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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Jethro Tull
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1980
Voto: 3.5/5

Finito il tour di “Stormwatch” (1979), Ian Anderson, lontano discendente dello scatenato dio greco Pan e dell’astuto pifferaio di Hamelin, decise di registrare il suo primo album solista, con cui voleva dimostrare a certi inconsolabili sapientoni che i Jethro Tull non sono affatto solo un altro nome per Ian Anderson Band. Allo scopo chiamò in soccorso il velocissimo Eddie Jobson, uno dei più grandi polistrumentisti dell’epoca, che fino ad allora si era fatto notare collaborando con leggende come King Crimson (con loro non è mai stato un membro ufficiale, però diede una mano a ri-registrare qualche parte strumentale sul loro secondo live “USA”), Roxy Music, Frank Zappa e UK. Eddie si portò dietro anche il batterista Mark Craney, con cui stava incidendo il primo album solista di Jobson. Con loro due e con il fresco bassista dei Tull David Pegg (più noto come storico bassista dei Fairport Convention) al fianco, Ian si infilò in studio per tirare fuori qualcosa di diverso rispetto al sound dei Jethro Tull di allora, intriso di folk rock. A un certo punto si accorse che gli mancava un chitarrista elettrico e fece una mossa di cui oggi si pente parecchio. Invitò a collaborare, in origine solo su qualche pezzo, il suo vecchio commilitone dei Tull Martin “Lancelot” Barre. Così facendo portò a tre il numero dei membri dei Tull presenti. Alla fine Martin suonò su tutti i brani dell’album, perché tra i musicisti era scattata una chimica incredibile. Ian voleva voltare le spalle al folk rock imbevuto di acustica e creare qualcosa di moderno per quei tempi, un hard rock elettrificato e condito di finezze elettroniche. Nel frattempo fece capire chiaramente agli altri tre membri storici dei Tull (cioè John Evans, David Palmer e Barriemore Barlow) che, finito l’esperimento solista, contava di nuovo su di loro. Poi però arrivò la grande sorpresa. Quando i pezzi grossi della Chrysalis, con Terry Ellis in testa, ascoltarono il disco, vollero a tutti i costi che “A” (A come Anderson) uscisse come album dei Jethro Tull e non come progetto solista di Ian. Ellis, per giunta, fece girare all’insaputa di Ian la notizia che Jobson era diventato il nuovo membro della band, anche se sull’album compare ufficialmente solo come ospite speciale. Quando gli altri tre della vecchia formazione dei Tull scoprirono dai giornali di non far più parte del gruppo, ci rimasero malissimo, ovviamente, e Ian ancora oggi si dispiace per il modo in cui è finita la loro avventura. Jobson aveva chiarito fin dall’inizio di essere solo un ospite speciale e non un membro ufficiale, e che dopo il tour intendeva dedicarsi ad altri progetti. Ma il danno era fatto: Evans e Palmer non sono mai tornati e Ian ha dovuto rinunciare per parecchio tempo a quel suono naturale e sincero di tastiere e arrangiamenti orchestrali che aveva fatto la grandezza del gruppo negli anni ’70.

L’elemento chiave che rende “A” un esperimento così speciale e un album totalmente a sé nell’intera discografia dei Tull è senza dubbio il contributo musicale dell’androgino maestro Jobson, che ha portato nella band il suono maestoso e orchestrale del piano elettrico e dei sintetizzatori, modernissimi per l’epoca, che con un piede erano già dentro gli anni ’80, mentre il suo violino elettrico, dentro alcuni pezzi, teneva vive quelle sfumature folk rock tipiche del sound di fine anni ’70. Anche per questo “A” si può considerare un album di transizione, a metà strada tra il folk prog rock e l’hard rock sintetico con spruzzate di new wave che avrebbe dominato la loro musica per tutti gli anni ’80. Craney, dal canto suo, ha portato un modo di suonare la batteria enormemente massiccio e dinamico, tipico anche del suo predecessore di scuola jazz, cosa per nulla sorprendente visto che aveva collaborato con il leggendario violinista francese Jean-Luc Ponty. Nonostante con l’arrivo degli anni ’80 uno si aspetterebbe una svendita totale dell’originale magia dei Tull a favore di un pop robotizzato (cosa che in effetti è successa quattro anni dopo), qui non è così: su “A” si trovano ancora diverse gemme luminose condite di folk, anche se senza veri e propri favoriti, come invece capitava nei loro capolavori.

