Queen II
Artista: Queen
Etichetta: Parlophone Records
Uscita: 1974
Durata: 40:42
Era il 1974. Per la precisione l’8 marzo, un gruppo di individui fuori dal comune tornava a farsi vedere al mondo con Queen II. Quel gruppo si chiama Queen. Dopo l’esordio Queen I, estremamente promettente e, diciamo, diverso, arrivò un nuovo disco ancora più diverso e dalle tinte progressive. A quanto pare Fredy, Roger, Brian e John non vedevano il senso di appiccicare all’album un titolo extra e lo chiamarono quasi come il precedente. Oggi, guardando indietro a tutto quello che hanno fatto, si potrebbe dire che la musica di qualità non aveva bisogno di pubblicità aggiuntiva. Il batterista della band, Roger Taylor, ha comunque dichiarato di non aver mai sopportato quel titolo. L’album è concettuale. È diviso in due parti, come imponeva anche l’edizione in vinile, che aveva un motivo metà nero e metà bianco. Il “lato bianco dei pezzi” avrebbe una tematica più emotiva, mentre il “lato nero” una più fantasy. La copertina del disco fisico è la leggendaria foto di tutti e quattro i membri, che sarebbe stata riutilizzata anche più avanti nella loro carriera.
Ascoltando l’album per intero si sente che i ragazzi sono ancora giovanissimi in fatto di idee. Con questo non intendo una debolezza qualitativa, ma l’entusiasmo dell’inizio, quando le idee escono a fiumi. Si sentono un sacco di approcci sperimentali (per l’epoca), come per esempio il canto a più voci. I Queen usavano le armonie vocali come uno strumento in più. Le univano in sezioni dinamiche che portano l’ascoltatore su e giù per le onde dei brani. I muri di voci permettevano alla band di suonare come se avesse sempre le tastiere in sottofondo. In un’intervista il signor Brian May ha perfino detto che erano stati incredibilmente fortunati con le loro voci. Perché ogni volta che aprivano bocca, le voci dei singoli occupavano in automatico il proprio registro e suonavano semplicemente da dio. Su Queen II ne hanno approfittato alla grande. E non solo lì, ma per tutta la carriera. Al punto che, per chi non è un fan del progressive, è anche un filo troppo. Ci sono tantissime sovraincisioni. All’epoca era tutto registrato ancora su nastro e rimettere insieme il tutto senza perdere il suono era una vera arte. L’album non è mai stato tra i loro lavori più riconoscibili, eppure ha sfornato un pezzo che ha aperto loro le porte della televisione. Quel pezzo era un hit intitolato Seven seas of rhye, che riuscì ad approdare all’allora famigerato Top of the pop’s. Anche se la versione strumentale era già uscita sull’esordio, la versione cantata fu piazzata su Queen II come ultimo brano.
WHITE SIDE
Il lato bianco dell’album è composto dai brani: Procession, l’introduzione strumentale del disco; Father to son, White queen (as it began); Some day one day e The loser in the end. Tutti i pezzi li ha scritti Brian May. Tutti tranne l’ultimo, opera di Roger Taylor. Subito salta fuori il talento di Brian con le parole. Gli riesce alla grande di collegare il concetto di “successione” al tema quotidiano della paternità. Naturalmente nella musica si notano subito dei cori eccezionali. Come detto, riescono davvero bene a trascinare il brano sulle onde del suo tempo. Father to son ha un tocco della vecchia, cara progressività e funziona in modo che quasi senza accorgercene scivoliamo nel pezzo successivo, White queen. Va ripetuto ancora una volta: uso eccezionale dei cori. Si muovono in modo molto discreto sullo sfondo della ritmica degli strumenti. Compaiono piacevoli suoni di chitarra dalle tinte orientaleggianti, che suona bella rock rispetto agli assoli finali distorti e pomposi del brano. Sentiamo ancora l’ultimo ritornello e l’uscita del pezzo. Anche se, vista la struttura del pezzo, è difficile dire cosa sia ritornello e cosa strofa. Ad aspettarci c’è un adorabile pezzo pop, Some day some day. Parole legate con belle emozioni e melodie dolcissime rendono il pezzo molto ascoltabile e danno all’ascoltatore un po’ di respiro, visto che sembra costruito in modo molto tipico. L’ultimo brano della prima parte parla di crescere. Anche se la parte vocale è buona, perché Roger ha una voce eccezionale, il pezzo in qualche modo suona come un corpo estraneo. Anche i testi sembrano un po’ goffi e tirati per i capelli. Forse davvero per il timbro della voce, perché la musica scorre bene. In modo simile ai pezzi precedenti.
