Brutal Assault 2013 (primo giorno) – riscaldamento gelido e partenza rovente!
Autore: Rok Klemše
Foto: Nina Grad
Luogo: Vojenska pevnost Josefov / Jaromer / Repubblica Ceca
Data del concerto: 08.08.2013
Pubblico: 15.000
Repubblica Ceca. Terra di birra, salsicce e dei nostri ex compagni dietro la cortina di ferro. Ma la Repubblica Ceca è anche la casa di uno dei più grandi festival europei di metal estremo, il Brutal Assault, che quest’anno ha tagliato il traguardo della diciottesima edizione. Sì, la location di quella che un tempo era una fortezza militare prussiana, anno dopo anno, mette in fila un cartellone di band pazzesco, e già solo per questo il pellegrinaggio in questa piccola cittadina ceca diventa inevitabile.
Da qualche anno il programma ufficiale del Brutal Assault è completato da una serata di »warm-up« altrettanto ufficiale, che all’inizio proponeva solo formazioni ceche e polacche, ma che ha presto allargato l’offerta a nomi più altisonanti. L’anno scorso, per dire, a scaldare l’atmosfera c’erano gli Anaal Nathrakh, quest’anno nientemeno che i veterani del thrash metal della Bay Area, i Testament. E prima di loro, la serata di mercoledì è stata segnata dalle esibizioni degli americani Jungle Rot (death metal), dei croati E.N.D. (groove metal) e degli eroi di casa Malignant Tumour.
Questi ultimi sono saliti sul palco alle nove di sera, davanti a un’area praticamente piena zeppa. Se c’è una cosa certa, è che il pubblico ceco è davvero fedele, come si è visto anche nei giorni successivi, quando persino le band che suonavano la mattina presto avevano davanti già centinaia di persone. Beh, i Malignant Tumour sono evidentemente dei pezzi da novanta del metal locale e ceco: nel resto del festival poche band hanno avuto un pubblico altrettanto fedele. Ma come tutto il resto da queste parti, anche i Malignant Tumour sono… boh, cechi e basta. La loro versione del »grind« suona come una copia scadente e generica dei Motörhead, con pezzi monotoni e uguali l’uno all’altro come due uova. In più il frontman Bilos ha cianciato per tutto il tempo, con aria menefreghista, solo in ceco (o meglio, come il 95% dei cechi, non sa mezza parola di inglese) e ha sparato trecento volte »Kurva!«, una versione ceca, e ancora più fastidiosa, del nostro Marjan. L’unica cosa davvero emozionante del concerto dei Malignant Tumour è stato lo show pirotecnico, che il quartetto si è concesso come se fosse una di quelle band da stadio tipo i Metallica.
Il vero motivo per presentarsi al warm-up di mercoledì, però, erano i pesi massimi del thrash americano Testament, che dal loro album del ritorno The Formation of Damnation in poi lasciano facilmente nella polvere la (autoproclamata) grande quaterna del thrash. A dimostrarlo ci sono l’ottimo disco ancora fresco, Dark Roots of Earth, e i concerti energici ed esplosivi che Chuck Billy e i suoi compagni di thrash infilano uno dopo l’altro come se niente fosse. Così avrebbe dovuto essere anche il concerto al Brutal Assault, ma le aspettative, che erano alte, si sono sciolte come una bolla di sapone già alle prime note. Non solo il suono era così pessimo che i Testament su quel palco enorme si potevano scambiare per una scarsa band grind ceca in un localaccio di provincia, ma la cosa più triste è che la band sembrava reduce da una prova fatta male. A deludere è stato soprattutto il »chief« Chuck Billy, che ha cantato davvero male e senza convinzione, ingoiandosi le parole e, per giunta, dimenticandosi pure i testi. Se a livello strumentale la formazione suonava ancora all’altezza del proprio nome, si sentiva che i Testament hanno preso il concerto con la mano sinistra, oppure che, per via del suono pessimo, non si sono nemmeno sforzati di suonare come si deve (ha steccato persino il proverbiale orologio atomico infallibile, il batterista Gene Hoglan). Con una scaletta che, a parte i pezzi del nuovo disco, i Testament si trascinano dietro da anni, a convincere davvero è stato solo il brutale Eric Peterson, non soltanto per la solida base ritmica, ma soprattutto per le vivaci vocals black metal che si è evidentemente portato nei Testament dal side project Dragonlord. Spero valga per i Testament il detto che anche i più grandi, ogni tanto, inciampano…
