Riverside : Anno Domini High Definition

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Etichetta: Inside Out Music
Data di uscita: 15.06.2009
Produzione: Riverside & Szymon Czech
Durata dell’album: 44.44 min


I Riverside sono un acquisto formidabile e una ventata di freschezza per la scena progressive, soprattutto ora che il movimento prog metal ha perso un po’ di smalto e fatica a trovare rinforzi nuovi, capaci di attingere al pozzo della propria ispirazione creativa, unica garanzia di un’identità davvero riconoscibile. “Anno Domini High Definition” è il quarto album in studio dei Riverside, con cui i ragazzi fanno un altro passo avanti nella loro incisione artistica, personale e unica. Non solo conferma ancora una volta l’unicità della band, ma ne allarga, ne approfondisce e ne ridefinisce i confini già esistenti, spingendoli a un livello qualitativo più alto e dentro una nuova forma musicale.

I polacchi coltivano il loro carattere inconfondibile fin dagli esordi. Dal primo disco. E fin dall’inizio hanno piantato i paletti di alcuni marchi di fabbrica che li rendono riconoscibili. Prima di tutto la voce, con un colore tutto suo; poi, e forse è ancora più importante, un massiccio, ricchissimo muro sonoro, garanzia di un’atmosfera particolare, cupa e cataclismatica, spesso rinforzata da campionamenti programmati, inseriti in modo spiritoso, semplice, sincero e al tempo stesso elegantissimo, anche se questo tratto della band può essere spinto fino a dimensioni bizzarre.

Anche stavolta possiamo goderci la stratificazione sonora, ricca di arrangiamenti e di sostanza, della scenografia che sta sullo sfondo e regge e sostiene la voce. Sopra l’urto dinamico e vivo creato dai riff metal della chitarra, i Riverside danno movimento a quelle frasi chitarristiche con effetti sonori e campionamenti programmati, che possono dare l’illusione della poliritmia e soprattutto allargano il raggio espressivo della band, visto che contribuiscono in modo decisivo a costruire un clima drammatico, ad alta intensità, che sull’album non cala mai. Con questo tipo di arrangiamento “Anno Domini High Definition” fa fare un salto in avanti rispetto ai tre album precedenti. Le tastiere, qua e là, ricorrono al suono dell’organo, che con la sua armonicità riempie e allarga ancora di più lo spettro della sonorità dell’album.

Nei Riverside non c’è un colpo a vuoto. Tutti gli ingranaggi viaggiano sulla stessa lunghezza d’onda, si intendono alla perfezione, giocano furbescamente con i cambi dinamici in un’atmosfera ricca di onde e di realtà, dove la predica vocale, in un tessuto strumentale così unito e compatibile, prende vita in un modo dannatamente efficace. Quell’atmosfera morbosa, carica di malinconia, che nelle band polacche in genere non è difficile percepire, dovrebbe calzare a pennello a chi ama certi “piangitori” inglesi alla Porcupine Tree da una parte, o addirittura, in un parallelo diametralmente opposto, una band come gli Arena (nella loro versione produttiva più dura). Certo, la roba è fatta di un’altra pasta, ma le sensazioni che nascono nell’ascoltatore creano tra le due band delle corrispondenze precise. In fondo conta solo la vibrazione finale. Non importa come ci arrivi. L’importante è che ti entri sotto la pelle e ti convinca che questa volta il gioco è vero.

Sull’album spiccano i brani Left Out e Hybrid Times. Sono anche i più lunghi. Le loro lunghe parti strumentali seguono il puzzle a mosaico dei pezzi, come frammenti di motivi chiaramente messi a fuoco che combaciano l’uno con l’altro come chiave e serratura. Così a catturare l’attenzione assoluta nel gioco dei Riverside sono proprio queste parti dei brani, dove la band è particolarmente convincente nella sua maestria nel far crescere l’atmosfera, infilando uno dopo l’altro tanti motivi guida. Il fluire dei riff, le svolte ritmiche che si muovono con abilità tra trame ritmiche più pesanti e altre definite in modo banale, l’uso variegato delle tastiere: nel complesso è materia fatta apposta per i buongustai della musica, che potranno godersela a lungo togliendole di dosso, strato dopo strato, i suoi “veli”.

