Alkaloid sulla libertà d’espressione nel death metal
Degli Alkaloid, band progressive death metal, si può dire che siano anche un cosiddetto super group, anche se i musicisti che ne fanno parte non sono chiacchierati come quelli che suonano in formazioni più commerciali. Eppure i musicisti coinvolti hanno un mare di referenze, che ci porta a collegarli a gruppi come Obscura, Dark Fortress, Noneuclid, Blotted Science, Necrophagist, Hate Eternal, Spawn of Possession, Aborted, God Dethroned eccetera. Questi sono solo alcuni dei gruppi in cui hanno suonato i membri degli Alkaloid.
Gli Alkaloid sono formati dall’esperto chitarrista, cantante e compositore classico Florian Magnus Maier aka Morean, dal batterista Hannes Grossmann, dal chitarrista Christian Muenzner, dal chitarrista Danny Tunker e dal bassista Linus Klausenitzer. La band è stata fondata da Hannes Grossman e Morean, che volevano portare il progressive death metal un gradino più su, cosa che hanno dimostrato con entrambi gli album, The Malkuth Grimoire (recensione QUI) e Liquid Anatomy (recensione QUI).
I membri della band sono parecchio impegnati in altri progetti, quindi è piuttosto difficile beccarli dal vivo. Quando succede, si tratta più che altro di un’esibizione esclusiva, come è capitato per caso all’edizione di quest’anno del festival Metaldays (reportage QUI). Prima del festival Hannes Grossman e Morean si sono ritagliati un po’ di tempo per un’intervista, in cui hanno detto la loro su come si fa musica, sulla scena e su molto altro.
Rockline: Ciao ragazzi, benvenuti al Metaldays. Per quel che ne so, non è la prima volta che siete qui. Anni fa avete suonato qui con i Dark Fortress, giusto?
Hannes Grossmann: Con i Dark Fortress ero già stato qui una volta, per quel che ricordo.
Rockline: Adesso siamo qui per una cosa piuttosto esclusiva con gli Alkaloid. Da quando esistete non avete fatto nemmeno 10 concerti?
Hannes: Possiamo sempre far finta di esistere da più tempo, così facciamo più figo. Il primo demo per la band l’ho fatto già nel 1994.
Rockline: Già allora?
Hannes: Avevo circa 12 anni e suonava davvero male, così l’ho cancellato. Ma conta lo stesso!
Morean: Io ho cominciato nel 1987.
Rockline: Siete partiti in modo piuttosto diverso. Eravate in sostanza …
Morean: Tecnicamente parlando, proprio scarsi …
Rockline: Morean, tu hai cominciato con la chitarra flamenca, se ho capito bene?
Morean: Ho sempre suonato la chitarra elettrica. A dodici anni i miei mi hanno iscritto a chitarra classica, e sono contentissimo che l’abbiano fatto. Allo stesso tempo ho sempre voluto suonare l’elettrica, e lo facevo in parallelo alla classica. A diciassette anni ho iniziato anche col flamenco e ho suonato finché ho potuto (Morean ha smesso con il flamenco dopo la diagnosi di ipermobilità – N.d.A.). Nel frattempo suonavo anche in band metal.
Rockline: Per quanto riguarda il vostro lavoro nella musica, Hannes è impegnato con lo studio Mordor Sounds, aiuta a registrare anche le batterie per gli album di altre band e suona tantissimo dal vivo. Morean, di te sappiamo che sei anche il cantante dei Dark Fortress e un compositore.
Morean: Comporre è la mia occupazione principale. Ho una formazione classica che mi permette di scrivere musica per orchestre, orchestre da camera d’archi, e sto lavorando anche alla mia seconda opera. In questi giorni suono soprattutto la chitarra elettrica. Per me è importante che il lavoro sia interessante, così mi assicuro di non fare sempre la stessa cosa. Il lavoro in cui compongo mi piace perché creo sempre cose nuove. Nelle mie mani c’è la sfida di andare in posti dove non sono ancora stato, ed è davvero fantastico. Come compositore classico ti dicono quando il lavoro deve essere finito e quali strumenti puoi usare, ma nessuno ti dice cosa devi scrivere. C’è più libertà che nel metal o nel rock in generale. Però è anche piuttosto difficile, perché parti da zero, senza impostazioni predefinite. Per mantenere le cose interessanti è meglio non avere impostazioni predefinite, e non cambierei questa cosa.