L’opener “Crossfire” è un hard rocker energico in perfetto stile Tull, che ti spara l’adrenalina in circolo anche se hai la testa addormentata, arricchito da sottili passaggi di piano, possenti finezze chitarristiche di Martin e una morbida melodia di flauto che crea una combinazione dinamica di folk e hard rock. Ian qui (e per gran parte dell’album) è in una delle sue migliori versioni vocali. Anzi, con questa ricetta nascerà la maggior parte delle cose migliori che faranno negli anni ’80. Sul “Flyingdale Flyer”, carica di energia e dall’impronta commerciale, uscito anche come singolo, Jobson mostra per la prima volta in modo più chiaro il suo uso virtuoso dei sintetizzatori ambientali, che si fondono alla perfezione con gli spiritosi passaggi di flauto e chitarra. L’epico ritornello mette in luce l’interesse lirico di Ian per l’aviazione, che stavolta ha preso il posto della navigazione nella lista delle sue passioni. “Working John, Working Joe”, un pezzo incandescente e un filo monotono dal punto di vista ritmico, in cui Ian torna a toccare i problemi sociali della Gran Bretagna thatcheriana e la vita sotto l’occhio vigile del Grande Fratello, si regge su un ritornello a più voci e su un riff affilato che torna più volte. Gli ottimi arrangiamenti ambientali di Jobson alle tastiere e la voce di Ian, dal timbro da martire sofferente, tirano questa solida creatura fuori dal grigiore della mediocrità. Su “Black Sunday”, epica e drammatica, uno dei brani più pittoreschi dell’album, i Tull mostrano ancora una volta in modo eccellente il loro mix energico di hard rock, suoni elettronici e arrangiamenti celtici di tastiere. Drammatici suoni di sintetizzatore annunciano l’ingresso in un tempo vivace, dove regna un’incredibile intesa tra flauto e chitarra. L’espressività vocale drammatica di Ian, sostenuta da chitarre seghettate e da spiritosi inserti jazz al piano, nello stile di quelli dei tempi di Jobson negli UK, è una vera delizia per tutti gli amanti della drammaticità celtica. Particolarmente succosa la seconda parte del pezzo, quando entra alla grande il classico assolo di chitarra di Barre, a cui si aggiunge l’assolo di flauto di Ian che crea una genuina malinconia celtica. “Protect And Survive” è un altro splendido classico dei Tull, che ancora oggi ogni tanto finisce nel loro repertorio dal vivo. L’ottimo motivo celtico di flauto in apertura, accompagnato da un ritmo al galoppo e da suoni ambientali di tastiere, crea l’atmosfera dei preparativi per una battaglia. Qui si può ammirare anche la mitragliata incandescente di Craney sulle pelli. Ian per la prima volta, e per poco, sperimenta un effetto digitale che robotizza la voce, un giochino con cui si divertirà anche negli album successivi. L’affilato e spiritoso “Batteries Not Included” è uno dei più grossi esperimenti elettronici del disco, dove i suoni dei synth elettronici accompagnano un ritmo incisivo e una voce digitalizzata, che anche in condizioni così estreme si riconosce senza problemi. Ciò che completa il ritmo possente e variegato, intriso di suoni di flauto pieni di brio, sono gli ottimi passaggi di violino elettrico, che integrano alla grande il suono tradizionalmente tagliente della chitarra di Martin. Anche i suoni elettronici delle tastiere si incastrano incredibilmente bene nel ritmo al galoppo. “Uniform” sarebbe un pezzo piuttosto noioso se non venisse salvato dai suoni schizoidi del violino elettrico di Jobson, che per tutto il tempo galleggiano tra folk rock tradizionale ed elettronica e creano un’atmosfera “uniformata”. È uno dei rari momenti dell’album in cui il violino di Jobson riesce per un attimo a mettere in ombra perfino il flauto di Ian, e già solo per questo il pezzo merita un’attenzione in più. “4.W.D. (Low Ratio)” è un esperimento piuttosto bizzarro, riuscito solo in parte, a metà strada tra il pub rock in stile Dire Straits e il tradizionale folk prog dei Tull. I suoni da bar del piano, il ritmo funky e le sbbrodolate di flauto creano l’atmosfera di un pigro pomeriggio assonnato. La voce di Ian, passata nel ritornello attraverso uno speciale effetto basso, l’assolo fantasioso di Barre e i tanti effetti elettronici sono i pregi principali di questo pezzo piuttosto nella media. L’allegra combriccola torna poi alle sue tradizionali scorribande folk rock con lo strumentale scanzonato “The Pine Marten’s Jig”, dove, mentre vanno verso la baita di caccia, fanno una deviazione anche in un pub scozzese. Oltre al classico folk rock, stavolta molto vicino ai compagni di Pegg, i Fairport Convention, dentro si trovano anche parecchie trovate interessanti, portate dalle splendide armonie tra il flauto di Ian e il violino di Eddie. Si sentono chiaramente anche Martin, con i suoi caratteristici ganci hard rock alla chitarra, e il borbottio melodico del basso di David. La ballata di chiusura “And Further On” è un altro classico lamento celtico nella miglior tradizione della band, impreziosito dalla voce straziante di Ian, da passaggi orchestrali ambientali di piano e sintetizzatori e da passaggi di chitarra di Martin crudi ma allo stesso tempo sottili, che garantiscono la chiusura giusta per uno degli album più insoliti nella storia del gruppo.

