Vorrei che tu fossi qui, su un’isola di echi unici, dove splende un grasso vecchio sole (2006)

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Luogo: Teatro degli Arcimboldi, Milano, Italia
Data del concerto: 24.03.2006
Numero di spettatori: 3
Prezzo del biglietto: 13.000,00 – 25.000,00 SIT

Wot’s…Uh the Deal!!! Tre pullman pieni, con a capo il tosto e impavido Concert Freak, in piena azione! L’invasione di Milano è iniziata. Verso le 17:00 stavamo già bighellonando e gironzolando per la città del peccato. Abbiamo ammazzato il tempo in un vicino centro commerciale con tanto di svago, molto simile al nostro Kolosej, che come tale vantava pure un po’ di ristoranti, tra la marea dei quali ne abbiamo scelto uno dove servono solo vino a bottiglia e non vino a bicchiere. Insomma, il vino in bottiglia si poteva ordinare, mentre il vino spillato in un modesto bicchierino da un decilitro proprio no. Si trattava di una Steak House americana, anche se noi smaniavamo per una porzione di spaghetti, il paradosso della globalizzazione, insomma,… Ah, questa “spazzatura” americana (per lo più) sparsa senza ritegno su tutta la Terra,… a volte davvero non ha rivali. 

Okay, veniamo al sodo. Non vi scriverò la biografia di un gigante del rock, che il 06.03.2006 ha compiuto 60 anni, ma in sostanza si trattava di un evento che nel mondo della musica è uno dei veri picchi di quest’anno. Con Gilmour sui palchi si ha di fatto la continuità più autentica del concertismo targato Pink Floyd, spentosi dopo il 1994.

Il Teatro degli Arcimboldi è una sala nello stile del nostro Cankarjev dom, con posto per appena 2.500 persone. I prezzi erano salati da matti e i più economici partivano da 13.000,00 SIT, se ti accontentavi “modestamente” di un posto a sedere in galleria al secondo piano. Naturalmente al Teatro c’era un caos da formicaio, gli articoli originali del “merchandise” ufficiale avevano prezzi allegramente gonfiati, mentre fuori i venditori “nomadi” smerciavano magliette di qualità, dal design di gusto, per appena 10,00 €.