Rockline: Visto che parliamo di libertà d’espressione, si sente anche negli Alkaloid. Quando nel 2015 avete pubblicato il primo album, The Malkuth Grimoire, avete superato i confini del progressive e dell’estremo. Sembra quasi il passaggio del tuo lavoro nel territorio del metal.
Morean: Direi di sì. Prima facevamo tutti cose diverse e le facciamo ancora, ed è proprio questo che ci unisce in questa band. Nel mio caso, quello che scrivo per gli Alkaloid è in gran parte legato a come creo da musicista classico, il che ha a che fare anche con questa enorme libertà e con musicisti che suoneranno tutto quello che gli metto davanti. Però restiamo una band, e così quelle robe folli che scrivo posso suonarle con i miei amici.
Hannes: A volte è bene avere dei limiti. Quando puoi essere creativo dentro un certo quadro, non si tratta di regole ma di una cornice dove hai molte possibilità, che però non sono infinite. Può succedere che esageri o che diventi troppo strambo e non arrivi al punto. Come esempio di limiti, noi abbiamo tre chitarre, che comunque dà tantissime possibilità. Se invece hai un’orchestra, hai molte più linee e molti più modi di usarla, mentre qui c’è solo una formazione a cinque. Quindi non puoi fare tutto, hai dei limiti, ed è un bene. Prima di tutto, devi in qualche modo riuscire a suonarla dal vivo, e questo per me spinge la creatività in una direzione diversa. Te lo dico anche in un altro modo. Se hai un assolo di batteria e puoi suonare solo 8 note, quella è la regola. Poi usi una certa dinamica o un pattern basato su questo. Ti sei creato una cornice e dentro quella crei qualcosa. Se invece esci dalla cornice, può diventare molto interessante. Non deve però essere fatto a caso, nel senso di fare tutto quello che ti pare. Ci sono strade che funzionano e strade che non funzionano. Se ti dai una serie di limiti tra cui scegliere prima di iniziare a comporre, poi arrivi molto più al nocciolo di quello che vuoi dire.
Rockline: Il primo lavoro era senza dubbio un risultato eccellente. Restava la domanda su cosa poteste offrire dopo. Con il secondo album avete mostrato di nuovo il vostro approccio «out of the box». Per esempio scelgo il brano Kernel Panic, che suona come se aveste preso ispirazione dal suono di band prog rock tipo King Crimson e Yes negli anni Ottanta. Poi però il pezzo vira sul death metal. E chiudete con un brano da venti minuti, che dimostra ancora una volta che non avete limiti. Ma se torniamo all’inizio dell’album, da dove è nata l’idea di creare qualcosa che suona come progressive rock anni Ottanta?
Hannes: Avevo un’idea e bisogna pur cominciare da qualche parte. In questo caso il punto di partenza è stato il mio ampli AxeFX, dove ho trovato un setup per chitarra. Ho suonato una nota, poi ho iniziato a collegare le cose e il risultato era interessante. Per sbaglio era in sette quarti e mi suonava figo. Poi ho registrato e ho lasciato lì il pezzo per una settimana. Dopo ci sono tornato e mi sono detto che potevo tirarne fuori qualcosa. Il legame con il death metal mi è sembrato naturale. Parte piuttosto piano, poi arrivano la batteria e il pezzo prende sempre più dinamica, e allora ho pensato …
Morean: Perché fermarsi qui?
Hannes: Esatto, perché fermarsi se siamo tutti d’accordo? Un buon esempio sono gli Opeth, che sono stati i primi a essere accettati su larga scala per due stili diversi che non hanno niente in comune. Direi che è una combinazione di death metal alla Celtic Frost e folk progressivo. E quando i due si fondono, il suono è organico. Mi sono sempre chiesto perché concentrarsi solo sulla brutalità, se puoi inserire anche altri elementi. Se per esempio parti con chitarra acustica e voce, puoi arrivare a un pezzo alla Nile. Dipende da come lo fai, perché a volte per un effetto puoi suonare superficiale. Deve essere costruito nelle note e nella composizione, e deve svilupparsi in modo naturale. Se invece ci infili dentro qualcosa che magari non c’entra, allora è una tua scelta.