Dopo un warm-up che, soprattutto per colpa dei disastrosi Testament, era meglio cancellare dalla memoria il prima possibile, giovedì è finalmente partito il vero inizio ufficiale. Il Brutal Assault è un festival che, a differenza della maggior parte di quelli paragonabili, già dalla mattina presto propone nomi interessanti, a volte anche grossi, ma comunque sempre esclusivi. Di tempo per la colazione (liquida) quindi non ce n’era molto già giovedì, perché a mezzogiorno è salito sul palco il Godzilla death/doom metal di Tokyo, i Coffins. Il brutale quartetto giapponese, nonostante un bel ritardo, è salito sul palco tra il boato entusiasta del pubblico e in mezz’ora ha macinato Josefov con un mix primitivo ma diabolicamente potente di death metal infernale e lentezza malata da doom metal. I Coffins suonavano come death metal svedese old school sotto steroidi, soprattutto grazie alla voce disumana del frontman Ryo. Parlava poco (e quel poco era in un inglese storpiato alla Jackie Chan, prima della sua carriera hollywoodiana), ma in compenso ringhiava ancora di più, e il tutto risultava ancora più mostruoso con il sostegno delle doppie backing vocals del bassista Koreeda e del chitarrista Uchino. Sorpresa positiva della giornata!
Anche la tappa successiva era cucita addosso agli amanti del death metal, solo che questo suonava meno primitivo e più tecnico. Il palco accanto è stato infatti occupato dagli americani Decrepit Birth, guidati dal frontman Bill Robinson, che qualche mese fa abbiamo visto da noi con i Suffocation, dove ha sostituito Frank Mullen con risultati (dis)cutibili. Robinson si trova evidentemente molto più a suo agio nella band madre: ha dominato il palco e ha animato con successo il pubblico con battute divertenti, convincendo anche con una prestazione vocale buona, brutale e varia (Robinson ha brutalizzato col suo growl come il suo omonimo cinematografico distruggeva tutto ciò che era meccanico nel cult di serie B di Stephen King Maximum Overdrive). Soprattutto è bello sentire che i Decrepit Birth non sono una di quelle band metal »tecniche« che puntano tutto sulla masturbazione chitarristica e che negli ultimi anni sono spuntate come funghi. Gli americani sono prima di tutto una band death metal, che però arricchisce il proprio death con tanti cambi di ritmo e di tempo e con strutture dei pezzi imprevedibili e dinamiche. I Decrepit Birth sono stati la ciliegina sulla torta per gli amanti del death metal tecnico, e la mascella bisognava tenerla ben chiusa soprattutto per via della fantastica batteria di Samuel Paulicelli. Non ha offerto solo passaggi tecnicamente impressionanti e blast beat, ma anche tantissime sfumature da togliere il fiato, e la sua maestria l’ha dimostrata soprattutto alla fine, con un’esecuzione fenomenale del classico dei Death Crystal Mountain, durante la quale, per gioco, si è messo nei panni di Gene Hoglan.
Gli svedesi Dr. Living Dead!, mascherati da teschi e con tanto di fazzoletti da »gangsta«, hanno poi sorpreso con un mix energico, saltellante e vivo di thrash metal e hardcore. Il crossover micidiale ha fatto alzare in piedi la folla sempre più numerosa sotto il palco, e la cosa curiosa è che dietro la batteria, nascosto dietro lo pseudonimo Dr. Dawn, siede Thomas Daun, ex batterista di Dismember e Insision (dove per tanti anni ha menato anche Daniel Ekeroth, autore del libro Swedish Death Metal).