Grazie a dio non c’era il gruppo spalla. Mi fanno sempre saltare i nervi per l’attesa. Del resto, trovare un gruppo spalla degno di Gilmour sarebbe l’opera di una vita, da nomination all’Oscar. All’improvviso le luci in sala si sono spente. Il pubblico ha tirato fuori all’unisono un ruggito di entusiasmo maledettamente forte, che mi ha quasi fatto saltare entrambi i timpani. Cavolo, ho temuto che sarebbe andata così per tutto il concerto, anche se con gli Italiani, tutto fuoco e temperamento, non ha davvero nulla di strano. Intanto la sala era già inondata dai suoni di Castellorizon. Nel momento in cui è risuonata la prima nota di chitarra, un fascio di luce ha illuminato un volto noto, quello di un vecchio amico dei tempi “floydiani”. La gente ha di nuovo risposto in coro con una nuova cannonata di applausi e di urla forsennate, quasi deliranti. On An Island e tutta la band con David sul palco. Quel gentleman brizzolato alle tastiere? Cavolo se somiglia a Richard Wright, il socio di David nei Pink Floyd. Accanto a lui Jon Carin, un altro tastierista, che un tempo aveva già collaborato con i Pink Floyd. Alla destra di Gilmour Guy Pratt, bassista, che può vantare la stessa anzianità di Carin, e più avanti a destra il leggendario Phil Manzanera in persona, chitarrista dei Roxy Music, mentre dietro la batteria sedeva il meno noto Steve Di Stanislao. Il suono della band, un filo troppo alto durante On An Island, è stato sistemato dai tecnici dopo la parte strumentale centrale. Presentando la seconda canzone, The Blue, David ha detto che lui e la sua compagnia avevano intenzione di suonare per intero, nella prima parte del concerto, il nuovo album in studio “On An Island”. Da veri perfezionisti hanno preparato tutto il necessario perché la musica si fondesse in armonia con la scenografia (lo show di “luci”), che era quella ripresa da David dalla sua band madre. Questa visualizzazione, insieme alla musica, ci ha portati dritti in un altro mondo. Dritti su un’isola. Il blu era contagioso e non potevi resistergli per molto. Per portare il prima possibile sul palco Dick Parry in persona, Gilmour ha invertito un po’ l’ordine dei brani e al posto di Take A Breath hanno attaccato con lo strumentale atmosferico Red Sky At Night. Di conseguenza il palco è stato inondato da una luce rosso porpora scuro, puntata ovviamente sul leggendario sassofonista, che aveva già suonato con i Pink Floyd nel disco “The Dark Side Of The Moon” (1973). Subito dopo i ragazzi si buttano nell’ottimo pezzo “bluesy” This Heaven, dove Gilmour per la prima volta nel concerto impugna il suo temibile ditale – lo slide da dito (se provo a slovenizzarlo) – appoggia la chitarra acustica sul supporto in posizione orizzontale, come se mettesse un bebè nella culla, e comincia a strisciarlo sulle corde. Sì, sì, i suoni di “Meddle”, brrrr… che pelle d’oca. È seguita Then I Close My Eyes con un semplice ma impressionante motivo di “delay”, dal quale la band ha sviluppato un’atmosfera grandiosa, tanto che alla fine in sala suonava tutto come se sul palco ci fosse un’intera orchestra filarmonica. Solo allora la band ha acceso per la prima volta in modo più serio il lato “rock” ed è finalmente arrivata la già citata Take A Breath, che ha portato sul palco e in sala sensazioni e atmosfera assolutamente nuove. Il palco si è infiammato. L’inconfondibile riflettere “floydiano” ci ha risucchiati nel brano. Il gruppo sul palco è diventato all’improvviso estremamente vivace e con un solido “beat rock” ci ha trascinati a dondolare sempre più intensamente sulle sedie. Smile ha rovesciato di nuovo tutto in un nuovo, delicato e fragile galleggiare, con Gilmour ancora con lo “slide da dito” e la chitarra acustica che tira lunghissimi “slide” sulle corde. Con la canzone successiva, A Pocketful of Stones, siamo letteralmente rimasti impietriti, perché il pezzo è gelido, oscuro e tenebroso, ma con un eccezionale momento psichedelico. La prima parte si è chiusa con il brano finale Where We Start ed è durata un’ora intera. Gilmour con la sua compagnia è riuscito a evocare un mondo unico sul modello della vera magia dei Floyd, un mondo che mi ha portato in trance e, quando i musicisti hanno lasciato il palco, sono uscito stordito nel corridoio e per 20 minuti ho fissato la grande hall, che la gente aveva riempito in modo iperattivo. Avevo la testa completamente vuota e la sensazione era di essere in un film, o di sognare uno strano sogno. Tutto tremolava davanti a me, persone minuscole correvano sotto di me, compravano magliette, ordinavano caffè e acqua e inquinavano freneticamente l’aria, pardon, riempivano i bagni…

Bene, tiriamo una riga sulla prima parte e atterriamo sul terreno della realtà. Nonostante la voluttà che ci è toccata, la prima parte non è stata ottimale, né come l’avrei voluta e me l’aspettavo. Prima di tutto l’audio all’inizio del concerto. Il gruppo suonava troppo forte. Hanno rimediato in fretta, abbassando i cursori a metà di On An Island fino a una quantità di decibel più gentile per le orecchie. In secondo luogo, anche il canto di David Gilmour non è più quello di una volta. Soprattutto negli acuti non è più convincente e un paio di volte è stato un po’ “preso” o gli è mancata la voce per centrare una nota decisa e ben intonata. Anche l’assolo in On An Island non era perfetto. I magneti non tiravano come dovevano e durante i lunghi “pull off” le note si perdevano troppo in fretta, così l’assolo non aveva la continuità necessaria e il pezzo ha perso l’alto livello di atmosfera che ha sul disco in studio e che il maestro della slide guitar sa far rivivere così efficacemente. Quindi spero che la prossima volta i roadie e Gilmour colleghino con più attenzione il sustainer ai magneti, così “tirerà” come si deve.