Morean: E finisci con una giustapposizione di due cose senza dare una ragione del perché stanno insieme. Io parto dall’altra parte, più da dentro, dove hai la tua mente creativa. Nella testa sento i suoni della musica che voglio sentire. E poi sei legato alle tue dita e alla realtà del suonare. Io cerco comunque di separare le due cose, perché la visione che ho in testa deve essere chiara il più possibile. Quindi, se la visione richiede un beat reggae, arriva nella musica in modo naturale. Non è una decisione cerebrale del tipo: «Facciamo una cosa strana così la gente resta spiazzata.» Con me una roba del genere non funziona, magari per qualcun altro che non è abituato a certe cose. In sostanza bisogna lasciare che la creatività scorra libera e senza ostacoli.
Hannes: Concordo al 100%, e vale anche per Kernel Panic. Di solito adori certe cose, da cui prendi anche ispirazione. Due delle mie band preferite erano Rush e Morbid Angel, e non vedo perché non unirle. Per me è naturale. Per esempio, quando sono in macchina e ascolto musica su Spotify e mi faccio una playlist da ascoltare, non è detto che ci sia un solo genere. Ci sarà di tutto. Il problema è se uno ama solo il death metal e semplicemente non vuole sentire roba degli anni Ottanta. Ma quello non è un mio problema.
Rockline: Voi degli Alkaloid siete autori molto esperti. Come nasce davvero la vostra musica? Avete già le idee costruite per bene nella testa o è tutto piuttosto spontaneo?
Morean: Per Kernel Panic è venuta più spontanea. Le cose che scrivo io per la band le avevo già prima che la band esistesse. Era un desiderio fortissimo con cui convivevo, ed è stato anche uno dei motivi per cui sono entrato nella band. Per esempio, posso scrivere l’intera saga di Dyson Sphere (il concetto che Morean ha iniziato sul primo album – N.d.A.). Quando ho scritto il primo capitolo, ho capito che non era nemmeno lontanamente finita. Per me è qualcosa che mi porto dentro per anni prima di sedermi e finirla. In questo caso non è spontaneo, perché mi serve più tempo perché la cosa si sviluppi, e solo quando so cosa devo fare mi siedo e la trasformo in musica. Non ci troviamo per jammare, il che porterebbe anche a risultati interessanti, ma c’è troppa logistica per riuscire a trovarci.
Hannes: Penso che non sarebbe nemmeno onesto. Magari per certe persone e certe band. Ma spesso viene fuori dall’idea che sia questione di ispirazione. Tipo che bevi tè nero per ispirarti. Cioè, viene dalle cose che fai, ma non sai cosa stai facendo. Se facessimo «jam», magari verrebbe fuori una figata, magari no.
Morean: Magari potremmo provare a trovarci una volta nella stessa stanza. (risate)
Hannes: E ci vorrebbe anche un bel po’ di tempo.
Morean: Nel modo di scrivere musica siamo piuttosto simili. Ognuno scrive le sue cose per conto suo, e quindi anche i dettagli li limiamo da soli. Allo stesso tempo ci diamo completa libertà, quindi possiamo scrivere quello che ci va. Quando scriviamo un album, sul tavolo c’è un sacco di roba. Davvero tanta. Poi Hannes mette tutto insieme, perché da lui si fanno registrazione, mixaggio eccetera. Finora è sempre andata a finire che le cose sono diventate un tutt’uno sull’album. Il che sorprende anche noi.
Hannes: Il che ha a che fare anche con il suono, perché devo mixare per due mesi di fila. Tutti i suoni li devo costruire praticamente da zero. E ci vuole davvero tanto tempo. Ogni tanto capita anche qualche «incidente» lungo la strada. Per esempio il pezzo Chthulhu. Avevo un riff e l’ho passato a Florian. Non avevo idea di cosa farci. Suonava come un omaggio ai Morbid Angel, ma io non volevo. Volevo che suonasse come gli Alkaloid. Così ho dato il pezzo a lui, che l’ha concluso a modo suo. È una cosa che mi piace: passargli le idee.