BLACK SIDE:
L’inizio, davvero bombastico, con il gong e la chitarra promette molto. La parte vocale parte in modo pomposo e drammatico, e lì si sente davvero l’eccezionalità delle doti vocali di Fredy. Da questo momento in poi si parla di pezzi decisamente più progressive, pieni di saliscendi. Ogre battle è l’introduzione alle composizioni del cantante principale. La storia è di fantasia e parla di una battaglia dell’“uomo verde”, che magari si chiama Shrek. Subito dopo arriva il mozzafiato The Fairy Feller’s Master-Stroke. L’ascoltatore non sa bene cosa lo entusiasmi di più: la voce, la batteria, la struttura… Le parti vocali, con la loro originalità e il tempismo perfetto, costruiscono un quadro dinamico. La voce principale veleggia tra incredibili differenze di altezza, accenti ritmici e ornamenti in falsetto. C’è tanto da dire sull’assolo straordinario, che all’ascoltatore toglie letteralmente il fiato. L’intreccio tra chitarra solista e cori ritmici è quasi incredibile. Possiamo solo immaginare che talento e che visione ci vogliano per creare una cosa di tale complessità. Quasi senza accorgercene, il toboga di piaceri musicali complessi ci porta alla quiete del pianoforte e si scrive Nevermore. Che sembra una conclusione e non pare un brano a sé stante. L’epica marcia della regina nera, sei minuti e mezzo, è un’ulteriore evoluzione della composizione precedente. Naturalmente si capisce, in un certo senso, perché l’album non abbia sfondato su larga scala: la complessità dei brani è troppa per l’ascoltatore medio. The march of the black queen si ascolta come un bel film. Non vedi l’ora che si apra un nuovo capitolo. Sorpresa: anche l’aiuto vocale di Roger. Funny how love is risulta una specie di apice vocale della seconda parte, quella “nera”. La complessità si smorza. Almeno per quanto riguarda gli strumenti. E il tutto scorre bene verso un vero hit, Seven seas of rhye. Che ti conquista subito pelle e cuore. E chiude bene un album che si ascolta con una certa fatica.
Sulla seconda parte dell’album c’è molto di più da dire, perché è roba del cantante principale. Possiamo solo immaginare di cosa fosse capace la sua testa. Ebbe la fortuna che la stranezza delle sue idee non faticasse a passare attraverso la bocca, perché le corde vocali non avevano limiti. Ormai si sa che nella band Queen l’ultima parola sul fronte vocale spetterà a lui. Non che gli altri strumenti portassero meno, ma le delizie vocali di Mercury già allora valevano come una forma di fascino unico, di quelle che nascono su questo pianeta una volta sola e mai più.
Formazione
Freddie Mercury – voce, cori, pianoforte, clavicembalo su “The Fairy-Feller’s Master-Stroke”, pianoforte a corde su “Nevermore”
Brian May – chitarre, campane su “The March of the Black Queen”, voce su “Some Day One Day”, cori, pianoforte, organo su “Father to Son”
Roger Taylor – batteria, gong su “Ogre Battle”, marimba su “The Loser in the End”, cori, voci aggiuntive su “The March of the Black Queen”, voce su “The Loser in the End”
John Deacon – basso, chitarra acustica su “Father to Son”
Produzione
Roy Thomas Baker
Tracklist
White Side (primo lato)
1. Procession (Instrumental) (1:12)
2. Father to Son (6:14)
3. White Queen (As It Began) (4:34)
4. Some Day One Day (4:23)
5. The Loser in the End (4:02)
Black Side (secondo lato)
6. Ogre Battle (4:10)
7. The Fairy Feller’s Master-Stroke (2:40)
8. Nevermore (1:15)
9. The March of the Black Queen (6:33)
10. Funny How Love Is (2:50)
11. Seven Seas of Rhye (2:50)