Uno dei momenti musicalmente più emozionanti e indimenticabili l’hanno regalato senza dubbio i veterani di Chicago Novembers Doom. Anche con loro il Brutal Assault ha dimostrato di potersi permettere esclusive totali: è stata l’unica data europea della band in questo periodo, e per di più i veterani americani del death/doom metal sabato hanno suonato anche un concerto acustico esclusivo. Ma la loro prima esibizione al festival dopo il 2009 è stata più nel segno della brutalità: in tre quarti d’ora i Novembers Doom hanno pescato soprattutto dal capolavoro in studio attuale, Aphotic. Nel loro show ci hanno trascinato i violini spaventosi, cupi e malinconici dell’intro dell’EP di otto minuti, The Dark Host. I Novembers Doom sono stati una delle poche band dell’intero festival a cui è riuscito di avere un suono piuttosto ottimale, e i ragazzi hanno avvolto in modo spettacolare il cortile della fortezza, nonostante il sole cocente, in una nube di oscurità depressiva. I Novembers Doom sono fantastici nel costruire un’atmosfera di perdizione, e il merito va soprattutto al brillante crescendo dei pezzi e alla geniale alternanza tra parti death metal pure e parti lente, calme, sensuali e morbose. L’iconico frontman Paul Kuhr con la sua presenza è senza dubbio il personaggio centrale del palco, ma Kuhr non è un burattino: è proprio lui, con i suoi testi intimi e confessionali e con una prestazione vocale commovente e allo stesso tempo cruda e aggressiva, il principale responsabile della grandezza della band. Alla combinazione di Paul fra growl animaleschi e voci pulite delicate, quasi da sirena, si avvicinano solo nomi come Dan Swanö e Mikael Akerfeldt, ed è davvero incredibile quanto bene funzionino e si completino i due mondi dei Novembers Doom. Non sono mancate le backing vocals affidabili del chitarrista Larry Roberts, e si è fatto notare anche il giovane batterista Garry Naples, che è entrato in modo convincente nei panni di Sasha Horn. Il carismatico Kuhr ha portato il pubblico infiammato anche sui dischi Into Night’s Requiem Infernal con l’epica e pesantissima I Hurt Those I Adore e su The Pale Haunt Departure con Dark World Burden, mentre per una fine fin troppo rapida ci hanno pensato i Novembers Doom con il classico Rain (la pioggia quel giorno non l’hanno evocata, ma il giorno dopo ci ha inzuppato per bene). Gli americani hanno preparato senza dubbio una delle esibizioni più belle e migliori del festival, e viene davvero da chiedersi come sia possibile che una band come i Novembers Doom resti così ingiustamente sottovalutata. Peccato davvero che la band, anche per la grave malattia del cantante, non possa permettersi tour europei più lunghi, ma d’altra parte è proprio per questo che un concerto come questo si è stampato ancora più forte nella memoria.
Il meraviglioso tempo di giovedì era perfetto per stendersi in uno dei vari spazi di »relax« che il festival offre, mentre la sete si spegneva ovviamente con la Budvar Budweiser (purtroppo con il nuovo sponsor la scelta di birra al festival non è più varia come in passato). Una sbirciata veloce, tra occhi e orecchie, al trio americano PHILM, guidato dal leggendario Dave Lombardo (Slayer). E qui l’interesse per la band finisce. I PHILM sono una specie di strano tentativo sperimentale che proprio non ti entra nelle orecchie. È bello vedere Lombardo in azione, certo, ma tutto qui.