Seconda parte. Buio sul palco. La prima silhouette è stata Rick Wright. Il mellotron apre il seguito. Un’introduzione, quindi. Cosa mai potrebbe venire dopo. “Pliiiink” … Ma è Shine On You Crazy Diamond. Fantastico, non c’è che dire. Naturalmente Gilmour alla chitarra, Parry al sassofono, Wright perfetto alle tastiere. Tutto funziona alla perfezione, finché… sì, ancora un finché. Finché Gilmour non ha aperto bocca. La batteria si zittisce e il brano si trasforma in ballata esattamente nel punto in cui entrano i versi. Gilmour ha storpiato le linee e le ha condotte per vie di improvvisazione propria, più in basso, per riuscire a gestirle. Certo, l’atmosfera si è infiammata a ogni assolo e per la sala è corso un fragore da urlo! Un paio di volte la gente ha letteralmente pestato i piedi per terra, facendola tremare per bene, ma la prestazione vocale è calata appena un po’. Una bella sorpresa è arrivata subito dopo, quando la voce principale è passata a Rick Wright e i Pink Floyd, pardon, Gilmour e compagnia, hanno attaccato con Wearing The Inside Out. Questo pezzo i Pink Floyd non lo avevano infatti suonato nel tour di “Division Bell”. Nel ritornello mi mancavano in qualche modo le linee vocali femminili dei coretti dell’originale, che ci “stanno” alla perfezione, perché rimpiazzarle con voci maschili non era una sostituzione adeguata. Il salto all’eredità di Syd Barrett e al brano acustico Dominoes dal secondo album solista di Barrett, “Barrett” (1970), è stata una mossa molto gentile e simpatica, e Fat Old Sun non era da meno. Questa canzone è cresciuta moltissimo in tutti questi anni, visto che ha 36 primavere, da quando uscì nel 1970 sul disco floydiano “Atom Heart Mother”. La prima parte era acustica, con Gilmour ovviamente in assoluto primo piano, nella seconda entra attivamente nel pezzo la linea ritmica e alla fine tutti si concedono una breve “jam” d’uscita, che ha incendiato alla grande il palco. Le due canzoni citate in scaletta vengono ogni tanto sostituite, in alcune serate del tour di Gilmour, da Coming Back To Life e Wot’s…Uh the Deal.

Si sentiva che il pubblico era semplicemente in estasi. E i momenti di estasi ed entusiasmo sono schizzati alle stelle quando il palco è stato investito da un urlo schizofrenico (registrato) e dal suo eco. Questo si è fuso in un massiccio, grosso Mi minore, che ha annunciato Breathe. Funzionava alla perfezione! Perfetto. Tutto era coordinato. Il suono, le voci, i cori, Gilmour e l’inconfondibile modo di suonare la chitarra, dal marchio unico, irripetibile o difficilmente ripetibile. La perfezione non è calata nemmeno in Time, che alla voce di Gilmour fa ancora molto bene. Una possente campana, che adornava il set di batteria, significava una cosa sola. High Hopes! Sono rimasto senza parole, senza pensieri. Gilmour si è dedicato alla chitarra classica e, mentre cantava, in primo piano è salito l’inconfondibile suono delle sue corde di nylon dopo la conclusione dell’eccezionale introduzione pastorale. Un brano di molteplici atmosfere, con una parte strumentale centrale straordinaria. Mi ha letteralmente sollevato dalla sedia, a fatica sono riuscito a restare in uno stato psicofisico normale. Gilmour ovviamente non ha dimenticato la parte finale e la chitarra “steel pedal”, dove ha fatto scivolare le corde a colori come sa fare solo lui. Il finale era sublime. La “steel pedal” si è spenta spontaneamente e la melodia che prima teneva solo lo sfondo della composizione (le tastiere di Wright e Carin) ha riempito all’improvviso la sala. Gli artisti, con raffinatezza e un sentire primordiale, hanno condotto con totale dolcezza, sempre più piano, giro dopo giro, il “fade out” fino al silenzio completo. Quasi completo, perché la sala è stata di nuovo travolta da una valanga di fervore da parte dei temperamentali italiani. Erano davvero maledettamente rumorosi e in un attimo ho desiderato di legare le mani a tutti in sala e tappare loro la bocca con del nastro adesivo impermeabile. Il silenzio, infatti, è una parte importante del mondo dei Floyd, “brača talijani, zar vam to nije jasno!”.

