Alan Parsons a Klagenfurt: l’intesa vincente con Kip Winger (2013)

ALEŠ PODBREŽNIK
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Luogo: Klagenfurt / Wörtherseebühne / Austria
Data: domenica, 04.08.2013


I perfezionisti del concerto art rock Alan Parsons Live Project stavolta hanno fatto tappa a Klagenfurt, dove hanno preso possesso del palco proprio sulla riva dell’idilliaco lago alpino Wörthersee. Dopo la serata a Vienna con la leggenda inglese della musica, produttore e ingegnere del suono Alan Parsons e la sua banda di musicisti a tutto tondo, quando abbiamo assistito a una fantasia live perfetta, nel miglior modo professionale possibile, le aspettative per lo show di Klagenfurt erano comprensibilmente alte, se non addirittura più alte di prima. A dare una spinta in più c’era di certo il fatto che Alan, per questo tour, aveva invitato come ospite speciale il cantante americano di culto Kip Winger, noto soprattutto come frontman della glam metal band Winger, anche se negli ultimi anni si è affermato alla grande pure come musicista solista di tutto rispetto.

Il polistrumentista Kip, che oltre a cantare ogni tanto durante lo show suonava anche la chitarra acustica, è entrato negli Alan Parsons Live Project come sostituto temporaneo, estivo, del cantante PJ Olsson, un altro vocalist fantastico, la cui voce è sempre stata l’ideale per eseguire i leggendari successi dei The Alan Parsons Project. PJ, che in autunno tornerà nella band di Alan, ha dovuto rinunciare al tour estivo per impegni improrogabili, e così Kip è subentrato al suo posto come se fosse nato per farlo. Anche dietro le tastiere c’era un’altra persona rispetto al solito: per il tour estivo Tom Brooks ha preso il posto dello storico tastierista Manny Focarazzo. A molti di noi, però, premeva soprattutto scoprire come sarebbero suonati i classici di lunga data dei TAPP cantati da un frontman “molto americano” come Kip Winger. Del resto i membri della band di Alan sono tutti americani, il che per uno che per la maggior parte della sua carriera professionale ha lavorato con musicisti britannici, a cominciare da The Beatles e Pink Floyd, è piuttosto curioso, ma del tutto logico, visto che da tempo vive con la famiglia nella celebre città californiana di Santa Barbara.

La scaletta della serata era molto simile a quella del nostro precedente incontro a Vienna, con la piacevole sorpresa che Alan e i suoi compagni di avventura hanno aperto il concerto con il classico di »The Turn Of a Friendly Card« (1980) »May Be a Price to Pay«, a metà del quale Kip non ci aveva ancora convinti del tutto che le sue versioni dei sempreverdi dei TAPP potessero risultare convincenti quanto quelle di PJ. Poco dopo, al microfono principale per l’esecuzione del megahit di »Ammonia Avenue« (1984) »Don’t Answer Me« è subentrato il capo in persona, Alan, sul palco di nuovo rialzato di un gradino con le sue tastiere rispetto agli altri membri della band, anche se stavolta si è mosso molto di più e ha mostrato un umore ancora migliore di quello a cui eravamo abituati a Vienna. Dopo la scomparsa del cofondatore dei TAPP, il cantante/tastierista scozzese Eric Woolfson, Alan si è preso il diritto esclusivo di cantare i due più grandi successi di questo gruppo indimenticabile e, anche se le sue interpretazioni vocali non raggiungono gli originali, funzionano comunque molto bene. Qui il sassofonista/cantante Todd Cooper, che ha aiutato Kip nella maggior parte delle parti cantate e in diversi momenti ha fatto da voce principale, ha vissuto il suo primo “momento da star” della serata con un possente assolo di sax.

Il signor Winger ci ha conquistati definitivamente con una versione magnifica di quella ricarica di energia che è »Damned If I Do«, con cui ha giustificato il suo tipico look americano da bellimbusto e monello, che lo faceva spiccare parecchio in mezzo alla compagnia radunata sul palco. Durante il medley »Breakdown/The Raven«, dove anche Cooper lo ha aiutato con grande partecipazione al canto, ormai eravamo tutti ad ammirare la sua straordinaria bravura vocale. Quanto sia davvero bravo come cantante, Winger l’ha mostrato soprattutto nei momenti più tranquilli, come nella sempre commovente ballad »Time«, che ha cantato con un ardore tutto speciale, quasi al livello del cantante originale di questo classico, cioè Woolfson. Su »I Wouldn’t Want to Be Like You« si è messo in luce come voce principale, per la prima e ultima volta nella serata, anche l’ottimo chitarrista Alastair Greene, che stavolta era in forma smagliante e ha regalato ancora qualche improvvisazione spiritosa in più rispetto al nostro precedente incontro.

Una lezione eccezionale di armonie vocali multiple la band di Alan l’ha data in modo riuscitissimo anche sul melodrammatico pezzo da novanta »La Sagrada Familia«, con cui hanno ricordato il leggendario architetto spagnolo Antoni Gaudí e il suo grande progetto architettonico, ancora oggi incompiuto. A un certo punto Kip ha invitato il pubblico, che sui pezzi più famosi cantava a squarciagola ed era insolitamente vivace per degli austriaci proverbialmente freddi, a cominciare a scandire il nome di Alan. La versione germanizzata del suo nome, però, suonava come “Alen” invece di Alan, e lui stesso ha fatto notare la cosa, metà per scherzo e metà sul serio. Il produttore barbuto, di stazza imponente ma dalla voce tanto più piacevole, ha vegliato per tutto il tempo con cura sulla sua band, passando con eleganza dalla chitarra al sintetizzatore.