Morean: Beh, se hai riff come quello, per me è un onore! Forse è un dettaglio da nerd, ma tutta la vita mi sono chiesto che senso abbia la seconda strofa. La prima strofa serve a creare l’entusiasmo prima del ritornello, se parliamo di quel modo di scrivere canzoni. Nella seconda strofa invece quell’effetto non c’è più, perché tutti aspettano che torni il ritornello. Adesso mi prendo piena libertà su quando arriva la seconda strofa. Vado da tutt’altra parte, altrimenti è una perdita di tempo se hai un riff per la strofa e un riff per il ritornello, che per me è troppo noioso. Dietro ogni pezzettino ci sono porte che puoi aprire.
Hannes: Sono sempre stato affascinato da dove puoi portare la scrittura classica delle canzoni. Sai, la struttura base strofa – ritornello – ponte, ma senza che sia la solita roba. Un buon esempio è Rapture dei Morbid Angel, dove la strofa è il ritornello e il ritornello è un riff strumentale.
Morean: Una cosa fantastica del death metal, soprattutto di quello brutale, è che puoi usare l’astrazione. Nell’armonia, nei ritmi, puoi rendere il pezzo più oscuro, complesso e dissonante che si può. E non sei costretto a seguire la struttura di una canzone pop.
Hannes: Puoi fare quello che vuoi. In mezzo ci puoi mettere un assolo di batteria e poi scriverci sopra dei riff.
Morean: Hai un sacco di libertà d’espressione. Non ce l’hai, per dire, nel power metal o in altri generi che sembrano una specie di gabbia. Puoi avere dieci secondi di qualcosa che conta come idea e quella, dopo, è la canzone.
Hannes: Io mi occupo parecchio di strutture. A volte, quando arrivo a una parte nuova, con un riff nuovo, e non so cosa farci, resto lì seduto in studio davanti al computer … In quel caso sul computer ho una cartella che si chiama «Soffitta». Se non mi serve qualcosa, la metto semplicemente nella «Soffitta».
Rockline: E dopo un po’ ci torni e guardi cosa c’è nella cartella?
Hannes: Magari. Quello che so è che lì si tratta di una strofa. A volte la cosa cambia, ma ha una funzione. Quando scrivo cerco di essere molto funzionale.
Morean: Io non lo faccio per niente. Scrivo musica di continuo e quando arriva il momento il pezzo lo porto semplicemente a termine.
Hannes: Nella scena metal funziona così: componi per gli altri. Ma io gli altri non li sento quando scrivo il materiale. (risate)
Rockline: Spero che stai attento alla tua «Soffitta». Sai com’è andata a Kirk Hammett quando ha perso il telefono.
Morean: Però il fatto che non si ricordasse nemmeno un riff dice già tutto. (risate).
Rockline: La musica la scrivete ognuno per conto suo. Ma alla fine non vi trovate proprio mai in sala prove a fare un po’ di pratica?
Morean: No, di solito ci vediamo per il servizio fotografico di gruppo quando l’album è finito. (risate) Siamo sempre in contatto via e-mail e ci mandiamo le cose. Ogni tanto facciamo qualcosa insieme, ma non serve stare seduti uno accanto all’altro con gli strumenti.
Hannes: Sono solo dettagli.
Morean: Sarebbe bello, ma siamo parecchio lontani l’uno dall’altro. Da casa mia allo studio di Hannes ci sono esattamente 666 chilometri. (risate) Oggi esistono altre soluzioni efficaci, perché l’idea che la band si trovi nel weekend per provare non è fattibile.
Hannes: Scriviamo tutto e ce lo mandiamo a vicenda. Gli altri, musicalmente, li conosco piuttosto bene. Se scrivo per esempio qualche accordo per una parte, penso: «Chris questa parte la vorrebbe. OK, Chris, suona un assolo. Quello che vuoi. Mi fido di te!»