Nel tardo pomeriggio la voglia di uccidere la mamma e di sodomizzare il cagnolino, o come direbbe il classico della leggendaria band death metal americana del Maryland, i Dying Fetus – Kill Your Mother, Rape Your Dog, ci ha trascinato di nuovo sotto il palco. Gli americani, ultimamente in un inarrestabile tour, hanno messo in scena uno dei concerti migliori del festival, e questo trio proprio non sa che cosa siano i segni di cedimento. La band si avvicina al ventesimo anniversario di attività, e solo grazie alla volontà instancabile dell’unico membro originale rimasto, John Gallagher. In tutti questi anni in formazione sono cambiati così tanti membri che non bastano le dita per contarli, e oggi i Dying Fetus suonano come trio. Cosa che a Gallagher, Sean Beasley (basso) e Trey Williams (batteria) non si nota nemmeno un po’. L’anno scorso la band ha pubblicato uno dei dischi migliori della sua carriera, Reign Supreme, e il palco è esploso sotto il peso di riff violenti già dalle prime note, dimostrando che bastano tre persone per produrre il rumore del Big Bang. L’affiatamento della formazione è fenomenale, per gli errori con i Dying Fetus semplicemente non c’è spazio, anche se i ragazzi sanno essere davvero complessi. Il suono della band era perfetto! In primo piano c’era la batteria disumana di Williams, con tutta la gamma di passaggi curati nei minimi dettagli e una velocità diabolica sui doppi pedali. Gallagher intanto si occupava di tagliare e fare a fette con riff fantastici e assoli infernali, che Beasley seguiva con facilità e un’abilità incredibile con un basso da “blunt force”, e il duo ha pensato anche a un duetto vocale demoniaco. Sostituendo quest’anno Frank Mullen nei Suffocation, Gallagher ha evidentemente migliorato anche la sua posizione di frontman: non se ne sta più lì immobile come un pezzo di legno, si muove un po’ di più e comunica meglio con il pubblico. Ma i Dying Fetus non hanno perso tempo in chiacchiere inutili: sono arrivati, hanno suonato e se ne sono andati.
Al passaggio dal giorno alla notte, con un’atmosfera fantastica e una delle migliori esibizioni del festival, ha “fatto il suo lavoro” una delle migliori formazioni metal nuove degli ultimi anni, i francesi Gojira. I ragazzi si erano fatti notare già con i primi demo, quando suonavano ancora con il nome Godzilla, poi per questioni di diritti d’autore sono stati costretti a cambiarlo nella trascrizione in romaji, Gojira. Con il nuovo nome hanno pubblicato l’esordio Terra Incognita e si sono fatti notare, e con The Way of All Flesh, uscito due anni fa, si sono installati sul trono del metal moderno, giustificando la fama di una delle giovani formazioni più promettenti. Il nuovo disco L’ Enfant Sauvage non ha fatto che consolidare il loro status. La loro esibizione al Brutal Assault di quest’anno è stata così potente e senza compromessi che sembrava che il leggendario mostro giapponese si fosse davvero mescolato al pubblico, scatenando nel mosh pit una vera apocalisse. Con l’opener devastante Explosia i Gojira hanno fatto saltare la testa a tutti gli scettici, quando fin dai primi istanti i chitarristi Joe Duplantier e Christian Andreu hanno cominciato, come se niente fosse, a passarsi arpeggi tappati da mozzare il fiato, con una marea di acrobazie chitarristiche incredibili sotto forma di trucchi unici di hammer-on e pull-off. Quando al duo si sono aggiunti il batterista tecnicamente perfetto fino all’ultimo dettaglio Mario Duplantier e il bassista Jean-Michel Labadie, i Gojira hanno preso a calci un’ultima volta il pubblico sbalordito e hanno gettato lo spazio sotto il palco in un terremoto devastante. Il mix di brutalità sfrenata, formato dalla batteria devastante del geniale Mario (che non per niente è uno dei più grandi nomi »moderni« della batteria metal), dai riff apocalittici e dalle melodie geniali, opera delle dita abili del duo di chitarristi che si muovono con maestria sul manico, è stato il motivo di alcuni momenti indimenticabili. I nuovi pezzi dell’ultimo disco hanno già preso bene tra il pubblico, e i Gojira con Oroborus, Flying Whales, Toxic Garbage Island hanno richiamato in modo incredibilmente efficace l’attenzione sui temi di cui parlano i loro testi. Il messaggio profondo sulla distruzione dell’ambiente, che l’umanità dà per scontata, con il sole che tramontava ha assunto un significato ancora più profondo… che l’umanità sarà l’unica responsabile del proprio zenit!