Intanto non ha dimenticato di citare il suo ultimo doppio album dal vivo »Live Span« (2013), registrato a Stoccarda, in Germania, il 24.03.2013, che prima, durante e dopo il concerto è andato a ruba tra i presenti. Uno dei punti più alti della serata è stata senza dubbio l’esecuzione dell’intera seconda metà dell’album già citato »The Turn Of a Friendly Card«, che hanno suonato quasi per intero. I due cantanti principali, cioè Winger e il sassofonista Cooper, ci hanno entusiasmati in modo particolare con il pomposo catalizzatore di energia »Snake Eyes« e con la commovente ballad »Nothing Left To Lose«. Quest’ultima è stata un’altra piccola, vera scuola sull’uso fenomenale delle armonie vocali multiple, che Alan e compagni hanno studiato fino alla perfezione.

L’atmosfera del concerto si è ulteriormente infiammata con una versione splendida del classico di »Pyramid« (1978) »What Goes Up«, che Winger ha cantato anche stavolta in modo fenomenale, convincendoci ormai del tutto che era, per così dire, l’ospite vocale ideale. È seguito il lungo strumentale »Luciferama«, composto dagli strumentali di culto »Lucifer« e »Mammagamma«, in cui, come previsto, hanno inserito improvvisazioni extra. L’impianto audio è stato sempre a un livello invidiabile, cosa assolutamente scontata per un perfezionista del suono del calibro di Alan. Una menzione speciale se la merita anche il batterista Danny Thompson, che proprio quella sera festeggiava il compleanno, mentre il bassista Guy Erez ci ha entusiasmati con una raffica di improvvisazioni splendide.

Anche »Don’t Let It Show« e »Prime Time«, altri due successi indimenticabili dei tempi d’oro dei TAPP, sono venuti fuori in modo fantastico, ed è arrivato il grande culmine della serata. Parliamo ovviamente del più grande successo dei TAPP in assoluto, »Eye in The Sky«, che, come sempre, è stato introdotto dal non meno leggendario strumentale »Sirius«, usato per le presentazioni delle partite dalla famosa squadra NBA dei Chicago Bulls ai tempi d’oro di Michael Jordan. È quel momento magico di ogni show degli Alan Parsons Live Project in cui l’euforia si prende il pubblico, che comincia a correre dalle sedie verso il palco, e Alan per un po’ torna a essere la voce centrale della serata. In tanti, tra il pubblico, quella sera sono tornati col cuore ai loro anni giovanili, quando gli hit dei TAPP stavano in cima alle classifiche e per quasi tutti gli anni Ottanta li passava ogni radio che si rispetti.

Il bis non si è fatto attendere a lungo, e i maestri della perfezione sonora ci hanno prima entusiasmati con il sempre utilissimo propulsore dell’atmosfera da concerto »(The System) of Doctor Tarr and Professor Fether«. Poi, con l’esecuzione della malinconica ballad »Old and Wise«, durante la quale molte coppie di una certa età si sono prese per mano ricordando la giovinezza, la temperatura è scesa per un attimo, ma non è durata a lungo. Alan e i suoi fedeli sudditi, con la bomba conclusiva da »The Turn Of A Friendly Card«, »Games People Play«, che col suo testo intellettuale lascia sempre agli ascoltatori un ulteriore “osso filosofico da rosicchiare”, hanno chiuso nel miglior modo possibile questa serata di soli superlativi, ricevendo un applauso scrosciante che non voleva proprio smettere. Era davvero incredibile osservare l’euforia del pubblico austriaco, considerando che all’inizio dello show molti posti a sedere erano ancora vuoti. A fine serata, invece, di posti liberi non ce n’erano certo in abbondanza.

Chiunque voglia vivere una serata di pura perfezione sonora, melodie sfacciatamente contagiose e virtuosismo senza limiti, con alcuni dei più grandi classici rock degli anni Settanta e Ottanta, non deve perdersi per nessun motivo un concerto degli Alan Parsons Live Project. Non importa se al microfono c’è PJ Olsson, la voce ideale per ricreare la magia delle versioni originali in studio dei classici dei TAPP, o Kip Winger, che con la sua voce magicamente melodica aggiunge un valore in più.

autore: Peter Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik


Setlist:
01. May Be a Price to Pay
02. Don’t Answer Me
03. Damned If I Do
04. Breakdown / The Raven
05. Time
06. I Wouldn’t Want to Be Like You
07. La Sagrada Familia
08. The Turn of a Friendly Card (Part One)
09. Snake Eyes
10. The Ace of Swords
11. Nothing Left to Lose
12. The Turn of a Friendly Card (Part Two)
13. What Goes Up
14. Lucifer / Mammagamma
15. Psychobabble
16. Don’t Let It Show
17. Prime Time
18. Sirius
19. Eye in the Sky
—dodatek—
21. (The System of) Dr. Tarr and Professor Fether
22. Old and Wise
23. Games People Play

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