All’s Well That Ends Well
Autore: Jernej Vene
Artista: Lukather, Steve
Etichetta: Mascot Records
Uscita: 2010
Durata: 47:20
Voto: 4.3/5
Il chitarrista californiano Steve Lukather non è solo uno strumentista: nel suo percorso musicale è anche cantante e produttore. In una carriera lunga quasi trentacinque anni ha suonato e registrato con gente come Miles Davis e Michael Jackson, e con centinaia di altri nomi che stanno più o meno tra questi due giganti. Anzi, insieme a tre membri della band madre Toto è stato di fatto l’ossatura musicale del mega-successo di Jackson, Thriller. I Toto avevano annunciato lo scioglimento un paio d’anni fa, ma nell’estate del 2010 hanno suonato qualche data europea per aiutare il loro bassista Mike Porcaro, malato di sclerosi laterale. Continueranno con i concerti, perché vogliono dargli una mano ad alleggerire una situazione pesantissima.
All’s Well That Ends Well è un titolo che dice parecchio sul momento che Lukather sta vivendo nel 2010. “Tutto è bene quel che finisce bene” è il motto che cerca di seguire sia nella vita che nella musica. Nei suoi dischi solisti è uscito dai panni dei Toto più di una volta, ma non glielo possiamo certo rimproverare: un musicista del suo calibro ha bisogno ogni tanto di scappare dalle forme consolidate e di sfogarsi. Anche se è nei Toto fin dagli anni dell’adolescenza e la band lo definisce praticamente per intero, è sempre andato volentieri dove lo portava la curiosità musicale e creativa. Da chitarrista che conosce a menadito regole e segreti della musica e dello strumento, con un pizzico di fantasia ottiene risultati davvero magici. Mette insieme le idee in immagini sonore alla portata non solo degli amanti della chitarra elettrica, ma anche di chi ama le sane bordate rock o le ballate romantiche, con l’accortezza di piantare in ogni idea un amo che la rende interessante e ci fa aspettare con impazienza le prossime novità uscite dalle sue dita.
È passato un bel po’ da quando ha smesso di preoccuparsi delle posizioni in classifica, anche se ammette volentieri che qualche assegno per le cover dei suoi pezzi gli fa sempre comodo. Nel 2001 il DJ Roger Sanchez, con l’hit Another Chance, che usava la ballata I Won’t Hold You Back, ha ingrassato non poco il conto in banca di Lukather.
La forza trainante di All’s Well That Ends Well è, oltre a Steve Lukather, il tastierista CJ Vanston, che si è occupato della maggior parte degli arrangiamenti. I vecchi lupi da studio e da palco ogni tanto perdono la bussola, quindi è bene scegliersi collaboratori competenti, con le orecchie al posto giusto quando si parla di strumentazione, cioè di dare forma musicale alle idee del compositore. Nel 2010 Lukather ha vissuto due esperienze dolorosissime: la morte della madre Kathy e la separazione dalla madre della sua figlia di pochi anni. Con le separazioni aveva già una certa esperienza, ma entrambi gli eventi gli hanno lasciato segni duri e profondi, e lui stesso ha scritto di andare dallo psicoterapeuta due volte a settimana. In questi casi si dice che la cosa più saggia sia buttarsi a capofitto nel lavoro e guarire piano piano anche nello spirito. Lukather ce la farà di sicuro, visto che per lui la musica viene prima di tutto.
Grande flessibilità musicale e padronanza dello strumento, aggiunte giocose di idee melodiche e dosaggio furbo delle trovate sono i punti di forza di Lukather. Ogni nota è al posto giusto, ogni assolo è costruito e pieno di senso fino all’ultimo dettaglio. La velocità c’è dove serve, altrove la chitarra preferisce stare zitta. Le cortine sonore scintillanti rivelano il destino buio e triste di un uomo, di un musicista, a cui il mondo è crollato di nuovo addosso. I testi li ha scritti tutti lui, quindi niente fantasie o esperienze di altri. Anche i gréandi musicisti sono solo esseri umani. Proprio con la musica riuscirà a uscire dalla caverna buia in cui si trova, e spero sia solo per ora. In All’s Well That Ends Well Steve Lukather pesca da rock, blues, jazz e fusion, e con le note della chitarra sa far venire il sorriso o le lacrime. Il suono è molto rifinito, come ci ha già abituati, ma non c’è la minima traccia di mestiere senz’anima. L’abbondanza di tastiere disegna ovviamente una tavolozza d’archi, quasi un suono sinfonico, che risulta pomposo ma resta al servizio della voglia dell’artista. Conta anche il suo rapporto con il brano come forma musicale di base, a cui in tutto il disco dà la precedenza rispetto a un’esibizione eccessiva di acrobazie strumentali. I pezzi oscillano tra il chiaro e il fragoroso e l’elegiaco, cupo e addolorato.
L’album All’s Well That Ends Well si apre con Darkness In My World, scura, riflessiva e piena di crescendo; più avanti trovi la rockeggiante Can’t Look Back, la hendrixiana Flash In The Pan e un omaggio ai due vecchi amici Fagen e Becker degli Steely Dan, intitolato On My Way Home.
Eppure, verso la fine del disco Lukather vede una via d’uscita dalla crisi e si sfoga in Brodies, dove ne dice quattro alla società moderna, mentre nella strumentale conclusiva Tumescent si concede una fuga nel mondo del fusion jazz. Steve Lukather ha fatto un disco profondo, personale, vissuto e davvero molto bello.
Formazione
Steve Lukather – chitarre, voce
CJ Vanston – tastiere
Steve Weingart – tastiere
Carlitos Del Puerto – basso
Eric Valentine – batteria
Lenny Castro – percussioni
Joseph Williams, Phil Collen, CJ Vanston – cori
Trevor Lukather – chitarra
Tina Lukather – cori
Fee Waybill – cori
Jory Steinberg – cori
Bernard Fowler – cori
Phil Collen – cori
CJ Vanston – cori
Glenn Berger – sassofono
Produzione
Steve Lukather, CJ Vanston, Steve MacMillan
Tracklist
1. Darkness In My World 6:59
2. On My Way Home 5:22
3. Can’t Look Back 4:43
4. Don’t Say It’s Over 5:39
5. Flash In The Pan 4:54
6. Watching The World 4:51
7. You’ll Remember 5:15
8. Brodies 5:36
9. Tumescent 4:02