Alvin Lee all’Harley Davidson Biker’s Weekend 2006 in Austria! (2006)
Luogo: Faak Am See / Austria
Data del concerto: 08.09.2006
Numero di spettatori: 3500
Non mi era mai capitato di scoprire per caso, in una chiacchierata, che il giorno dopo suonava Alvin Lee da qualche parte vicino a Villaco. Era poco prima dell’inizio del concerto della British R & B All Star Band a St. Veit, quando un collega austriaco, parlando, ha chiesto al nostro patriarca della musica Dragan Bulič se sarebbe venuto anche domani in Austria a vedere Alvin Lee. Ci siamo guardati tutti: “Cosa, chi, dove!?!?” Faak Am See, Harley Davidson Biker’s Weekend 2006. Porca miseria e trecento bruchi pelosi spiaccicati sull’asfalto. Ma certo. L’anno scorso ci sono andato per gli Uriah Heep. E domani il grande “finger flicker” Alvin Lee, che in vita mia non ho mai avuto la possibilità di vedere dal vivo!
Viene qualcuno con me? I vecchi l’hanno già visto, i giovani non lo ascoltano più,… e così sono rimasto di nuovo da solo, come l’anno scorso con gli Uriah Heep. A rendere la sfida ancora più succulenta ci ha pensato l’avventura di tarda mattinata e primo pomeriggio sul Grintovec.
Ore 20:20! Sono fermo in coda tra l’uscita per Tržič e quella per Bled. È quel maledetto tratto dell’autostrada dell’Alta Carniola che le amatissime autorità del nostro paese, così zelanti nel prendersi cura della fertilità e della buona forma fisica del popolo sloveno, non sono ancora riuscite a sistemare. Ho di nuovo sfornato un intero dizionario di insulti, in coda, a spese dello Stato e delle sue strade, ma che ci vuoi fare. Era così anche l’anno scorso. E chissà fino a quando andrà avanti così.
A Faak Am See, invece, il quadro era tutt’altro. Sono entrato nel villaggio “biker”. Mi è sembrato molto più vuoto dell’anno scorso. Dopo venti minuti di passeggiata mi sono fatto largo fino alla prima fila sotto il palco. L’anno scorso lo cercavo con euforia, quest’anno era solo routine. Sotto il palco si stringevano appena 3500 persone e davanti a me, in prima fila, un gruppetto di biker francesi discuteva con fervore dell’evento imminente. A sinistra si sentiva l’austriaco, a destra l’italiano, davanti a me il francese, dietro di me il ceco… insomma, un festival internazionale in piena regola. Sul palco anche quest’anno il presentatore di colore ha tormentato il pubblico con i suoi annunci “beboidi”, iniziando con l’estrazione di una moto Harley Davidson. Poi la consegna del premio e i discorsi sdolcinati del nipote del costruttore della moto Harley Davidson e, naturalmente, dell’onorevole presidente in persona della Harley Davidson, che ha ribadito ancora una volta che si tratta del più grande raduno di biker non solo del vecchio continente, ma del mondo. Dopo l’attacco di zuccheri e gli sbadigli di noia, finalmente era tutto pronto per l’inizio del concerto di Alvin Lee. E infatti. Alle 22.30 in punto!
Rock And Roll Music To The World e guardatelo, il vecchio leone. Gibson ES 335 rossa, camicia hawaiana marrone con stampe di chitarre, jeans – Alvin Lee dalla testa ai piedi. Sul palco gli facevano compagnia solo due musicisti, che però erano due diavoli! Pete Pritchard (basso) e Richard Newman (batteria). Il classico trio d’urto! Dopo una reazione tiepida del pubblico, questo si è svegliato in fretta quando Alvin ha proseguito il concerto con un classico dei Ten Years After intitolato Hear Me Calling. “Hello you rockers and riders!” ha detto Alvin, di ottimo umore. È seguito il primo mini-picco, ancora una leggendaria, se non una delle più grandi classiche dei Ten Years After, I Can’t Keep From Cryin’ Sometimes, che Alvin ha suonato con una dose molto più abbondante di sfumature nere e bluesy rispetto ai Ten Years After di oggi. Ha sprecato molte meno note, ma con i motivi scelti nella parte centrale (l’improvvisazione) ha creato un’atmosfera speciale, che faceva rivivere i settanta ancora un filo meglio. Era più vicino al delta del Mississippi, ed era più oscuro. Alvin era eccellente. Poi il cambio. Il bassista ha agguantato il contrabbasso, l’ha inforcato e ha cominciato a impastare le corde, tirandole così forte che sbattevano con violenza contro il legno del manico e del corpo. Il trio ha attaccato con un vero pezzo rock n’ roll che ti prende allo stomaco, How Do You Do It. Dopo è arrivata That’s All Right Mamma (orig. E. Presley) e il pubblico si è fatto malizioso e carico, poi la spiritosa Don’t Want You Woman e I Don’t Give A Damn, condita di boogie. Il pubblico è schizzato di nuovo in alto con I Am Writting You A Letter, che conteneva un lungo assolo di batteria, cresciuto giro dopo giro. Il set di batteria era piuttosto classico per i pezzi R & B. Due tom e due timpani! (come Pete York il giorno prima a St. Veit). Ma stavolta davanti a noi c’era un batterista che usava tutto il corpo e ampi movimenti di braccia, e non conosceva pietà particolare per