…And Then There Were Three…
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Genesis
Etichetta: Virgin Records
Uscita: 1978
Voto: 4/5
E infatti erano rimasti in tre…Dopo l’addio del geniale virtuoso della chitarra Steve Hackett, i Genesis non hanno cercato un nuovo chitarrista, ma hanno deciso che a occuparsi della chitarra in studio sarebbe stato direttamente il bassista Mike Rutherford. Lui ha fatto un lavoro sorprendentemente buono su questo disco, tanto che l’uscita di scena del maestro Hackett non si nota quanto probabilmente temevano in molti all’uscita dell’album. Un po’ della sua romantica atmosfera è sparita, certo, perché la chitarra di Hackett, insieme alle tastiere di Tony Banks, cioè l’interazione tra i due strumenti, era il vero marchio di fabbrica della band, quello che dava il tono alla maggior parte dei loro dischi migliori. Rutherford, pur essendo un ottimo bassista, non è mai stato un chitarrista di primo piano, ma era abbastanza solido per le esigenze del gruppo di allora, e secondo me l’uso che fa della chitarra in questo album è il suo migliore. Anche la divisione dei “compiti” tra i singoli musicisti si è fatta più definita: Collins voce e batteria, Rutherford chitarra e basso, Banks tastiere.
Con questo album i Genesis hanno iniziato a scrivere brani un po’ più corti, e sono spariti quegli epici maestosi e le composizioni stratificate, piene di cambi di tempo e armonie in più parti, che negli anni d’oro erano il segno distintivo della band. Gli arrangiamenti sono diventati meno classici e più standard, nello stile strofa/ritornello/special/ritornello. Ciononostante, quel suono inconfondibile del gruppo, con tutta la sua malinconia e romanticismo, è ancora presente sulla maggior parte del disco, e restano anche alcuni elementi d’avanguardia, anche se Banks ha abbandonato il mellotron e si è orientato soprattutto sui sintetizzatori. Anche il tipo di testi ha cominciato a cambiare gradualmente, e quelli romantici, fantasy, misteriosi e surreali hanno iniziato a far spazio a quelli d’amore, soprattutto grazie a Phil Collins, che in quel periodo aveva parecchi problemi personali con il suo matrimonio e non vedeva l’ora di potersi “confessare”. Oggi in molti danno la colpa proprio a Collins se il gruppo si è commercializzato dopo l’addio di Hackett, ma per molti versi è ingiusto, perché Collins è diventato dominante come autore di testi e musica solo all’inizio degli anni ’80, cioè quando ha avviato la sua carriera solista , mentre qui il suo contributo musicale era ancora minore rispetto a quello degli altri due membri. Però, come ho già detto, su questo disco il loro suono riconoscibile era presente ancora per l’ultima volta, grazie soprattutto alle tastiere di Tony Banks, che dopo l’addio di Hackett è rimasto in qualche modo l’ultimo elemento “progressive” del gruppo. Per spirito, il disco è quindi affine al predecessore “Wind & Wuthering” (1977): è ancora mistico, magico in modo serale, si respira una certa nostalgia, insomma lo spirito originale della band è ancora lì, e si sbagliano di grosso i tanti che storcono il naso davanti a questo album sostenendo che qui il gruppo non è più quello “vero”. “And Then There Were Three” è per lo più ancora un disco progressive, anche se contiene molte ballad (“Undertow”, “Snowbound”, “Many Too Many) e perfino un hit pop (“Follow You Follow Me”). Proprio per quest’ultimo è un album molto importante per il gruppo, perché quella ballad ha segnato una svolta decisiva nella filosofia musicale e la fine graduale dei Genesis come band progressive rock, oltre alla nascita dei Genesis come attrazione pop con milioni di dischi venduti e singoli di successo.
