Asia in Austria: la strada della mediocrità (2010)

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Luogo: Orpheum, Graz, Austria
Data del concerto: 28.04.2010
Numero di spettatori: 300
Prezzo del biglietto: 36 €

Il supergruppo Asia è nato negli anni Ottanta come conglomerato di quattro musicisti eccezionali, usciti da filosofie musicali affini, basate soprattutto sul rock progressivo. Tutti ci avevano fatto sognare in mezzo a giganti come Yes, King Crimson, Uriah Heep, Emerson, Lake and Palmer, Buggles e chi più ne ha più ne metta. In formazione più o meno intatta (prima di Astra se n’era andato solo Steve Howe) hanno pubblicato tre album di successo (soprattutto il debutto), poi qualcosa si è rotto e i signori hanno preso ognuno la propria strada. A portare avanti la tradizione ha deciso di essere solo il tastierista Geoffrey Downes, che ha stretto un sodalizio con il giovane e talentuoso bassista e cantante John Payne: insieme hanno fatto cinque album in studio, che hanno spinto ancora più in là la visione artistica degli Asia originali, ma hanno avuto molto meno successo. Poco dopo l’uscita di Silent Nation, Geoffrey Downes, l’unico membro originale degli Asia ad aver sempre fatto parte del gruppo, ha deciso di rinnovare l’intesa con i vecchi compagni, con cui aveva consumato gli strumenti già all’inizio degli anni Ottanta. Sulla strada verso nuovi successi si sono così riuniti i membri originali Geoffrey Downes, John Wetton, Steve Howe e Carl Palmer: nomi che non hanno bisogno di presentazioni, visto che con le loro opere stanno da tempo in cima alla piramide della musica. In questo nuovo assalto hanno già pubblicato due album, l’ultimo, Omega, uscito solo di recente. Proprio Omega ha rimesso in piedi i quattro, che avevano voglia di presentare le nuove creature. Alla fine li abbiamo avuti anche qui vicino: sono passati infatti all’Orpheum di Graz.

Si vede che gli Asia non sono più popolari come negli anni Ottanta e, in parte, Novanta: purtroppo faticano a riempire anche sale come l’Orpheum. Ma è evidente che questa formazione originale porta comunque più soldi di quella con Payne, che qualche anno fa aveva provato, senza fortuna, a esibirsi anche a Lubiana (i biglietti venduti furono un numero desolante). Così Downes ha probabilmente sacrificato una squadra artisticamente più sostanziosa per questa mucca da mungere, che comunque garantisce abbastanza latte verde: non gli cola proprio tra tutte le dita, ma basta per pancette piacevolmente rotonde.

La prima cosa che salta all’occhio è la scaletta. Rispetto alle date precedenti l’hanno cambiata parecchio. Così abbiamo sentito solo pezzi degli Asia e non le stancanti e indecenti “cover” di Emerson, Lake and Palmer, Yes, King Crimson e Buggles. Anche i pezzi degli Asia scelti sono stati una bella boccata d’aria fresca. Non si sono concentrati solo sul debutto e sull’ultimo album, ma si sono “abbassati” a pescare anche da Alpha e Phoenix e perfino con un brano di Astra, durante il quale Steve Howe ha dovuto per forza “divertirsi” in modo speciale. Visto che doveva essere una specie di presentazione di Omega, i ragazzi sono stati piuttosto tirchi con questo materiale: ci hanno suonato solo cinque pezzi del disco. In qualche modo hanno snobbato malamente Light the Way, che dal vivo avrebbe probabilmente dato una bella carica al pubblico. Altrettanto generosi sono stati con il debutto Asia, da cui hanno graziosamente suonato più di metà album, compresi i due più grandi successi Heat of The Moment (nel bis) e Only Time Will Tell, che hanno scaldato ancora di più il pubblico. Da Phoenix hanno trascurato con disinvoltura i brani più promettenti e hanno preferito puntare sulla cantabilità, dove An Extraordinary Life in particolare non ha fatto centro. Anche Alpha, che è una specie di compagno di strada di Omega (sia per il titolo sia, in qualche modo, per i contenuti), è stato ben rappresentato. Wetton e Downes hanno perfino vestito Don’t Cry di una veste acustica, solo pianoforte e voce, che ha interrotto in modo piacevole il flusso di un set quasi troppo intriso di cliché. Nel bis gli Asia ci hanno sorpreso ancora con Go, il più grande successo dell’album Astra, dove ha colpito l’impegno di Steve Howe, che in origine su quel disco non suonava nemmeno. Durante il concerto abbiamo assistito anche a un’esibizione solista di Steve Howe, che per l’occasione ha cambiato chitarra (una volta sola!). Dal suo repertorio solista ci ha onorato con The Clap, Mood for A Day (entrambi usciti con gli Yes) e Masquerade (uno dei risultati migliori dell’immenso, stucchevole disastro di U(O)nion, sempre degli Yes) e in qualche modo ha comunque fatto l’occhiolino alla sua eredità con gli Yes. Howe ha ancora un sacco di virtuosismo chitarristico, che emerge al meglio proprio nei suoi pezzi solisti e, in parte, anche negli assoli, dove si sente il suo suono di chitarra inconfondibile. Anche Carl Palmer, durante The Heat Goes on, ha avuto l’occasione di scatenarsi alla batteria e di mostrare di essere ancora una vera bestia delle percussioni, con più carica in corpo di tutti gli altri membri degli Asia messi insieme.