il suo set né tenera sensibilità. Suonava a tutta forza e alla fine ha spinto il suo pezzo a un punto tale che sembrava che sul palco fosse arrivata sferragliando una locomotiva a vapore. Gli altri due membri rientrano e la band suona l’uscita e chiude I Am Writting You A Letter. Segue una delle parti più impressionanti del concerto, e cioè Slow Blues In C. Alvin in questa occasione si rivolge al pubblico solo brevemente: “Everybody gets the blues sometimes!” (quando senti dolore nel profondo). Un assolo splendido, il maestro si è immedesimato fino in fondo e ci ha regalato un assolo bellissimo e pieno di sentimento. Dopo questo brano si è sciolto le dita con un breve pezzo “rag time”, che ha condito del tutto con il “fingerpicking”, ed era di nuovo pronto. Poi è seguita di nuovo la più veloce I’m Gonna Make It, ma sotto il palco si è scaldato sul serio quando il trio ha attaccato Love Like A Man. È stato il culmine del concerto, perché conteneva un enorme, dilatatissimo passaggio centrale improvvisato. Lì Alvin si è servito dell’armonica a bocca. Quando ha smesso di soffiarci dentro, l’ha usata come ditale sulla mano e ha continuato a graffiare e tirare le corde con foga. Poi ha messo l’armonica in tasca e con passo svelto è andato qualche metro indietro, verso la batteria, dove ha afferrato una bacchetta e ci ha fatto il “tapping” alla chitarra. Poi è tornato all’assolo “con le dita” standard, ci ha intrecciato con arguzia il motivo principale di uno degli hit di Robert Palmer, e ha continuato a impastare e macinare le corde della chitarra. Quando era al culmine, è andato al microfono e ha fatto scorrere il manico della chitarra lungo l’asta (questo lo dovrebbe vedere Eric Sardinas!). Si è fatto caldissimo e la gente ballava. Eppure non era affatto finita. Alvin ha detto che andava a casa (I’m Going Home), ma prima ha infiammato il pubblico: “Now we are gonna take you back to the Woodstock!”. Senza I’m Going Home non si poteva, assolutamente no. La gente l’avrebbe scuoiato vivo se se la fosse dimenticata. Certo, non è più veloce come negli anni settanta, ma è abbastanza selvaggia da garantire la festa finale sotto il palco. In I’m Going Home, naturalmente, non poteva mancare il medley rock n’ roll con Hound Dog e Blue Suede Shoes. Il concerto è finito dopo un’ora e mezza. Alvin torna per il bis e suona Choo Choo Mamma, poi si congeda con un “Rock on!” Eppure torna per un secondo bis e suona ancora un pezzo rock’n roll carico al massimo – Rip It Up. Un’ora e 45 minuti in tutto!
Alvin Lee col suo trio ha dimostrato che dopo tutti questi anni non è assolutamente da rottamare. Certo, con gli anni ha perso un po’ di abilità manuale e la voce non lo serve più come una volta, ma il tipo ha messo in piedi più volte un vero spettacolo da palcoscenico con stacchi solistici, di cui il concerto pullulava. La vera attrazione è stato il bassista, che con una leggerezza di piuma completava di continuo con melodia le linee di base, trasformandole in una vera attrazione da gourmet. Postura perfettamente da manuale e, come detto, precisione e velocità al posto giusto. Il tipo è stato straordinario nel padroneggiare il contrabbasso, che ha portato nel suono una magia speciale e ha dato al rock n’ roll un fascino in più, cosa di cui era consapevole anche lo stesso Alvin Lee, che si è inchinato più volte al suo bassista. Come detto, un’esibizione piena di energia e convincente. Alvin Lee, con il suo stile riconoscibile e la sua voce riconoscibile, tiene la forma anche nel nuovo millennio e continua a far felici le folle, che possono godersi la maestria di questo gigante del rock n’ roll e del blues. Il suono era perfettamente pulito, il trio ha organizzato una festa eccellente e non sono mancati nemmeno gli “yeah” di Alvin durante lo show, che sono il suo marchio di fabbrica. L’unico difetto era che il palco era di nuovo tenuto lontano dal pubblico di circa 10 m. Perché gli organizzatori del festival facciano questa politica non è chiaro. Non avranno mica paura che qualche biker pazzo arrivi a tutta velocità attraverso il pubblico su un trampolino e atterri sul palco durante l’esibizione della band? Quella distanza uccide il contatto tra la band e la folla e anche stavolta ho sentito la mancanza di un legame più genuino e diretto. Per il resto, la visita al concerto di una leggenda è stata un bilancio perfetto. Qualcuno ha per caso già scoperto dove si comprano i biglietti?
Scaletta
1.Rock And Roll Music To The World
2.Hear Me Calling
3.I Can’t Keep From Cryin’ Sometimes
4.How Do You Do It
5.That’s All Right Mamma
6.Don’t Want You Woman
7.I Don’t Give A Damn
8.I’m Writting You A Letter
9.Drum solo (incl. outro I’m Writting You A Letter)
10.Slow Blues In C
11.I’m Gonna Make It
12.Love Like A Man
13.I’m Going Home
—bis I.
14.Choo Choo Mamma
—bis II.
15. Rip It Up
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