Il primo giorno il festival non ha davvero risparmiato niente ai visitatori, mettendo in fila un nome gigantesco dopo l’altro. Subito dopo i Gojira sul palco sono saliti i giganti newyorkesi del thrash metal Anthrax, che il disco uscito due anni fa, Worship Music, ha riportato tra i vivi. I veterani hanno suonato uno dei concerti migliori del festival e, continuando così, potranno recuperare con facilità il nome dei più grandi, che con il loro (non) fare negli anni Novanta avevano completamente cancellato. Worship Music è un vero ritorno in studio della band, e gli Anthrax sono una bomba di energia anche dal vivo. Il merito va soprattutto all’iperattivo frontman Joey Belladonna, che ha regalato anche una prestazione vocale eccezionale. Belladonna può vantare una voce davvero ben conservata, e anche il quartetto strumentale non era da meno. In band si è già ambientato il chitarrista Jonathan Donais (Shadows Fall), che ha sostituito il fuggitivo Rob Caggiano, ed è stato bello vedere la vivacità sul palco di Frank Bello, che non la smetteva mai di scapocciare e correre in giro, e si è comportato bene anche Jon Dette, che alla batteria sostituisce Charlie Benante. Fin qui tutto bene, ma la scaletta degli Anthrax si merita un bel voto negativo, perché una band con un repertorio del genere non dovrebbe permettersi simili passi falsi. Ok, Got the Time e Antisocial sono ormai inni degli Anthrax entrati nell’immaginario collettivo e nessuno si ricorda nemmeno più che non sono pezzi loro. Ma perché in mezzo ci sia stato bisogno di infilare le inutili T.N.T. e Long Live Rock ‘n’ Roll, che dagli originali non si distinguono granché, per me resta un mistero. Nonostante il leggero retrogusto amaro per il riempimento di minutaggio, gli Anthrax sono stati una bella sorpresa e una vera lezione di thrash.
I Fear Factory me li sono saltati per via delle voci pulite disastrose di Burton C. Bell, e li ho beccati proprio tra i classici finali Replica e Martyr, e devo dire che Bell per una volta mi ha persino sorpreso, perché le voci pulite non erano del tutto stonate. Ma il motivo principale per una delle ultime visioni della serata erano gli eccentrici thrasher canadesi Voivod. Con l’ultimo disco Target Earth i canadesi hanno dimostrato di poter funzionare benissimo anche dopo la morte del principale autore della musica, Piggy. Già con le prime note il quartetto ci ha piantato i denti nel collo come il cibervampiro Voivod e, come le onde, la musica della band ora ci mordicchiava il collo con dolcezza, ora ci succhiava il sangue in modo crudo e spietato. I canadesi, nonostante all’aeroporto avessero perso quasi tutta l’attrezzatura, hanno avuto probabilmente il suono migliore dell’intero festival e, non avendo con sé l’attrezzatura necessaria, hanno sorpreso anche con una scaletta piuttosto brutale. La band non è esplosa meno del pubblico sotto il palco. Il quartetto ha sfruttato ogni centimetro del palco, e Jean-Yves “Blacky” Thériault (basso), esplosivo ed energico, e Chewy sono saliti più volte sui monitor e hanno quasi saltato in prima fila. L’energia che erompe dai Voivod è incredibile e contagiosa all’istante: la musica e l’iperattività dei membri sul palco, che scapocciano e corrono senza sosta, ti risucchiano con facilità. Ma il vero maestro nell’animare