La band crea spesso i contrasti mettendo il suono dell’organo a fare da contrappeso al riffing vivo delle chitarre, oppure, nelle parti in cui il riffing chitarristico perde il primato, contrappone i suoni più classici delle tastiere e i campionamenti programmati a una linea di basso appuntita, voluminosa e melodicamente esplorativa. Sotto questo aspetto Hybrid Times è la vincitrice assoluta del disco, soprattutto nel punto in cui la band flirta con le scoperte della “goa trance”. Sempre al limite della provocazione, a rompere gli schemi consolidati, a piantare nuovi confini e ad aprire nuovi orizzonti musicali.

Accanto a Hight Times, non meno provocatoria e unica nella sua natura è la parte strumentale centrale del brano Egoist Hedonist (definizione di un politico sloveno per Anno Domini 2010), dove la band, oltre al già citato campionamento programmato di marca “trance” (in una sfumatura di gran gusto), piazza in uno dei motivi un assalto di fiati che, nelle mani dei Riverside, ancora una volta attizza con efficacia la dinamica e tiene l’ascoltatore in tensione, a chiedersi cosa mai lo aspetti nel pezzetto di brano successivo. Il fattore imprevedibilità, quello a cui gli amanti del metal o del rock di impostazione progressiva aspirano, in questo disco è fantasticamente magnificato e messo in primo piano.

La voce è calata a fondo nei versi. Da una malinconia sottile può schizzare in un attimo a un urlo ossessionato, sparare fuori perfino qualche “growl” occasionale, e così snocciola una serie di stati emotivi che nel loro realismo risultano addirittura sbalorditivi. I ragazzi approfondiscono l’atmosfera anche facendo ricorso agli effetti sonori “echo” sulla voce.

Un’altra cosa. I Riverside offrono sì un dialogo incrociato tra gli assoli di chitarra e tastiere, ma restano sempre fedeli al voto fatto all’atmosfera elevata che inseguono, e su questo non tradiscono mai. Quindi non vi toccherà mai assistere a raffiche di righi musicali costruiti su una profilata formazione da conservatorio.

“Anno Domini High Definition”, quarto album in studio dei Riverside, è di gran lunga il disco più impegnativo, espressivamente più ricco e strutturalmente più complesso della band. Allo stesso tempo, entusiasma il fatto che in studio si sia riusciti a definire una nerezza davvero così morbosa, che guida al centro dell’attenzione lo stato d’animo di fondo dell’album. È questo a offrire il filo rosso: nonostante tutta la varietà di suoni e arrangiamenti, c’è compattezza, una forma definita con chiarezza e la sensazione che i Riverside abbiano raggiunto un livello di sviluppo artistico in cui il respirare “per la stessa cosa” dei membri del gruppo ha toccato lo zenit creativo. Un album che consiglio di cuore ai palati musicali più viziati. Speriamo solo che i Riverside, in questa fase di picco creativo della loro ispirazione artistica, ci viziino ancora a lungo come hanno fatto con “Anno Domini High Definition”. Una band che scoppia di calore, scaldata alla temperatura giusta per lavorare a pieno regime.

autore: Aleš Podbrežnik
voto: 10 / 10


Tracklist:
1. Hyperactive (5:45)
2. Driven To Destruction (7:06)
3. Egoist Hedonist (8:56)
4. Left Out (10:59)
5. Hybrid Times (11:53)

Formazione:
Mariusz Duda – voce, basso
Piotr Grudziński – chitarra
Michal Łapaj – tastiere
Piotr Kozieradzki – batteria

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