Rockline: Quando si arriva alla scrittura vera e propria, voi due portate la maggior parte del materiale o gli altri contribuiscono con i loro pezzi?
Morean: Siamo tutti autori di musica. Ma Hannes scrive di continuo. Tre album all’anno senza problemi. Io ho un sacco di idee, ma sono messo piuttosto male col tempo. Per gli Alkaloid devo sedermi e lavorare, e questo richiede più lavoro che scrivere brani normali. Per il primo album Chris aveva qualche pezzo, Linus non aveva tempo, Danny nemmeno. Quindi il primo album l’abbiamo scritto solo io, Hannes e Chris. Per il secondo album è successa una cosa simile con Chris, quindi io e Danny abbiamo scritto di più. Ma questo non dice come lavoriamo. Siamo sempre contenti di poter sentire il suono dei nostri amici. Per il secondo album Chris ha contribuito con degli assoli pazzeschi, il che vuol dire che c’è ancora. Anche Linus ha portato delle linee di basso. Qui è più come capita. Come il meteo, per dire. Non abbiamo idea di come sarà la prossima volta, perché magari anch’io non avrò tempo. Penso di poter dire che siamo antidogmatici. In ogni caso, nel processo creativo non vogliamo escludere niente a priori. Perché fa parte dell’avventura ed è questo che ci entusiasma.
Rockline: Anche sul primo album ci sono alcuni brani che formano il concept Dyson Sphere. Anche una piccola parte del secondo album è considerata Dyson Sphere, mentre gli altri brani stanno sull’album da soli. Possiamo aspettarci il concept Dyson Sphere su un album intero?
Morean: È sicuramente il mio obiettivo. Le parti successive le ho in testa da anni. Da quando ho finito di scrivere, sono stato davvero triste che la scrittura fosse finita. Quando scrivo materiale, voglio continuare e basta. Quindi andrò avanti il più possibile. L’intero concept di Dyson Sphere ruota intorno alla scala di Kardašëv, che misura in numeri quanto è avanzata una civiltà. In questo momento la storia sta tra il due e il tre. Cioè tra il controllo del sistema solare e il controllo dell’intera galassia. La cosa successiva è il controllo dell’universo e diventi dio. Ma la scala continua, perché c’è anche il multiverso, con cui arrivi ad altre dimensioni. Sarà una bella sfida fare qualcosa che abbia senso nel nostro mondo tridimensionale qui. Ma lì si va un passo alla volta. Non solo con questo concept; anche con le altre storie che ho iniziato a scrivere voglio arrivare fino in fondo. I temi che scelgo sono abbastanza complessi e misteriosi da restare anche sui prossimi album. Lo stesso vale per i temi lovecraftiani, perché voglio ancora raccontare tutto sulla sua biologia, sui polpi, perché l’unico limite qui è la tua fantasia.
Rockline: La vostra musica non è esattamente pensata per le folle di migliaia di persone che urlano «Hey, hey!» sulle vostre canzoni. A che tipo di ascoltatori direste che è rivolta la vostra musica?
Hannes: Qui mi rivedo a sedici anni, quando scoprivo roba nuova e pazzesca. Non ci puoi fare niente. Ho notato nel mondo metal, ora che è tutto su internet, che ci sono due tipi di ascoltatori. Ci sono quelli che, sai cosa significa «schlager» … Ce ne sono di uguali anche nel metal, solo che qui abbiamo in più la chitarra e il doppio pedale. Dall’altra parte c’è il pubblico che ascolta musica progressive. Band come Between the Buried and Me, Meshuggah, Opeth sono più serie, perché non gira tutto intorno al ritornello. Tutti e due i pubblici crescono, ma sono completamente separati. Evidentemente c’è potenzialmente un sacco di gente che ci seguirebbe, basta usare i canali giusti per arrivare a loro. Molti pensano che la musica pop sia davvero difficile da fare e la considerano arte, e invece no. In realtà è molto semplice. La cosa più difficile è trovare un pubblico per quella roba. Guarda i Metallica. Non fanno un bel disco dal 1991 e sono ancora popolari, perché usano un sacco di canali. Non sono nemmeno più una band metal, sono più un’azienda. In quel caso puoi fare quello che ti pare, perché hai i canali.
