Ancora una giornata perfetta con i Fates Warning (2012)!

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Autore: Rok Klemše
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Orto bar, Lubiana
Data del concerto: 15.03.2012
Numero di spettatori: 150
Prezzo del biglietto: 20€

Non pensavo che dopo i concerti di Cynic, Atheist e Pestilence dalle nostre parti potesse sorprendermi ancora qualcosa. E poi, così, come se niente fosse, annunciano che all’Orto bar arrivano i Fates Warning. Aspetta un attimo, esiste un altro gruppo con questo nome, o da noi vengono davvero i pionieri del metal progressivo!? Un nome che persino grandi nomi come Mike Portnoy (che in un’intervista ha pure detto che i Dream Theater vengono considerati erroneamente i padri del genere, mentre in realtà lo sono proprio i Fates Warning) e il compianto Chuck Schuldiner (Death) hanno citato tra le proprie influenze? Di Fates Warning ce n’è ovviamente uno solo, e giovedì scorso l’Orto bar ha ospitato sul suo palco le leggende americane del metal progressivo, quelle che il genere in pratica l’hanno inventato. Dopo l’ondata di entusiasmo scatenata dall’annuncio del concerto, sarebbe stato più che sensato aspettarsi uno spostamento in qualche location più grande, di quelle che una band come i Fates Warning meriterebbe in ogni caso. Ma nonostante le dimensioni ridotte della sala gli americani non ci hanno badato più di tanto, e il pubblico ha fatto in modo che la band non dimentichi il suo primo (e spero non ultimo) concerto da noi.

Il sipario è calato con l’intro Disconnected (Part I) e sul palco dell’Orto si sono fatti largo uno dopo l’altro Bobby Jarzombek (batteria), Frank Aresti (chitarra), Joey Vera (basso), il fondatore dei Fates Warning Jim Matheos (chitarra) e il cantante Ray Alder, salutando il pubblico entusiasta con il classico di Disconnected, One. Fin dalla prima pennata il suono era una favola, e non ricordo che a una band ospite all’Orto bar sia mai riuscito di avere un suono così perfetto. Quel giovedì si faceva notare per un calore incredibile, una chiarezza cristallina e, quando serviva, un’aggressività e una ferocia travolgenti. Ogni strumento aveva il suo spazio, ogni linea di chitarra si sentiva senza problemi, la batteria era potente e nitida, il basso rombante e profondo. Insieme al caldo vocal di Alder hanno formato un unico blocco perfetto, che ha abbracciato la sala e avvolto i presenti in una nuvola di magia musicale. Matheos, che scrive la maggior parte della musica, è un autore e chitarrista unico: i suoi pezzi non poggiano su assoli interminabili da cinque minuti che sembrano pippe (occhiolino a Petrucci), ma riesce a scrivere riff semplici in partenza, che dal punto di vista tecnico restano comunque estremamente complessi. In coppia con Aresti, Matheos forma un duo di chitarre »tour de force« che nei momenti giusti si è passato per gioco assoli da lasciare senza fiato. Sia Matheos che Aresti si alternano tra ritmica e lead, suonati in modo impeccabile, ed entrambi brillano davvero quando mettono le loro linee all’unisono nelle armonie »trademark Fates Warning«. Anche la sezione ritmica tagliava che era un piacere! Anche se Mark Zonder sarà con ogni probabilità sempre considerato »the« batterista della band, Bobby Jarzombek è entrato con disinvoltura in scarpe davvero enormi. Guardandolo suonare ci si perdeva facilmente tra tutti i passaggi e i percorsi delle sue bacchette. E questo con un set di batteria grande la metà di quello della maggior parte dei batteristi metal (vero, Portnoy). L’energia dal palco arrivava soprattutto grazie all’incredibile Vera, che brillava di una carisma pazzesco, facendo correre le dita sulle corde del basso con una leggerezza e una sicurezza impressionanti. E per questo si è beccato più volte sinceri applausi dal pubblico, mentre Alder ha rilanciato più volte »Joey likes you!« Nonostante il raffreddore e i problemi alla gola, anche Ray Alder se l’è cavata alla grande: ha cantato ogni linea vocale con un cuore enorme e tanta convinzione, caricando la performance di emozioni forti. Era incredibile sentire con quanta facilità Ray riuscisse a interpretare testi eccellenti, e anche se le linee alte non le regge più (e le ha adattate con abilità alle sue possibilità attuali), la sua voce è ancora possente, sentita e capace di una performance drammatica, che arricchisce dei Fates Warning già ricchi di per sé. Aresti, con i suoi generosi cori (a dimostrazione che anche Frank è un cantante fantastico!), ha portato le linee vocali ancora più in alto, fino al cielo. Troppo presto, dopo un’ora e quaranta e una splendida esecuzione di Eye To Eye, abbiamo dovuto salutare i Fates Warning.

È stato un addio amaro, ma abbiamo assistito a un concerto davvero bellissimo, portato a termine in modo impeccabile da maestri del proprio mestiere. L’esibizione straordinaria della band e un pubblico carico sono i due fattori che hanno fatto sì che le pareti dell’Orto giovedì scorso vivessero probabilmente il miglior concerto della loro carriera. Non mi sarà mai chiaro come sia possibile che i Fates Warning siano una band così clamorosamente sottovalutata, mentre i loro colleghi Dream Theater riempiono sale da mille, duemila persone, ma così va la vita. Però non c’è il minimo dubbio: i Fates Warning sono il metal progressivo »par excellece«, uno che non ha rivali. Spero che gli accenni di Jim a un nuovo disco si concretizzino presto. E che ci riportino ancora dalle nostre parti.  

Setlist

1. Intro/One
2. Life In Still Water
3. A Pleasant Shade of Gray: Part III
4. Outside Looking In
5. Down to the Wire
6. Heal Me
7. Still Remains
8. Another Perfect Day
9. The Ivory Gate of Dreams: IV.Quietus
10. A Pleasant Shade of Gray: Part XI
11. The 11th Hour
12. Point of View
13. Through Different Eyes
14. Monument
— dodatek —
15. At Fate’s Hand
16. Eye to Eye

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