God is an Astronaut e The Canyon Observer: una serata post rock a Lubiana (2012)
Luogo: Lubiana / Kino Šiška / Slovenia
Data del concerto: 16.03.2012
Spettatori: 550
Prezzo del biglietto: 18,00€
Grazie a Dio, finalmente il concerto di venerdì. Ultima tappa del loro tour: venerdì 16 marzo al Kino Šiška, dopo poco meno di un anno, sono tornati a trovarci i post rocker irlandesi God is an Astronaut. Ero andato a vederli anche ad aprile dell’anno scorso, quando per me erano una totale incognita: mi avevano attirato il nome e un paio di pezzi ascoltati al volo sul canale Youtube. E visto che il concerto dell’anno scorso è stato una vera bomba, sicuramente uno dei migliori a cui ho assistito in tutto l’anno, ho deciso di ripetere l’esperienza anche quest’anno. L’ultima volta che hanno suonato da noi, a scaldare il palco per i God is an Astrounaut c’erano i Coma Stereo, stavolta invece gli sloveni The Canyon Observer, di sicuro una delle migliori band alternative slovene del momento.
Questi ultimi si sono presentati sotto una luce davvero bella. Solo il suono era un po’ meno intenso, ma abbastanza da rendere difficile rimproverare qualsiasi mancanza all’arsenale della loro presenza scenica. Gli strumenti si sentivano distintamente, mentre la voce era semplicemente superba, piazzata al punto giusto nelle retrovie, quasi »from beyond the grave«. Musicalmente, la band flirta con approcci più moderni e usa senza problemi tutti i generi che ritiene adatti. Così abbiamo sentito momenti sludge, ravvivati da una chitarra shoegaze, e una voce che spazia da un urlo lacerante a un canto struggente, e chi più ne ha più ne metta. Dato che finora hanno pubblicato un solo EP, ovviamente hanno suonato i pezzi di quello. Devo dire però che il mio preferito è stato l’ultimissimo brano, che funzionava col principio del less is more. Estremamente ripetitivo, ma noioso nemmeno per un secondo, era la scelta più che giusta per chiudere la serata.
Piano piano si avvicinava il secondo concerto e potevo solo sperare che il suono fosse almeno vagamente simile a quello dell’anno scorso. I ragazzi sono evidentemente dei grandi lavoratori, visto che negli ultimi otto anni hanno pubblicato cinque album e un EP. La differenza tra i dischi e l’esperienza dal vivo è bella grossa. Se sugli album i momenti ambientali e quelli climatici e d’impatto sono più mescolati e la grancassa non è così in evidenza, al concerto è esattamente il contrario. Per tutto il tempo mi sono scervellato per trovare il modo migliore di descrivere la loro musica, finché non sono arrivato alla conclusione che l’intero concept somiglia parecchio a un orgasmo. Inizio tranquillo, quasi-culmine che ti riporta in acque un po’ più calme, e poi l’orgasmo, un getto seminale assassino. Per questo a qualcuno potrebbero sembrare monotoni, visto che si attengono piuttosto rigidamente a questo schema. Interessante anche il ritmo, perché in sostanza domina un ritmo drum and bass, a velocità diverse. Non per niente il pubblico al concerto veniva da tutte le parti: metallari, gente di mezza età, alternativi, “emo”, “you name it”. Questa compagnia assortita ha contribuito a un effetto curioso alla fine dei pezzi, quando di solito ci aggrappiamo ad altre abitudini che fanno parte del bon ton da concerto.. Così, a fine pezzo, per la sala si sono levati urla miste ad applausi e strepiti, non troppo lontani da quelli di un concerto dei Bon Jovi.
Probabilmente anche perché era l’ultimo concerto del tour, hanno deciso di suonare una specie di best of, senza saltare nessun album. È stato divertente ascoltare un pezzo del primo disco (When Everything Dies) seguito da uno dell’ultimo (Fragile), perché così il percorso evolutivo della band si è rivelato in un attimo. Fuori di testa anche le proiezioni dietro la band. Si è partiti con un cerchio, il cui effetto era simile a quello di spiare dal buco della serratura, e col tempo il cerchio è diventato due. Le immagini che giravano sullo sfondo erano un misto di riprese inquietanti, pianeti e spazio. Quindi donne con la maschera antigas, un attimo dopo un pianeta, tombe, spazio. Il tutto andava a nozze con la musica. Il suono era ovviamente di nuovo superbo. Come facciano i ragazzi a ottenerlo, non lo so. Sono stato a un sacco di serate death metal al Kino Šiška, ma per potenza non c’è niente che si possa paragonare ai GIAA. Quando qui il batterista attacca, attacca in un modo che ti fa tremare i pantaloni. Certo, la band non ha un cantante, ma nei pezzi in cui uno potrebbe sentirne la mancanza è la tastiera a prenderne il ruolo, salendo in quei momenti molto sopra gli altri strumenti, ma senza arrivare a metterli in ombra. Direi piuttosto che li sovrasta.
Visto che era l’ultima data del tour, ci hanno regalato anche un bis più che dignitoso, che ci siamo guadagnati pestando i piedi, cosa che io stesso ho fatto per la prima volta in vita mia. Nel silenzio quasi totale si sentiva solo quel pestare. Se funziona, ben venga. Per chiudere, vi lascio solo questo consiglio. Se avete la mente anche solo un minimo aperta alla musica, dateci una possibilità, a voi stessi e ai God is an Astronaut, e se i ragazzi vi piaceranno, ne sarete ripagati mille volte. La loro musica infatti è di quelle che lasciano spazio ad almeno mille interpretazioni diverse e, ovviamente, impressioni.
Scaletta
1. When Everything Dies
2. Fragile
3. From Dust to the Beyond
4. Age of the Fifth Sun
5. Echoes
6. Remembrance Day
7. Shadows
8. Worlds In Collision
9. Zodiac
10. Snowfall
11. Suicide by Star
12. Forever Lost
13. Route 666
—bis—
14. All Is Violent, All Is Bright
15. Fire Flies and Empty Skies
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