Su “And Then There Were Three” ci sono parecchi brani eccellenti, a partire dall’opener drammatica “Down And Out”, con i suoi cambi volutamente irregolari di chitarra e ritmo, che dimostra bene come Rutherford non fosse proprio un analfabeta della chitarra. Allo stesso tempo, è di nuovo qualcosa di speciale, qualcosa di nuovo. La bellissima ballad “Undertow” è una delle migliori ballad romantiche del gruppo con Collins alla voce e senza un briciolo di quella sdolcinatezza di cui c’era in abbondanza nelle loro ballad successive. “Ballad Of Big” è costruita su armonie ritmiche in più parti e piacerà alla maggior parte dei fan dei Genesis classici. L’unico epico nel vero senso della parola su questo album è “Burning Rope”, che con i suoi sette minuti è anche il brano più lungo del disco e suona addirittura come se venisse dai due album precedenti. Senza dubbio è uno dei brani migliori dell’album, in particolare è splendida la parte finale, dove Rutherford, con un assolo magnifico, degno dello stesso Hackett, mostra alcune delle sue cose migliori alla chitarra e dove Banks alle tastiere è di nuovo fantastico. “Deep In the Motherlode” è una composizione progressive di quelle che piaceranno a tutti i fan dei Genesis classici, con un testo insolito ed enigmatico, e avrebbe potuto stare benissimo anche sull’album precedente. “Many Too Many” è un’altra bella ballad, dove si può sentire anche la splendida armonia di chitarra in terzine di Rutherford, le classiche tastiere di Banks e un’ottima prova vocale di Collins. “Scenes From a Night’s Dream” è un brano a metà tra hard rock e AOR, ispirato al fumetto Little Nemo, con un ritmo fantastico, un altro pezzo solido e innovativo che lascia intuire dove il gruppo cominciava a sentirsi sempre più attratto. “Say It’s Alright Joe” è un’altra ottima ballad progressive, costruita su un ritmo jazz, in cui vanno sottolineati lo straordinario Rutherford a chitarra e basso e i cambi stratificati di Collins alla batteria. “The Lady Lies” è un brano romantico splendido, che sorprende con i riff metal di Rutherford alla chitarra e un ritmo jazz fenomenale di basso e batteria nel ritornello, ma anche con un testo fantasy interessante, che parla di un eroe pieno di virtù che supera ogni ostacolo, non si lascia sedurre dalle tentazioni, ma alla fine soccombe comunque a una misteriosa donna nel bosco. Senza dubbio uno dei brani migliori dell’album, se non addirittura il migliore. L’ultima canzone del disco, la ballad “Follow You, Follow Me”, costruita su un ritornello ultramelodico, un semplice riff di Rutherford, armonie vocali in più parti e la voce piena di sentimento di Collins, è stato il primo grande hit pop del gruppo, che gli ha portato il primo successo negli USA e ha finalmente avvicinato la band anche al pubblico mainstream. Ai loro concerti hanno allora iniziato ad arrivare in massa anche le ragazzine che prima se ne stavano alla larga da un gruppo che, per i loro canoni, era “troppo strano e intellettuale”. Come ha dichiarato Collins in un’intervista, con questo brano il gruppo ha osato per la prima volta dire “ti amo”. Questa ballad di grande successo, ma anche controversa, ha annunciato il graduale addio del gruppo ai brani progressive complessi e la sua svolta graduale verso l’AOR, ovvero il pop. Anche se la maggior parte dei fan del progressive non la sopporta, soprattutto per il suo valore simbolico, a me personalmente sembra una delle loro migliori creazioni pop e una delle ballad più belle.
La maggior parte dei brani dell’album dimostra che il gruppo, pur nella formazione “indebolita”, e nonostante l’abbandono di alcuni elementi progressive e la svolta verso composizioni più compatte, ha mantenuto il suo suono riconoscibile, la qualità musicale e la perfezione tecnica. Per questo posso dire che i tre membri rimasti, dopo l’improvviso addio di Hackett e in un anno poco favorevole al progressive rock, si sono ripresi piuttosto bene e hanno fatto un ottimo album, che non rientra tra i capolavori del progressive rock e nemmeno tra le loro cose migliori, quelle che il gruppo faceva con Hackett, ma che è comunque sicuramente il miglior album prodotto dal trio, che è diventato anche la formazione più longeva e commercialmente più di successo nella storia del gruppo, ma anche la più controversa, soprattutto per la maggior parte dei fan del progressive rock. L’hit “Follow You Follow Me” è senza dubbio il brano chiave che ha cambiato per sempre il volto musicale del gruppo, che allora si è conquistato un’enorme schiera di nuovi fan, ma col tempo ne ha persi anche parecchi di vecchi. Vero, alcune trame delle tastiere non sono proprio all’altezza delle capacità di Banks e Rutherford ovviamente non è Hackett, ma per il progressive rock erano tempi duri, il punk era all’apice del successo e posso dire che con questo disco i Genesis se la sono cavata molto bene, per l’epoca. “And Then There Were Three” è quindi un album molto buono, che dovrebbe piacere sia ai fan dei Genesis classici sia a quelli “commerciali”, perché è una specie di ponte tra le due ere, quando il gruppo aveva già cominciato a “cambiare pelle”. Erano ancora progressive, ma già con un piede nel pop.
Formazione
Phil Collins – voce, batteria, percussioni
Mike Rutherford – chitarra, basso, cori
Tony Banks – tastiere, cori
Produzione
David Hentschel e Genesis
Tracklist
1. Down And Out (5:24)
2. Undertow (4:45)
3. Ballad Of Big (4:48)
4. Snowbound (4:28)
5. Burning Rope (7:09)
6. Deep In The Motherlode (5:12)
7. Many Too Many (3:30)
8. Scenes From A Nights Dream (3:29)
9. Say It’s Alright Joe (4:19)
10. The Lady Lies (6:04)
11. Follow You, Follow Me (3:59)
Durata dell’album: 53:07