Procol Harum.

L’album si apre nel migliore dei modi possibili con il pezzo centrale, la title track, una delle ballate più belle della storia del rock classico, uscita anche come singolo. È una canzone nostalgica su un povero vecchio marinaio ‘messo sotto dal tempo’, ma con un lieto fine. Il testo è in parte un’allegoria del declino dei mestieri tradizionali, soprattutto di quelli che legavano l’uomo alla natura, come in questo caso la navigazione. La voce di Brooker, che strappa il cuore, racconta in modo melodrammatico come i marinai, davanti a un bicchiere di rum, ‘muoiano’ lentamente a rate, mentre le loro vecchie navi arrugginiscono sempre più in mezzo al porto, finché la situazione all’improvviso non migliora; il tutto è intriso di maestosi arrangiamenti orchestrali e di un melos romantico che farebbe sobbalzare anche il cuore più d’acciaio. L’atmosfera, sui fragili suoni del pianoforte,  oscilla di continuo tra il fatalista e il solenne, finché sul meraviglioso ritornello all’improvviso spunta un raggio di luce che illumina con tutta la sua forza il triste destino del marinaio rassegnato, che nonostante tutto prende di nuovo il mare. A quanto pare anche il batterista B.J. Wilson (1947-1990), purtroppo scomparso, venne illuminato all’improvviso da un grande raggio di luce mentre Brooker gli cantava e suonava al pianoforte, per la prima volta, questa immortale creatura. Alla fine Wilson fu così commosso da dichiarare che era la canzone più bella che avesse mai sentito.

»The Milk Of Human Kindness« è un incrocio di umore brioso tra blues e rock sinfonico, con un testo scherzoso e sarcastico del tipo che Reid adorava alla follia. Un riff di chitarra un po’ brillo ondeggia tra i suoni temperamentali di pianoforte e organo, mentre Barrie James ‘B.J.’ Wilson alla batteria mantiene un ritmo saltellante. »Too Much Between Us« è una dolce ballata acustica con la tipica voce malinconico-vellutata di Brooker, che per atmosfera e ritmo, sul caldo suono dell’organo di Fisher, ricorda un po’ una ninna nanna per bambini. »The Devil Came From Kansas«, un po’ una presa in giro allegorica dell’eterna ossessione americana per ogni possibile culto religioso e anche del loro tradizionale consumismo, è un blues rocker tutto grinta con un riff di chitarra imponente e una dispettosa melodia d’organo, che ne fanno il pezzo più duro del disco. Nel cantare Brooker è aiutato dagli altri compagni, che creano armonie vocali di grande effetto.

Il folk rocker »Boredom«, in cui l’iniziativa vocale passa a Fisher, è un brano pastorale semplice ma divertente, con suoni di flauto, cimbalo e dolci accordi di chitarra acustica, accompagnato da un testo spiccatamente satirico sull’apatia della società moderna. »Juicy John Pink« è un breve blues rocker con graffianti suoni di armonica e la voce di Brooker in un umore un po’ alticcio. Qui si sente chiaramente l’influenza compositiva di Trower, mentre il ruolo centrale spetta al suo riff di chitarra ripetitivo e pieno di grinta.

Il mistico »Wreck of the Hesperus«, dove il testimone vocale passa di nuovo a Fisher, è invece uno dei capolavori più compiuti della loro carriera, con maestosi e melodrammatici arrangiamenti orchestrali che ancora oggi fanno leccare i baffi agli intenditori di prog sinfonico. Il testo torna a toccare le avventure marinare e racconta di un naufrago perso chissà dove in mezzo all’oceano, mentre la stella della sera gli indica la strada verso la riva. Nella mitologia greca antica Hesperus, personificazione della stella della sera, era figlio della dea dell’aurora Eos (da noi Zarja) e fratello di Eosphorus (talvolta noto anche come Prosphorus o, soprattutto più tardi, nella mitologia cristiana, come il famigerato angelo caduto Lucifero).

Anche il capolavoro symphonic rock »All This And More«, che contiene un complesso alternarsi di tempi, è uno dei momenti migliori del disco, con la voce di Brooker, che strappa il cuore, che si fonde alla perfezione con piangenti passaggi di chitarra e una fragile melodia di pianoforte. La malinconica ballata blues rock »Crucifiction Lane« è un brano Trower da cima a fondo, che sa già un po’ della sua futura carriera solista e mostra chiaramente perché le vedute sulla direzione sonora dei Procol Harum tra lui e gli altri membri abbiano cominciato a divergere. La voce inconsolabile di Trower è sorretta da un possente fraseggio di chitarra, fragili sfumature di pianoforte e un ritmo ripetitivo, il tutto incoronato da un assolo di chitarra da leccarsi i baffi.

Il sinfonico brano conclusivo di Fisher, »Pilgrim’s Progress«, vanta una splendida melodia sempreverde e un suono d’organo caldissimo, quasi ipnotico, che si sposa alla perfezione con la sua voce sognante, creando un’atmosfera quasi da ambient solenne, soprattutto nella parte finale con battiti di mani e vocalizzi briosi. Alcune ristampe in CD di questo album includono anche la bonus track »Long Gone Geek«, uscita originariamente come lato B del singolo »A Salty Dog«. Si tratta di un altro blues rocker grintoso con un testo scherzoso su un maldestro secchione.

»A Salty Dog« è uno dei risultati migliori della lunga e movimentata storia di questi indistruttibili pionieri del prog rock, che hanno creato la maggior parte dei loro capolavori più belli nei primi anni di carriera. Bastava già la sola title track, sulla fine del romanticismo marinaro a causa dell’irruzione di nuove tecnologie che distruggono i rapporti umani autentici, perché il disco si guadagnasse fin dall’uscita uno status di culto: questo indimenticabile sempreverde, con la sua natura straordinariamente contemplativa, ammalia ancora oggi l’ascoltatore, anche se pure gli altri brani del disco non sono per niente ‘robetta’.

Formazione

Gary Brooker – voce, pianoforte, celesta, chitarra a tre corde, campane, armonica, arrangiamenti orchestrali
Robin Trower – chitarra, voce (09), chitarra acustica, tamburello
Dave Knights – basso
Barrie Wilson – batteria, percussioni, tabla
Matthew Fisher – organo, voce (05, 07, 10), marimba, chitarra acustica, pianoforte, chitarra ritmica, arrangiamenti orchestrali
Kellogs – flauto
Keith Reid – testi

Produzione

Matthew Fisher

Tracklist

1. A Salty Dog (4:41)
2. The Milk of Human Kindness (3:47)
3. Too Much Between Us (3:45)
4. The Devil Came from Kansas (4:38)
5. Boredom (4:34)
6. Juicy John Pink (2:08)
7. Wreck of the Hesperus (3:49)
8. All This and More (3:52)
9. Crucifiction Lane (5:03)
10. Pilgrims Progress (4:32)

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