Morean: Puoi sempre fare quello che vuoi. La domanda è se qualcuno ti ascolterà o no. Onestamente, non dipende sempre da te, anche se lavori duro. Ma a me non importa niente di chi ascolta la nostra musica. Sono contento che qualcuno la ascolti. Anche se non la ascoltasse nessuno, continuerei a farla. Quando faccio musica classica, il pezzo viene eseguito da orchestre. A sentirlo vengono persone anziane, che ho anche visto headbangare sui miei lavori classici. Qui sono tutti benvenuti e spero che la gente ascolti prima di decidere che non le piace. Anche tutti questi generi e muri … Sono tutti nella tua testa. Se iniziassi a pensarci, non andrei da nessuna parte. Evito con passione questo modo di pensare. Scrivo la stessa musica, che sia per quartetto d’archi, big band, Alkaloid o Dark Fortress. Scrivo allo stesso modo, ma quando il mezzo cambia, cambia anche il pubblico. Quando creo, non me ne sto in piccole caselle dove sistemare la musica. Una volta lo facevo e quando un giorno ho deciso di fregarmene, sono diventato molto più felice e libero nella mia testa. Non mi importa che aspetto hai. Ok, non serve che tu sia un pedofilo o un nazista, ma tutti gli altri sono benvenuti.
Rockline: Siamo già alla fine dell’intervista. Quali sono i piani per il futuro? Molta gente potrebbe ancora scoprirvi. Possiamo aspettarci un tour o siete così impegnati con altre cose che non è possibile? Da quando siete con l’etichetta Season of Mist, sarà più facile andare in tour?
Hannes: Con un’etichetta è più facile andare in tour, ma quello che ti serve è un booking agent. Più che altro la cosa poggia su di noi. Sono più vecchio di dieci anni fa. Quando ho cominciato con gli Obscura, avevo vent’anni ed ero ancora studente. Ora è diverso, che le bollette vanno pagate. Per noi, in termini di promozione, l’idea è fare qualcosa che abbia senso. Se l’offerta è buona, allora è tutto ragionevole e l’investimento vale la pena. Allora andremo in tour, ma non sempre, perché dobbiamo decidere che per noi va tutto bene. Se no, suoneremo in qualche concerto e festival e continueremo a scrivere musica. Magari c’è anche un’altra strada. Un mio amico fa video. Magari potremmo ingaggiarlo per registrare il nostro materiale in studio con tante telecamere. Ci abbiamo già pensato, ma bisognerà far combaciare gli impegni. Ovviamente vogliamo suonare dal vivo. Se suoni 45 minuti al giorno, per il resto della giornata non hai niente. Ci sono band che stanno in tour per mesi interi e non guadagnano niente.
Morean: È così, che devi avere altri lavori per permetterti di suonare davanti a un pubblico che ha pagato il biglietto, mentre tu non ne ricavi niente. Per questo la cosa è piuttosto limitata, a prescindere da quello che dice la gente: «Venite qui, venite là, perché non fate questo e perché non fate quello …» Ma se la gente sapesse che razza di cosiddette offerte riceviamo, scapperebbe via urlando.
Hannes: Se vuoi rientrare dell’investimento, devi fare molto per la promozione. Da parte dell’etichetta puoi investire tempo e soldi in video o anche nella scrittura dei pezzi. Scrivere i pezzi è la migliore decisione di business. Meglio che avere un buon negozio online è avere buone canzoni. Suona piuttosto arrogante, ma molte band evidentemente se lo dimenticano.
Morean: Onestamente, invece di postare una foto del mio cane ogni due giorni, preferisco scrivere qualche pezzo decente ogni due anni e offrire qualcosa che dura e ha valore. Invece di buttare nel mondo cazzate a caso.
Hannes: Se teniamo le cose più esclusive, non è questione di elitismo, ma di realtà delle cose intorno a noi. Se hai la mentalità del giovane musicista che deve postare tutto su Instagram, o che altrimenti non succede niente. La gente semplicemente non vede il tuo cane. Non fa niente, stai solo perdendo tempo.
Alkaloid al Metaldays 2019: