Argus
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Wishbone Ash
Etichetta: MCA Records
Uscita: 1972
Voto: 5/5
I Wishbone Ash sono senza dubbio una di quelle band impossibili da definire e da infilare in un cassetto di genere. Nella loro musica hanno esplorato ogni aspetto del rock britannico dei primi anni ’70, senza mai legarsi davvero a uno in particolare (erano una band prog alla Yes, space rocker alla Pink Floyd, hard rock sulla scia dei Led Zeppelin o solo un boogie band alla Ten Years After?). Tutte queste sfumature di rock le trovi nei loro dischi e nelle loro canzoni. Il modo più facile per incasellarli è metterli nell’art rock, insieme a qualche altro “tipo strano” che non sta proprio da nessuna parte. “Argus” all’uscita ha segnato una svolta importantissima per la band. È il disco che alla fine li ha catapultati nella categoria superiore – quella dei giganti della musica rock – e che gli ha regalato il meritato successo commerciale (tra le altre cose, il quinto posto nella classifica britannica). Qui la band è riuscita finalmente a trovare la propria identità musicale riconoscibile e a fondere tutti gli elementi citati in una formula efficacissima, che ha dato vita a un classico indimenticabile e a uno dei migliori dischi rock di tutti i tempi.
Questo album, credici o no, con la maggior parte dei suoi brani è importantissimo per lo sviluppo del progressive e soprattutto del power metal. In un periodo in cui il metal muoveva solo i suoi timidi primi passi, i Wishbone Ash su “Argus” suonavano già un vero power metal epico, sostenuto da testi fantasy-medievaleggianti come quelli che sarebbero stati poi portati fino in fondo da band come Iron Maiden, Helloween, Saxon, Bilnd Guardian e così via, e che oggi un milione di loro “cloni” imita senza successo. La maggior parte degli elementi musicali più importanti che oggi trovi nella musica delle band appena citate è stata scoperta proprio su questo disco (ritornelli epici, melodie in terze, melodiosi assoli armonizzati a doppia chitarra – il vero marchio di fabbrica della band – testi fantasy e copertina). I Wishbone Ash sono stati una di quelle rare band che erano molto avanti rispetto al loro tempo. “Argus” in un certo senso (senza volerlo, ovviamente) rappresenta la nascita del metal epico e melodico, contro cui oggi, tra apatiche copie di sé stesse, si rompono i denti tante power metal band che hanno toccato il loro zenit insieme a una marea di “emulatori”. Ma i Wishbone Ash, nonostante questo disco rappresenti il loro apice musicale, non sono rimasti fermi a quello stile. Anche se nel ’70 tante band britanniche adoravano la tematica fantasy-medievale, a rendere questo album un tale capolavoro è stato prima di tutto il duetto delle due chitarre e i loro arrangiamenti, che lasciavano sempre abbastanza spazio a jam aperte, assoli selvaggi e melodie in terze.
L’album non ha punti deboli. Tutte le influenze blues e jazz che dominavano i primi due dischi qui si fondono finalmente in un’interazione perfetta con l’hard rock melodico, che è il cuore del disco. Se sui due album precedenti i brani erano stilisticamente molto diversi tra loro, stavolta riescono a combinare tutti gli elementi citati, con una prima metà dal suono un po’ più “tradizionale” per la band, mentre nella seconda metà – quella della vittoria totale e, in sostanza, della vera rivoluzione musicale (adoro i dischi così!) – domina un hard rock epico rivoluzionario per l’epoca (mi spingo oltre e dico metal). Già il gioiello d’apertura di nove minuti, “Time Was”, con l’intro sommesso di chitarra acustica, le armonie vocali e la forte interazione tra i membri della band, crea in un attimo una magia speciale e fa capire subito a chi ascolta che non è un disco qualunque. All’intro segue un passaggio in cui il duo di chitarre di Andy Powell e Ted Turner mostra per la prima volta quel suono di chitarra inconfondibile, il loro marchio di fabbrica, che porta il brano in tutt’altra direzione. “Sometime World” è una splendida power ballad dai mille volti, con un intro eccellente e una linea di basso di gran gusto che accompagna i doppi assoli dei due chitarristi, che con la loro velocità incredibile e la loro melodia fanno a pezzi le corde come se niente fosse. Qui, come nella maggior parte del disco, regna lo splendido vocal epico di Martin Turner, senza dubbio tra i migliori cantanti del rock melodico e non solo. “Blowin’ Free” ha un riff d’apertura curioso, quasi scherzoso. Qui la band torna al suo lato più compatto e basico, dove emergono anche le forti influenze blues e il ritmo boogie. È una sorta di preparazione a ciò che segue – uno dei brani migliori della storia della band – “The King Will Come”.
La seconda parte dell’album, con la già citata epica fantasy, porta la prima metà a un livello superiore e mostra una faccia completamente diversa della band. Il classico bombastico “The King Will Come”, con il suo riff metal, dove Ted Turner suona il miglior assolo dei cinque album che ha registrato con la band (conto anche il doppio live), è pura vittoria. Non meno stupefacente è la bellissima ballata romantica “Leaf and Stream”, con arpeggi meravigliosi alla chitarra e un’atmosfera mistica, autenticamente celtico-pastorale. È una di quelle canzoni silenziose, emozionanti (gran parte del merito va anche alla voce di Martin) e riflessive, che ti afferrano in un attimo con la loro intensità. Ti verranno i brividi sotto la pelle, garantito. Segue uno dei brani rock più straordinari mai creati. “Warrior”, con il suo riff centrale e d’apertura riconoscibile, melodico e metal, è una favola per tutti gli amanti del rock e del metal epico e melodico. Dopo la partenza a razzo arriva un’atmosfera carica di tensione, dove Martin con la sua voce mistica e misteriosa brilla in piena luce. Il pezzo è puro power metal epico, che ha influenzato enormemente le band del genere, con gli Iron Maiden in testa, quindi non è solo uno dei brani migliori della storia del rock, ma anche uno dei più importanti. Il messaggio centrale del testo parla della forza che l’uomo deve saper usare per diventare libero. È tutto una vittoria – dalla voce epica alle armonie vocali, per non parlare delle armonie in terze dei due chitarristi. Il pezzo conclusivo, l’epico “Throw Down The Sword”, secondo me è in assoluto la loro creazione migliore, i Wishbone Ash in tutta la loro epicità melodico-metal, mai più ripetuta, con i duelli di chitarra che ti lasciano senza fiato ogni volta. Le armonie in terze di melodia straordinaria si intrecciano ovunque e non è difficile capire dove le band di metal melodico dei primi anni ’80 abbiano trovato le fondamenta per le loro creazioni. Senza dimenticare l’ottima voce di Martin, epicissima, accompagnata nel ritornello dalle armonie vocali. L’uscita dal brano e gli assoli armonizzati finali sono tra i migliori che abbia mai sentito nel rock. Il pezzo è così bello che non si può descrivere a parole. Powell e Turner suonano le loro parti di chitarra con un sentimento e un’anima tali che, quando la composizione finisce (e con lei il disco), a chi ascolta viene voglia di rimettere su l’album subito. Più volte di fila, ancora e ancora.
L’attuale ristampa dell’album contiene anche tre bonus track dal vivo (in pratica un rarissimo EP con tre brani live registrati durante un concerto a Memphis e usciti sul lato B del singolo “Blowin’ Free” ). Francamente non c’entrano molto con un disco che è un insieme compiuto straordinario e rovinano persino un po’ la sensazione di grandiosità che ti lascia il brano finale “Throw Down the Sword”.
“Argus” è il disco che oggi la maggior parte dei fan della band riconosce come il loro gioiello della corona, ovvero l’album che ha messo la band tra le leggende del rock. La maggior parte dei brani di questo disco la band li suona ancora oggi ai concerti, e questo dice chiaramente quanto sia importante per loro. Uno dei motivi per cui l’aura mistica di questo album è ancora più forte è anche l’ottima copertina, dove vediamo un soldato medievale di guardia, in un mattino mistico circondato da montagne, che osserva un disco volante. Una delle cose strane legate a questa copertina è che quasi ogni edizione del disco uscita su CD era senza il disco volante. Perché, non ne ho idea, ma secondo me questo fatto “cospirazionista” non fa che approfondire la magia e il mistero dell’album. In passato si è parlato molto anche del fatto che si trattasse o meno di un concept album (soprattutto per la seconda metà, dove dominano brani carichi di tematiche fantasy ed eroiche). Oggi resta un po’ di amaro in bocca perché la band non ha mai registrato un album in grado di competere con la grandezza di Argus. È rimasto semplicemente irraggiungibile. D’altra parte, la band era evidentemente consapevole del suo potenziale senza confini e, a differenza della maggior parte delle band di oggi (soprattutto metal), che fanno esattamente questo, non ha voluto fare copie carbone della sua opera più grandiosa. Nonostante questo, molti fan del progressive rock rimpiangono ancora la svolta stilistica compiuta dalla band dopo questo album leggendario (su “Wishbone Four”, 1973), a dispetto del suo grande successo commerciale. E per finire una curiosità: questo album è stato votato dai fan britannici del rock e dai lettori della rivista Sounds Magazine come miglior album rock del 1972, davanti a dischi come “Close To the Edge” (Yes), “Thick As a Brick” (Jethro Tull), “Foxtrot” (Genesis) e “Demons And Wizards” (Uriah Heep), un altro album che è riuscito a costruire un ponte tra la musica e il fantasy.
Formazione
Martin Turner – voce, basso
Andy Powell – chitarra, cori
Ted Turner – chitarra, cori
Steve Upton – batteria
Produzione
Derek Lawrence
Tracklist
1.Time Was (9:42)
2. Sometime World (6:55)
3. Blowin’ Free (5:18)
4. The King Will Come (7:06)
5. Leaf and Stream (3:55)
6. Warrior (5:53)
7.Throw Down The Sword (5:55)
Bonus track della ristampa:
8. Jailbat (Live At Memphis)
9. The Pilgrim (Live At Memphis)
10. Phoenix (Live At Memphis)
Durata dell’album: 48:33