il pubblico è il carismatico cantante Denis “Snake” Bélanger, a cui abbiamo davvero mangiato in mano e con cui ci siamo spanciati dalle risate davanti alle sue inconfondibili smorfie alla Voivod. Snake con la sua banda di guerrieri di ghiaccio ha creato con il pubblico un contatto davvero autentico. Era meraviglioso e quasi commovente guardare, sotto le dita di Chewy, come piazzava e sparava con sicurezza, e con grande rispetto per il lavoro di Piggy, accordi dissonanti, assoli da “outer limits” e un gioco con gli accordi, per usare un eufemismo, bizzarro ma geniale, che nel caso dei Voivod non puoi fare altro che amare. Dal coma si è risvegliato lo stesso Voivod e, attraverso le mani e i piedi di Away, ci ha rimescolato per bene. Quello che Michel Langevin riesce a tirare fuori da un set di batteria minimalista è incredibile: i siluri di doppio pedale e i passaggi devastanti sembravano suonati da almeno tre batteristi! Il materiale del nuovo disco si è dimostrato valido anche dal vivo e per il futuro di una delle band più audaci e uniche del mondo non c’è da preoccuparsi. Dopo la morte di Piggy i Voivod entrano in una nuova fase della loro creatività, e qualunque fase sia, lo spirito di Piggy vivrà per sempre, e con lui anche il thrash fuori da ogni schema, progressivo nel vero senso della parola e coraggiosamente ribelle alle direzioni musicali consolidate. Voivod Lives!
A chiudere la giornata di giovedì ci ha morso anche il mostro death ‘n’ roll svedese Entombed, poi è arrivato il meritato riposo, per raccogliere le forze e andare avanti col festival.
Scaletta
TESTAMENT:
1. The Star-Spangled Banner / Rise Up
2. More Than Meets the Eye
3. Burnt Offerings
4. Native Blood
5. True American Hate
6. Dark Roots of Earth
7. Into the Pit
8. The New Order
9. The Preacher
— bis —
10. D.N.R. (Do Not Resuscitate)
11. 3 Days in Darkness
12. The Formation of Damnation
NOVEMBERS DOOM:
1. The Dark Host
2. Harvest Scythe
3. I Hurt Those I Adore
4. Six Sides
5. Dark World Burden
6. Rain
DYING FETUS:
1. Grotesque Impalement
2. Your Treachery Will Die With You
3. Kill Your Mother, Rape Your Dog
4. From Womb to Waste
5. Killing On Adrenaline
6. Second Skin
7. One Shot, One Kill
GOJIRA:
1. Explosia
2. The Axe
3. Backbone
4. Flying Whales
5. L’ Enfant Sauvage
6. Toxic Garbage Island
7. Remembrance
8. The Heaviest Matter of the Universe
9. Wisdom Comes
10. Oroborus
11. The Gift of Guilt
ANTHRAX:
1. Worship / Caught In a Mosh
2. Efilnikufesin (N.F.L.)
3. Got the Time
4. Hymn 1 / In the End
5. Deathrider
6. T.N.T.
7. Indians
8. Fight ‘Em ‘Til You Can’t
9. I Am the Law
— bis —
10. Antisocial
11. Long Live Rock ‘n’ Roll
FEAR FACTORY:
1. The Industrialist
2. Shock
3. Edgecrusher
4. Powershifter
5. What Will Become?
6. Archetype
7. Demanufacture
8. Self Bias Resistor
9. Replica
10. Martyr
VOIVOD:
1. Kluskap O’Kom
2. Tribal Convictions
3. Mechanical Mind
4. Overreaction
5. Corps Etranger
6. Chaosmongers
7. Ripping Headaches
8. Nothingface
9. Voivod
ENTOMBED:
1. Living Dead
2. Like This With the Devil
3. Out of Hand
4. Revel In Flesh
5. To Ride, Shoot Straight and Speak the Truth
6. I For An Eye
7. Stranger Aeons
8. Damn Deal Done
9. Eyemaster
10. Supposed To Rot
11. Left Hand Path
12. Chief Rebel Angel
13. Demon
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