Gli Asia hanno suonato in modo lodevole per tutti gli standard, anche se forse un po’ troppo svogliato. L’audio era davvero curatissimo: nessuno strumento sovrastava gli altri, solo le tastiere stavano a tratti un po’ troppo sullo sfondo. L’ottima voce di Wetton si sentiva sempre, tanto da riuscire perfino a distinguere i testi. Quanto a presenza scenica, gli Asia non davano l’impressione che il concerto li interessasse più di tanto. Ma con loro è sempre stato un po’ così: parliamo di musicisti con una grande esperienza in generi diversissimi, per i quali conta di più il suonare in sé che l’esibizionismo. L’unico che ha mostrato un po’ di entusiasmo è stato Carl Palmer. Faceva continuamente qualche buffonata, agitava le braccia e in generale irradiava qualcosa di più del semplice strimpellare corde, premere tasti e tendere le corde vocali per routine. Gli altri si sono presentati in una luce parecchio statica, o meglio hanno dosato con più giudizio le proprie forze fisiche, e in questo il primo della classe era Steve Howe, la vera antitesi del carisma, che per fortuna compensa con le sue indiscutibili doti chitarristiche. John Wetton non è mai stato un frontman “scatenato” capace di far alzare in piedi la sala con il suo approccio, ma con la sua calore e il suo charme inglese arriva ancora al cuore del pubblico. Bisogna anche fargli i complimenti per essersi rimesso in sesto dopo i problemi di salute e per aver perso qualche chilo: ora funziona già a un livello quasi standard. Downes ha piazzato le sue tastiere in modo strategico, così che tutti gli spettatori vedessero la sua struttura di tastiere, che lo circondava su tre lati (solo dal lato del pubblico non c’era). Il suo scopo principale anche stavolta era creare l’atmosfera giusta e prendersi solo di rado il ruolo da protagonista.

Gli Asia ci hanno servito un concerto di routine, che non ha esattamente scosso le fondamenta del mondo e non ha nemmeno fatto tremare per bene le ginocchia ai più facili da accontentare. Le loro due ore le hanno suonate in modo corretto. Ci hanno nutrito con tutti i grandi successi del loro passato e hanno badato per tutto il tempo a mantenere il giusto equilibrio tra marce rock saltellanti e ballatine più scialbe, ma non hanno osato rischiare con mosse un po’ più “pericolose”, in cui le loro radici progressive sarebbero venute fuori di più. Certo, non volevano mettersi i bastoni tra le ruote. Hanno giocato sul sicuro, per salvare capra e cavoli.

Nonostante una performance non proprio scintillante, non hai mica tutti i giorni l’occasione di vedere dal vivo leggende così, che sono nel giro da tanto tempo da aver perso quello slancio da ragazzini, ma che hanno compensato questa mancanza con un’ottima intesa e una grande precisione. Come per gran parte della carriera, anche per questi concerti gli Asia hanno scelto la via di mezzo e non quella meno battuta e prevedibile, come direbbe Robert Frost. Si sono concentrati soprattutto su melodia e impatto, naturalmente in coppia con la dolcezza delle ballad. Ciò nonostante vanno elogiati per la scelta variopinta del materiale, con cui hanno presentato uno spaccato sensato della loro carriera. Le composizioni più fantasiose sono state un po’ trascurate, ma sulla via di mezzo è sempre più facile districarsi. Gli Asia ci hanno sorpreso in parte, ma da un altro punto di vista sono stati molto prevedibili e poco avventurosi. Il concerto ha senza dubbio soddisfatto l’appetito di tutti noi che volevamo vedere dal vivo giganti di questo tipo, ma una catarsi musicale di prima classe, quella no, non l’ha regalata.

Foto: Martin Prezelj

Scaletta

1. I Believe
2. Only Time Will Tell
3. Holy War
4. Never Again
5. Through My Veins
6. Don’t Cry
7. Steve Howe Solo (Masquerade, Mood for a Day, The Clap)
8. The Smile Has Left Your Eyes
9. Open Your Eyes
10. Finger on the Trigger
11. Time Again
12. An Extraordinary Life
13. The Heat Goes On (plus Carl Palmer solo)
14. End of the World
15. Here Comes the Feeling
16. Sole Survivor
—bis—
17. Go
18. Heat of the Moment

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