Anno Domini High Definition
Artista: Riverside
Etichetta: Inside Out Records
Uscita: 2009
Durata: 44:44
Voto: 4.5/5
I Riverside sono un acquisto eccezionale e una ventata d’aria fresca per la scena progressive, soprattutto in un momento in cui il movimento prog metal ha perso un po’ di attualità e fa fatica a trovare nuove leve capaci di pescare dal pozzo della propria ispirazione creativa, unica garanzia di un’identità davvero riconoscibile. “Anno Domini High Definition” è il quarto album in studio dei Riverside, con cui i ragazzi fanno un nuovo passo avanti nella loro personalissima e inconfondibile incisione di artigianato musicale. Non solo conferma ancora una volta l’unicità della band, ma ne allarga, ne approfondisce e ne ridefinisce i punti fermi, portandoli a un livello qualitativo più alto e in una nuova forma musicale.
I polacchi coltivano il loro carattere inconfondibile fin dall’inizio della carriera. Dal debutto. E fin da subito hanno piantato i paletti di alcuni marchi di fabbrica che li rendono riconoscibili. Prima di tutto la voce, che ha un colore tutto suo; poi, forse ancora più importante, un ricco e massiccio muro sonoro, garanzia di un’atmosfera particolare, cupa e cataclismatica, spesso rinforzato da campioni programmati, aggiunti in modo spiritoso, semplice, sincero e allo stesso tempo elegantissimo, ma capace di spingere questo tratto della band fino a dimensioni bizzarre.
Anche stavolta ci godiamo la stratificazione sonora, ricca di arrangiamenti e di sostegno, del fondale che regge e accompagna la voce. Accanto al pestare dinamico e vivo creato dai riff metal della chitarra, i Riverside smuovono quelle frasi chitarristiche con effetti sonori e campioni programmati, che possono dare l’illusione della poliritmia ma soprattutto allargano il raggio espressivo della band, perché sono tra i principali artefici di un clima drammatico, ad alta intensità, che non cala mai lungo tutto il disco. In questo senso “Anno Domini High Definition” fa fare un salto di livello rispetto ai tre album precedenti. Le tastiere ogni tanto ricorrono al suono dell’organo, che con la sua armonicità riempie e allarga ulteriormente lo spettro della dimensione sonora del disco.
Nei Riverside non c’è un colpo a vuoto. Tutti gli elementi convivono sulla stessa lunghezza d’onda, si intendono alla perfezione, trattano con astuzia i cambi dinamici nell’ondeggiare di un’atmosfera ricca e reale, dove la predica vocale, dentro caratteristiche strumentali intrecciate in modo così compatto e coerente, prende vita da dio. Questa atmosfera morbosa, carica di malinconia, che nelle band polacche in genere non è difficile percepire, dovrebbe calzare a pennello a chi ama certi “piagnoni” inglesi alla Porcupine Tree da una parte, o addirittura, in un parallelo diametralmente opposto, una band come gli Arena (nella loro versione produttiva più dura). Certo, la roba è fatta di un’altra pasta, ma le sensazioni che nascono nell’ascoltatore creano fra le due band corrispondenze azzeccate. Alla fine conta solo la vibrazione che arriva. Non importa la strada con cui ci arrivi. L’importante è che ti entri sotto pelle e ti convinca che stavolta il gioco è vero.
Nell’album spiccano i brani Left Out e Hybrid Times. Sono i due più lunghi. Le loro lunghe parti strumentali seguono il puzzle a mosaico dei pezzi, come frammenti di motivi chiaramente distinti che si incastrano l’uno nell’altro, come chiave e serratura. Così a prendersi tutta l’attenzione, nel gioco dei Riverside, sono proprio queste parti dei brani, dove la band risulta particolarmente convincente nella sua maestria di far salire la tensione dell’atmosfera infilando una serie di molteplici motivi guida. Il fluire dei riff che pestano, le svolte ritmiche che trattano con abilità tra texture ritmiche più pesanti e altre definite in modo banale, l’uso variegato delle tastiere: il risultato complessivo offre materia che calzerà a pennello ai buongustai della musica, che potranno goderselo a lungo e sollevarne, uno dopo l’altro, i “veli”.
La band crea contrasti spesso mettendo il suono dell’organo in contrapposizione al riffare vivo delle chitarre, oppure, nei passaggi in cui il riff di chitarra perde il primato, contrappone i suoni più classici delle tastiere e i campioni programmati a una linea di basso appuntita, voluminosa e melodicamente esplorativa. In questo Hybrid Times è la vincitrice assoluta del disco, soprattutto nella parte in cui la band flirta con le scoperte della “goa trance” vera e propria. Sempre al limite della provocazione, a rompere gli schemi consolidati, a piantare nuovi confini e a scoprire nuovi orizzonti musicali.
Accanto a Hight Times, non meno provocatoria e unica nella sua natura è la parte strumentale centrale di Egoist Hedonist (definizione di un politico sloveno per l’Anno Domini 2010), dove la band, oltre al già citato campionamento programmato del genere “trance” (in una sfumatura di buon gusto), piazza in uno dei motivi un attacco di fiati che, nelle mani dei Riverside, ancora una volta ravviva con efficacia la dinamica e tiene l’ascoltatore col fiato sospeso, a chiedersi cosa diavolo lo aspetti nel pezzetto di brano successivo. Il fattore imprevedibilità, di cui vanno ghiotti gli amanti del metal o del rock a impostazione progressiva, in questo disco è fantasticamente magnificato e messo in primo piano.
La voce è calata a fondo nei versi. Dalla malinconia sottile può salire in un attimo a uno strillo ossessivo, sparare fuori perfino qualche “growl” occasionale, e così mette in fila tantissimi stati d’animo, che nel loro realismo risultano addirittura sbalorditivi. I ragazzi approfondiscono l’atmosfera anche facendo ricorso agli effetti sonori “echo” sulla voce.
Un’ultima cosa. I Riverside offrono sì un dialogo incrociato tra gli assoli di chitarra e quelli di tastiera, ma restano sempre fedeli al voto fatto all’atmosfera elevata che inseguono, e in questo non sanno tradirsi. Quindi non vi toccherà mai assistere a mitragliate di pentagrammi costruite su un’alta scuola musicale.
“Anno Domini High Definition”, quarto album in studio dei Riverside, è di gran lunga il disco più sfidante, più ricco dal punto di vista espressivo e più complesso nella struttura della band. Allo stesso tempo entusiasma come si sia riusciti a definire in studio un nero così autenticamente morboso, che guida in primo piano lo stato d’animo di fondo del disco. Questo offre un filo rosso, nonostante tutta la varietà sonora e di arrangiamento, una compattezza, una forma chiaramente definita e la sensazione che i Riverside abbiano raggiunto un livello di sviluppo artistico in cui il respirare “la stessa cosa” da parte dei membri del gruppo ha toccato lo zenit creativo. Un album che consiglio caldamente ai palati musicali più viziati. Speriamo solo che i Riverside, in questa fase di picco della loro creatività artistica, ci viziino ancora a lungo con dischi come “Anno Domini High Definition”. Una band che letteralmente scoppia di energia, scaldata alla temperatura giusta per lavorare a pieno ritmo.
Formazione
Mariusz Duda – voce, basso, chitarra acustica
Piotr GrudziŠ
Produzione
Riverside & Szymon Czech
Tracklist
1. Hyperactive (5:45)
2. Driven To Destruction (7:06)
3. Egoist Hedonist (8:56)
4. Left Out (10:59)
5. Hybrid Times (11:53)