Per finire Gilmour ha portato il pubblico in paradiso. Il suono. Un suono noto. C’è un sottomarino qui vicino? Non ci credo! Era Echoes… era quell’opera d’arte di 23 minuti come andavano di moda 35 anni fa, ed è stata suonata in modo grandioso sopra ogni cosa. Fra tutte è quella che ha avvicinato di più i Pink Floyd. Fra tutte le composizioni della serata, la sua esecuzione è stata davvero quella che ha brillato con più chiarezza. Temevo che i ragazzi avrebbero fatto una specie di “medley” e che stessero solo scherzando in modo insulso con quei suoni iniziali di Echoes. Poi entra la voce. L’inconfondibile duo Wright – Gilmour. Brrrr, di nuovo pelle d’oca. Dopo un “miliardo” di anni Echoes è di nuovo sul palco, dalla voce e dalla chitarra di David Gilmour. Un brano di molti cambi di motivo, di molteplici atmosfere. Avrebbero potuto interromperlo in qualsiasi momento e passare, diciamo, ad Another Brick In the Wall pt. II e vendersi l’intelletto in un istante, e invece no. Hanno suonato il pezzo intero dall’inizio alla fine e la sala è stata inondata da un’unica magia di musica, nobilitata da un marcato show di “luci”.

Un vero fan non può che essere sommerso da una vera sensazione di felicità. Dopo il concerto ho chiacchierato con un uomo che ha qualche anno in meno di Gilmour e non riusciva a riprendersi, dopo aver assistito all’esecuzione di un brano che aveva segnato la sua generazione 35 anni fa. Era felicissimo e gli veniva da piangere dalla commozione, ben visibile! Gilmour e i suoi collaboratori hanno lasciato il palco saturo di nebbia, hanno suonato Echoes in modo perfetto, ma quel “thank you” alla fine non c’entrava proprio niente. Già solo il tifo della folla ha incrinato parecchio il bellissimo nuovo mondo che i ragazzi avevano creato e si erano lasciati alle spalle uscendo di scena. Una catarsi indimenticabile.

Dopo qualche sorso di acqua ristoratrice, sono tornati sul palco e hanno dato alla folla quello che possono dare. Wish You Were Here! Esecuzione “flawless” standard. Alla fine Gilmour annuncia il pezzo conclusivo e ringrazia profondamente i presenti in sala per tutto il sostegno. Probabilmente una delle canzoni dalla composizione classica più bella nella storia dei Pink Floyd, con uno degli assoli più struggenti che David abbia messo insieme in carriera, Comfortably Numb. Stavolta nel pre-ritornello canta la voce “lead” Wright, senza alcun coro, il che ha avvicinato il pezzo all’originale del disco “The Wall” (1979), e la band non ha nemmeno usato il suono iniziale fortemente “compresso”, “sovradistorto” a sirena, che contraddistingue le versioni di questa canzone suonate dai Pink Floyd negli ultimi due tour. Nel ritornello Gilmour e Wright si scambiano la voce principale. Io, naturalmente, aspettavo l’assolo finale, che è un capitolo a parte, come lo è un bel po’ di assoli di Gilmour. Gilmour è come, che so, Knopfler. Picchia una sola nota e capisci subito chi ha la chitarra in mano.

Lo show era finito. Tutto ha una fine. A volte è dura farsene una ragione. Ero di nuovo in un altro mondo e in uno stato in cui, nella prima mezz’ora dopo il concerto, ho sparato qualche superlativo sensazionalistico, il che voleva dire che avevo bisogno di una messa a terra il prima possibile per funzionare normalmente. È arrivata molto presto, sul pullman del ritorno, quando ci siamo persi all’improvviso e abbiamo vagato per le strade locali intorno a Bergamo, perché gli Italiani avevano deciso di chiudere proprio di notte un tratto d’autostrada per rifarlo. Senza aver segnalato prima il percorso alternativo. Italia, che vuoi farci. Un horror del traffico! Così poco prima delle dieci eravamo a Lubiana. Ma sarà interessante vedere come risponderà alla sfida di Gilmour a giugno a Verona Roger Waters. Gilmour in tour è uno dei picchi di quest’anno della scena rock. E non solo. È uno degli eventi più importanti dell’anno. Resta da vedere se ci ricapiterà mai un’occasione così golosa di vedere i Pink Floyd rivivere in modo autentico. I sogni sono diventati realtà! Speriamo che si ripeta ancora.

Scaletta

1.Castellorizon
2.On An Island
3.The Blue
4.Red Sky At Night
5.This Heaven
6.Then I Close My Eyes
7.Take A Breath
8.Smile
9.Pocketful Of Stones
10.Where We Start
—-pausa (circa 20 min)
11.Shine On You Crazy Diamond
12.Wearing The Inside Out
13.Dominoes
14.Fat Old Sun
15.Breathe
16.Time (incl. breathe reprise)
17.High Hopes
18.Echoes
—bis
19.Wish You Were Here
20.Comfortably Numb

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