Age Of The Joker
Artista: Edguy
Etichetta: Nuclear Blast
Uscita: 2011
Durata: 65:34
Voto: 2/5
Il nono album in studio dei tedeschi Edguy spinge ancora più a fondo la sperimentazione della band con uno stile che ci portiamo dietro più o meno dai tempi di “Mandrake” (2011). Se “Rocket Ride” era ancora un livellamento di buon gusto di questa sperimentazione, “Tinitus Sanctus” era arrivato al limite. “Age Of The Joker” spinge ancora oltre e il limite del buon gusto lo supera di slancio.
Gli Edguy infilano sempre più elementi presi dall’hard rock melodico nel loro stile. E ci danno dentro troppo, con quell’aria sicura di sé. I riff sono aperti, semplici, banali nell’impostazione: appena senti l’attacco di una frase di chitarra, puoi già prevedere come andrà avanti il pezzo. L’uso delle tastiere è sempre più prominente, con suoni di synth che pescano le strutture sonore del pop rock e dell’hard rock melodico degli anni Ottanta. Per quanto mi giri e rigiri a cercare il pelo nell’uovo, alla band qualcosa riesce comunque. Gli Edguy mantengono infatti il loro suono riconoscibile, anche se non è difficile tirare in ballo un sacco di paralleli con band che hanno detto tutto già un’eternità fa e che per gli Edguy sono, ovviamente, influenti e fonte d’ispirazione.
Gli Edguy, intanto, badano a conservare la loro bombastica pomposa, che resta attaccata alla loro incisione sonora e stilistica, e allo stesso tempo “allungano” di nuovo i pezzi sulla minutaggio ormai noto, che quasi per regola gravita oltre i cinque minuti e mezzo (Robin Hood, Behind The Gates Of Midnight World, Rock Of Cashel, Pandora’s Box), oppure moltiplicano idee (già usate) (Arcane Of Guild, Faces In The Darkness) , così alla fine ci ritroviamo con 11 brani che oscillano per qualità, mentre l’album lascia addosso la sensazione di inespressività di una zuppa tiepida che non ha raggiunto la lucentezza espressiva desiderata.
Cosa vuole ottenere la band con tutto questo? In primo luogo pensa all’accessibilità generale e a piacere alla massa. In questo periodo gli Edguy sono una specie di versione tedesca dei Sonata Arctica. La popolarità di entrambe le band è, a prima vista, difficile da spiegare, eppure. I Sonata Arctica, glassati di zucchero, viaggiano al confine con il pop, tanto che a volte è già difficile contarli nel metal. Gli Edguy, invece, continuano ostinatamente ad ammorbidire suono e stile, e cresce la sensazione che da una band euro power metal di qualità e di fama si stia passando a una band senza gli attributi di una direzione musicale decisa, a cui c’è da temere che alla fine toccherà il nomignolo di “joking metal”. “Fake metal”, metal suonato solo per scherzo e non sul serio.
Two Out Of Seven con quelle spruzzate di perversioni nei versi porta un confronto diretto con il suono dei synth che usavano gli hit pop degli anni Ottanta e che, a livello sonoro e di produzione, non sta insieme per niente al riff di chitarra. È l’esempio tipico di come gli Edguy qui si degradino da soli. In realtà il pezzo è tutto Edguy dalla testa ai piedi, ma la sensazione che lascia è semplicemente patetica, perché la combriccola che ci sta dietro è capace di molto di meglio. La piattezza e lo sviluppo noioso dell’album, “grazie” a una scaletta fatta per lo più di brani a medio tempo, non li lava via certo nemmeno la ballatina Every Night Without You, che resta nel cliché e nel disinteresse più totale. In pezzi come Breathe (a parte quel suono di synth cretino nella strofa) e Fire On The Downline la band riesce a tirare fuori, nei ritornelli portanti, gli attributi che adornavano i lavori più vecchi degli Edguy. Purtroppo, stavolta, momenti così sull’album sono in netta minoranza.
Le parti strumentali sono tirate per le lunghe, e spesso rallentano e atrofizzano del tutto il pezzo, come per esempio in Rock Of Cahsel, dove gli Edguy infilano elementi folk, soluzioni melodiche dei motivi completamente clichéistiche, che accendono con convinzione giusto nella veste acustica e nelle mani di band britanniche/irlandesi, che a questo approccio sono votate fin dalle basi . Ovviamente gli Edguy cercano di nascondere di nuovo, con furbizia, questo succoso pugno di merda dietro l’etichetta luccicante del cazzeggio, che (a volte in modo proprio forzato) accompagna la band quasi per obbligo da “Mandrake” in avanti. “Non hai capito la battuta? Tranquillo, bello, ci stiamo solo prendendo un po’ in giro!” Questa roba funziona all’infinito forse solo con i sordi. E Pandora’s Box con il suo esperimento a metà di “delta blues”? Nessun problema. La band è semplicemente alla portata di tutti, battute insipide comprese. Se non l’avete capito, c’è qualcosa che non va in voi, non negli Edguy. La verità sta altrove. Con Pandora’s Box nella scaletta è finito un altro pezzo difficile da digerire, dinamicamente del tutto inceppato per via della sperimentazione con contenuti che alla band non si addicono per niente e a cui la band, nel suo spirito, nella sua essenza di base e col cuore, non è mai appartenuta. Se l’album fosse stato concettuale, questi esperimenti avrebbero avuto più senso.
“Age Of The Joker” è un album che non si schioda da dov’è. La voce di Sammet si è assottigliata, con gli anni si è anche abbassata, e nelle linee alte si sente che i versi li tira fuori a fatica, dal fondo delle viscere. Questo timbro sottile non si sposa per niente con i pezzi a medio tempo, perché, con un impianto strumentale così banale, non porta il giusto riempitivo melodico, anche se la voce di Sammet è, in fondo, orientata proprio a questo principio. Per brani così ti serve una voce più potente e più corposa, come quella di Jorn Lande, Johnny Gioeli o Russell Allen. Per Sammet sarebbe quindi meglio che gli Edguy tornassero al più presto a flirtare con gli elementi dell’euro power metal e accordassero mezzo tono più in basso.
“Age Of The Joker” non è un album divertente, non è nemmeno un album speciale, né un nuovo passo avanti nella crescita artistica della band. È un comprarsi il favore delle masse con la scusa del cazzeggio, da parte di una band a corto di idee e logora, che il suo apice creativo l’ha evidentemente toccato nel 2001. Il prodotto è rivolto rigorosamente solo ai fan più accaniti, che credono nei loro beniamini come nell’incarnazione di una divinità infallibile in tutto ciò che fa. Sammet, che scrive musica e testi interamente da solo, è sì un mago, ma stavolta non è riuscito a monetizzare il suo talento. Resta solo un pensiero che aiuterà a dimenticare questo album e una domanda retorica: “Quando esce il nuovo album degli Avantasia?”
Formazione
Tobias Sammet – voce
Jens Ludwig – chitarra, dobro
Dirk Sauer – chitarra
Tobias “Eggi” Exxel – basso
Felix Bohnke – batteria
MUSICISTA OSPITE:
Eddy Wrapiprou – tastiere
Produzione
Sascha Paeth
Tracklist
1. Robin Hood (8:24)
2. Nobody’s Hero (4:31)
3. Rock of Cashel (6:18)
4. Pandora’s Box (6:45)
5. Breathe (5:03)
6. Two Out of Seven (4:27)
7. Faces in the Darkness (5:22)
8. The Arcane Guild (4:58)
9. Fire on the Downline (5:47)
10. Behind the Gates to Midnight World (8:56)
11.Every Night Without You(4:52)