Albion

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Autore: Aleš Podbrežnik

Artista: Ten
Etichetta: Rocktopia Records
Uscita: 2014
Durata: 54;22
Voto: 4/5

I longevi veterani britannici dell’hard rock melodico Ten tornano sulla scena con una nuova fatica in studio intitolata “Albion”. Il titolo dell’album deriva dal più antico nome ufficialmente documentato delle isole britanniche, risalente ancora ai tempi della regina Boadicea. Anche il nuovo “Albion” resta fedele alla tradizione che ha reso i Ten così stimati e rispettati tra gli appassionati di rock melodico, e porta a casa una serie di inni rock di provata efficacia, con ritornelli che ti si piantano in testa. Insomma, ancora un documento di puro Ten-rock classico! Un’altra miscela musicale specifica, servita in modo eccellente, il cui nucleo resta la forma del rock melodico, appesantita da un pomposo carico di accenti neoclassici sparsi qua e là, mentre negli arrangiamenti resta ben presente un tocco marcato di melos folk celtico. Su questo fronte, in pratica, non ci sono band paragonabili sul pianeta. Al massimo, ogni tanto, i britannici Dare, e solo nella fase più tarda della loro carriera.

L’ultimo capo e capotribù della band, il suo motore e visionario, principale compositore e autore dei testi, il cantante Gary Hughes, durante la lavorazione di »Albion« ha deciso per una mossa piuttosto rivoluzionaria: rinfrescare il sound, e in parte anche gli arrangiamenti. Ha chiamato in formazione ben due chitarristi in più. Questo significa che ora nei Ten ci sono tre chitarristi in line-up. Oltre a John Halliwell si sono uniti al gruppo  Dann Rosingana (Jagged Edge, A2Z, Hysteria, Shellshocked) e Steve Grocott (Sevendayz).

L’effetto si nota su tutti i livelli di arrangiamento del nuovo materiale! Per prima cosa ti »punge« l’orecchio un’immagine sonora decisamente dura, da cui le frasi di chitarra sbucano in modo più compatto rispetto ai lavori precedenti. In questo modo la band si avvicina al dossier dei primi due album in studio, cosa che sa sfruttare con profitto anche dal vivo, nell’interpretazione del materiale più vecchio. Anche stavolta Hughes ha dimostrato un’ispirazione straordinaria nella scrittura. I brani vantano motivi portanti rifinitissimi, scritti per ottenere il massimo rendimento in valore musicale. Di pompa e bombast non ne manca di certo! Oltre al fatto che i riff adesso »mordono« molto più duro in produzione, i tre chitarristi sono sfruttati a fondo anche nel ruolo di abbellire i motivi principali, e posso dire che il lavoro di chitarra non era così vario e interessante da un bel pezzo, in nessuno degli album in studio della band.

Gli arrangiamenti sono ancora una volta impostati in modo che la band funzioni più o meno come un’orchestra. I mattoni dell’immagine sonora giocano su un contrasto notevolissimo tra tastiere e frasi di chitarra, così come sulla compattezza della sezione ritmica, che forma un’ossatura solida per i pezzi. La voce di Hughes resta uno dei marchi di fabbrica anche del nuovo album dei Ten. Il suo timbro appassionato ma leggermente cupo è il creatore principale del grande teatro drammatico, che anche in questo disco si sviluppa con tutto il fascino di un’intensità altera. Di contagiosità ultramelodica all’album non manca di certo, e anche stavolta Hughes tira fuori qualche melodia davvero struggente e perfetta, come i ritornelli dell’opener Alone in the Dark Tonight, di Die For Me a metà disco, o della mini suite epica che la precede, con modulazioni che ti entrano in circolo e un loop sonoro programmato, intitolata A Smuggler’s Tale. In realtà Hughes ha commesso su questo album un solo, unico errore. Per uno dei pezzi ha cantato le strofe in italiano. Di solito ci facciamo due risate sull’inglese all’italiana. Stavolta, nel brano Gioco’d Amore (traduzione: Gioco dell’amore), possiamo ridere dell’italiano all’inglese, che nell’interpretazione di Hughes è davvero disastroso. Il pezzo ha comunque un arrangiamento notevole, un teatro che entra in circolo, un tocco di classico! È una ballad, che però viene rovinata dall’approccio superficiale di Hughes ai versi italiani. Insomma, non basta che ti piaccia l’italiano in musica. Non è sufficiente. Devi avere orecchio per la lingua e saperla collocare e modellare correttamente nella metrica. Qui Hughes ha fatto uno scivolone di cui probabilmente non si rende nemmeno conto. Però lo stacco rispetto agli altri brani è troppo grande perché non disturbi nell’ascolto dell’album nel suo insieme.

»Albion« è, in tutto e per tutto, un lavoro splendido e una vera leccornia per tutti i fan della band, che può stare a testa alta, senza peli sulla lingua, accanto ai suoi fratelli maggiori in studio. Il principio e l’energia degli arrangiamenti arrivano dagli ottimi predecessori »Stormwarning« (2011) e »Heresy And Creed« (2012), con la differenza di fondo che le chitarre ora sono messe ancora più in risalto nell’immagine sonora in produzione, e che anche i singoli passaggi sono stati ulteriormente potenziati, con la ricchezza di immagini del lavoro chitarristico di tutti e tre i chitarristi ben inserita nelle composizioni. Insomma, ci siamo ritrovati con un altro album dei Ten davvero affascinante! Hughes, poi, è in un nuovo zenit creativo e a quanto pare ha già pronto il materiale per un nuovo album in studio, che stando alle parole del cantante dovrebbe uscire già l’anno prossimo. Che questa nuova fioritura rinascimentale dei Ten non si spenga mai! 

Formazione

Gary Hughes – voce
Dann Rosingana – chitarra
Steve Grocott – chitarra
John Halliwell – chitarra
Steve Mckenna – basso
Darrel Treece-Birch – tastiere
Max Yates – batteria

Produzione

Gary Hughes

Tracklist

1. Alone In The Dark Tonight
2. Battlefield
3. It’s Alive
4. Albion Born
5. Sometimes Love Takes The Long Way Home
6. A Smuggler’s Tale
7. Die For Me
8. It Ends This Day
9. Gioco D’Amore
10. Wild Horses

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