Alkaloid: Liquid Anatomy
Etichetta: Season of Mist
Produzione: Hannes Grossmann, Alan Douches
Data di uscita: maggio 2018
Durata dell’album: 64:37
Il «supergruppo» Alkaloid è tornato dopo tre anni con un nuovo lavoro. Con il secondo album, la band – in cui suonano musicisti esperti e di grande formazione – aveva un compito parecchio arduo: superare un disco eccellente sotto ogni punto di vista è quasi impossibile. Il gruppo, formato da musicisti di Obscura, Necrophagist, Dark Fortress e altre formazioni, con l’esordio The Malkuth Grimoire (2015) ha spostato i confini e ha dato al progressive metal estremo una nuova dimensione.
Si sentivano sia le caratteristiche del death metal tecnico sia quelle del progressive, il tutto mescolato anche con qualche altro sottogenere. La band ha confezionato il tutto alla grande e ha servito un disco in cui le sorprese non finivano mai. Stavolta il punto era proporre qualcosa di nuovo, restando però a galla, cosa che a molte band partite troppo ambiziose finisce per togliere lo spazio per l’innovazione. Con gli Alkaloid la storia è un po’ diversa.
Su Liquid Anatomy si susseguono otto nuovi pezzi. Già dal primo brano, Kernel Panic, si capisce che il quintetto ha scelto un approccio diverso. La combinazione è decisamente insolita e allo stesso tempo audace. Con chitarre e voci ricorda il progressive rock degli anni Ottanta, quello che suonavano Yes, Genesis e Rush. Poi tutto sfocia in una mazzata brutale, con chitarre accordate bassissime, doppia cassa veloce e voce profonda. Un bel contrasto e un cambio di rotta che non ti aspetteresti proprio. Ma il pezzo funziona. La voce melodica non disturba, il tutto si ascolta bene e al contempo è chiaro che gli Alkaloid guardano alle cose in modo progressivo.
Con il brano successivo, As Decreed By Laws Unwritten, arriva già il ribaltone. Otto minuti tecnici e cupi. La musica ricorda i possenti Morbid Angel, solo che negli Alkaloid c’è più virtuosismo e più solidità ritmica. Si potrebbe dire che è un’evoluzione dopo l’introduzione di una parte più calma, oppure anche un omaggio. Varietà e imprevedibilità gli Alkaloid le mostrano con Azagthoth, un pezzo ritmicamente complesso e oscuro, con cui si inchinano chiaramente a Lovecraft, il maestro dell’horror. Qui il bassista Linus Klausenitzer sfoggia benissimo le sue linee, mentre Morean si dedica anche alla voce melodica, che insieme al growl dà al pezzo una sua coerenza.
Dopo tutto questo caos è il turno della title track, che parte più da ballata. Prevale la voce melodica, le chitarre hanno un colore più melodico. Il tutto risulta meno impegnativo, ma se non altro la title track è un altro esempio della varietà del disco. Più furbizia la offre già il brano successivo, In Turmoil’s Swirling Reaches, che trasforma la calma iniziale in brutalità e un sacco di assoli. Un assolo se lo prendono perfino il bassista Klausenitzer e il batterista Hannes Grossmann. Ma soprattutto la combinazione delle voci di Morean con tutti quegli assoli rende il pezzo completo.
Con Interstellar Boredom gli Alkaloid tornano al concept Dyson, iniziato sull’esordio. Il pezzo si costruisce lentamente e il culmine è la brutalità, con il batterista Hannes Grossmann che serve una valanga di doppia cassa veloce e anche blast beat. Ma questo è solo il riscaldamento. Chaos Theory And Practice ha quelle caratteristiche che rendono unici gli Alkaloid: brutalità, caos e imprevedibilità. C’è tutto in un unico brano che, in più di otto minuti, mostra che autori straordinari siano gli Alkaloid. Con qualche momento di quiete qua e là, gli Alkaloid esplodono nel caos, sfiorando perfino soluzioni da black metal. Con i blast beat di Grossmann e le chitarre veloci, ecco il passaggio più intenso dell’intero album, ma qui di sicuro non si può ancora tirare una riga sul disco.
In sette pezzi gli Alkaloid soddisfano quasi tutte le aspettative. Ma il meglio l’hanno tenuto per la fine. Parliamo di Rise of the Cephalopods, che con i suoi quasi venti minuti non lascia respirare l’ascoltatore. Un brano complesso, composto da sei parti, che si costruisce lentamente ma in modo molto sensato. Qui è più che evidente che Morean è uno che costruisce un pezzo con testa, visto che è anche quello con più competenze di composizione. Il brano parte quindi piano, ma dopo qualche minuto di crescendo la band tira fuori tutti gli assi. Morean, con voci ipnotiche e un ritornello contagioso, ha fatto in modo che il pezzo non annoi nemmeno un secondo. Le chitarre passano gradualmente a un death metal tecnico e gli assoli del duo Tunker/Muenzner non finiscono più. Neanche la sezione ritmica Klausenitzer/Grossman manca all’appello. Grossman dimostra ancora una volta di essere uno dei batteristi death metal più caldi del momento.
Sulla produzione non c’è niente da ridire. È suonato con una dose piena di perfezionismo. Gli strumenti si sentono chiaramente e il suono, pur essendo moderno, resta abbastanza cupo da essere in linea con la natura oscura della band.
Gli Alkaloid non deludono nemmeno la seconda volta. Liquid Anatomy è un lavoro creato da musicisti straordinariamente preparati e con tanta esperienza, che potrebbero presto rappresentare il vertice della scena metal estrema, se continueranno su questa strada. A prescindere dalla situazione attuale, con un brulicare di band tecniche e progressive, gli Alkaloid sono decisamente una delle formazioni che spiccano di più.
9,5/10
Musicisti:
Morean – voce, chitarra
Hannes Grossmann – batteria
Christian Münzner – chitarra
Linus Klausenitzer – basso
Danny Tunker – chitarra
Tracklist:
- Kernel Panic (5:41)
- As Decreed by Laws Unwritten (8:09)
- Azagthoth (5:39)
- Liquid Anatomy (5:13)
- In Turmoil’s Swirling Reaches (6:38)
- Interstellar Boredom (5:05)
- Chaos Theory and Practice (8:31)
- Rise of the Cephalopods (19:41)