L’attuale riedizione di “A” farà felici tutti gli amanti dei video, perché porta in dote un DVD bonus con l’intero “Slipstream”, il loro primo video concerto ufficiale. Si tratta di un’ottima registrazione di un concerto del tour di “A”, che presenta questa formazione particolare e di breve durata anche come eccellente interprete di alcuni dei classici più amati dei Tull. La maggior parte dei brani è accompagnata da video spassosissimi, che mostrano lo straordinario talento d’attore di Ian, spesso al confine con l’autoparodia e un carisma senza limiti. Ian, tra le altre cose, interpreta il suo alter ego Aqualung in apertura e in chiusura dello show e sull’omonimo classico, il bonario conte Dracula su “Sweet Dream” e un vecchio satiro su “Too Old To Rock’n’Roll To Young To Die”, che a mio parere è il loro video più divertente, dove l’intera formazione brilla in vari travestimenti. Il repertorio è comunque limitato e privato di un bel po’ di classici. Eppure, oltre a “Black Sunday” e “Flyingdale Flyer”, pezzi di “A” suonati con energia, questa formazione rilegge a modo suo anche classici più vecchi come la ballata celtica acustica “Dun Ringill”, “Songs From The Wood”, “Heavy Horses”, dove Jobson infila anche un ottimo assolo di violino elettrico, “Skating Away On The Thin Ice Of A New Day” e “Locomotive Breath”. Anche se manca un bel po’ di favoriti, è un documento interessante di questa incarnazione effimera della band, che sul palco è vestita con tute da paracadutista bianche con il simbolo A, vera personificazione del kitsch da anni ’80. Resta il fatto che tutto sbiadisce davanti alla consapevolezza che i Tull hanno in magazzino tanti, ma tanti video molto migliori dagli anni ’70, di fronte ai quali roba come “Slipstream” va a nascondersi in un angolino.

“A”, insieme alla burla da Grammy “Crest Of A Knave” (1987), è senza dubbio uno degli esperimenti più divertenti dell’intera discografia dei Tull, che alla fine si è rivelato perfino sorprendentemente ascoltabile e ha sfornato parecchie gemme interessanti. Nonostante i saltuari esperimenti con i suoni elettronici (che, a differenza dei futuri tentativi del genere, sono suonati come si deve e non suonano sintetici) c’è ancora abbastanza del classico sound folk rock da potercisi godere l’ascolto senza problemi. E questo nonostante sia ormai lontanissimo dalla genuina magia folk dei loro album del passato. Se fosse uscito come esordio solista di Ian, si sarebbe meritato un dieci pieno, così invece resta un solido esperimento, che annunciava già la progressiva sintetizzazione del suono e tempi creativi più duri per i vecchi felini del rock progressivo, costretti in qualche modo a farsi largo attraverso gli inospitali anni ’80. “A” è un album di transizione dinamico che la maggior parte dei fan saprà guardare con comprensione, come figlio della sua epoca. I meriti principali, se il disco non delude affatto e se il passaggio al nuovo suono non è troppo spietato, vanno proprio a Jobson e Craney, che hanno lasciato la band già a fine tour. Jobson negli anni seguenti si è dedicato alla musica per il cinema e la TV (per esempio per la serie Miami Vice), mentre Craney è morto tragicamente non molto tempo fa per le complicazioni di un trapianto non riuscito. A lui Ian, come è giusto che sia, ha dedicato la riedizione dell’album, che resta un ricordo unico del suo primo album solista, che non lo è mai diventato.

Formazione

Ian Anderson – voce, flauto
Martin Barre – chitarra elettrica
Dave Pegg – basso
Mark Craney – batteria

MUSICISTA OSPITE:
Eddie Jobson – tastiere, violino elettrico

Produzione

Ian Anderson e Robin Black

Tracklist

1. Crossfire (3:54)
2. Fylingdale Flyer (4:36)
3. Working John, Working Joe (5:04)
4. Black Sunday (6:36)
5. Protect and Survive (3:37)
6. Batteries Not Included (3:53)
7. Uniform (3:34)
8. 4.W.D. (Low Ratio) (3:42)
9. The Pine Marten’s Jig (3:28)
10. And Further On (4:22)

Durata dell’album: 42:46

La riedizione del 2004 include anche il DVD “Slipstream”:
1. Introduction (3:15)
2. Black Sunday (6:44)
3. Dun Ringill (2:30)
4. Fylingdale Flyer (4:02)
5. Songs From The Wood (4:54)
6. Heavy Horses (6:06)
7. Sweet Dream (4:04)
8. Too Old To Rock ‘n’ Roll Too Young To Die (5:58)
9. Skating Away On The Thin Ice Of The New Day (3:14)
10. Aqualung (8:58)
11. Locomotive Breath (7:30)

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