Asia
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Asia
Etichetta: Geffen Records
Uscita: 1982
Durata: 43:54
Voto: 4.5/5
L’arrivo degli Asia ancora oggi passa per uno degli eventi più controversi nella storia del rock progressivo. Mentre il loro omonimo debutto, tra gli amanti del rock melodico di qualità, è considerato una grande storia di successo forgiata chissà dove, lassù in paradiso, parecchi fan del prog storcono il naso davanti alla sua cordialità commerciale e alla mancanza di spirito sperimentale e d’avventura.
Con il tempo la maggior parte dei vecchi progofili ha dovuto farsene una ragione: le loro fantasie su una superband di rock progressivo, che anche dopo il tramonto commerciale del genere avrebbe continuato a sfornare opere nello spirito dei mitici anni ’70 e così risvegliato l’interesse per i giganti caduti, erano irrealistiche per quei tempi. Eppure non hanno ancora perdonato del tutto i signori Wetton, Howe, Palmer e Downes, cioè i quattro membri originali, per aver deciso di adattarsi alle onde radio degli anni ’80 “corporate”.
Da questi pezzi da novanta, forti della loro fama di icone storiche del prog, ci si aspettava tutto tranne un arena rock melodico e radiofonico come quello che hanno sfoderato a pieno regime già sull’omonimo debutto, dove c’è pochissimo spazio per le prodezze strumentali e sperimentali. Chi invece non ha avuto occasione di vivere la nascita degli Asia con aspettative alle stelle concorda sul fatto che il disco contiene un bel po’ di ottimi standard AOR, che vanno dagli hit megalomani ad alcune perle meno in vista, condite d’art rock, in cui le doti strumentali dei singoli musicisti brillano a pieno regime.
Per capire perché gli Asia, invece di diventare dei giganti del prog rock, siano diventati dei titani del rock melodico, bisogna conoscere il passato dei singoli membri. Il progetto di mettere in piedi una superband progressiva era partito già poco dopo lo scioglimento (il primo) dei King Crimson nel 1974, quando il loro ex cantante e bassista John Wetton provò a riunire il tastierista Rick Wakeman (Yes, ex-Strawbs) e il batterista Bill Bruford (ex-Yes, King Crimson, versione live dei Genesis) nei British Bulldog. Alla fine non se ne fece nulla, perché nel frattempo Wakeman decise di tornare negli Yes, ma Wetton e Bruford riuscirono comunque a reclutare il chitarrista Allan Holdsworth (ex-Tempest, Nucleus, Soft Machine, Gong) e il tastierista/violinista Eddie Jobson (ex-Curved Air, Roxy Music, Frank Zappa) per dare vita agli UK, superband prog rock di breve durata ma eccellente.
Dopo lo scioglimento degli UK, ognuno è andato per la sua strada. L’eterno nomade del rock Wetton, che oltre ai King Crimson in carriera ha collaborato anche con gruppi come Mogul Thrash, Family, Roxy Music, Uriah Heep e Wishbone Ash, nel 1980, dopo una breve avventura solista, ha provato a mettere insieme una nuova superband con Wakeman, il chitarrista sudafricano Trevor Rabin (poi negli Yes) e il batterista Carl Palmer (ex-ELP), ma tra loro non è scattata la giusta chimica creativa.
Quando Wetton aveva ormai quasi gettato la spugna, insieme a Palmer ha risposto all’invito di John Kalodner, capo dell’etichetta A&M, che sarebbe diventato il principale mentore del nuovo progetto da star. Poco dopo si sono aggregati anche il chitarrista Steve Howe e il tastierista Geoff Downes, che avevano abbandonato la barca che affondava degli Yes (i quali, per miracolo e con una certa ironia, si sono rigenerati proprio con l’arrivo di Rabin). Kalodner e David Geffen, capo della Geffen, sono riusciti a riunire questi musicisti leggendari, a tenere a bada per un po’ le loro forti personalità individuali e a far scattare la chimica creativa necessaria. Per tutti i nemici del cosiddetto rock corporate era l’argomento perfetto per boicottare la band; per tutti gli altri nascevano alcuni dei più grandi eroi musicali degli anni ’80.
Dall’ambizioso progetto che avrebbe potuto trasformarsi in una delle più belle favole del rock progressivo è venuta fuori “solo” una band AOR di qualità, molto più raffinata e meno sdolcinata di tanti pionieri del rock melodico americano tipo Boston, Styx e Journey, ma comunque molto orecchiabile per gli ascoltatori meno esigenti con un debole per le melodie ipnotiche e gli inni da risveglio. Il più scintillante è senza dubbio il celeberrimo “Heat of the Moment”, il più grande successo nella storia della band e il suo pezzo rappresentativo, che grazie ai continui passaggi in radio e in TV conoscono anche quelli che in vita loro non hanno mai sentito nominare i gruppi precedenti dei singoli membri. Questo evergreen AOR ormai strasentito, ma sempre piacevolissimo, si apre con un riff hard rock di Howe e ha un ritornello ipnotico che ti riporta dritto al 1982. L’ottima voce di Wetton è accompagnata da armonie di supporto da inno e da spiritose texture di sintetizzatore. La solita, superba combinatoria ritmica di Palmer, campanacci compresi, garantisce una vivacità ritmica fuori dal comune, mentre Howe, sul finale, non riesce a trattenersi dal servirci i suoi tipici assoli ben conditi di jazz. Di tutti gli adattamenti stilistici al rock melodico, la cosa più affascinante è come siano riusciti a disciplinare, dentro il loro linguaggio, l’eterno jazzista Howe, che qui per la prima volta in carriera si è aggrappato in modo più marcato ad alcune maniere hard rock per cui di solito non aveva orecchio.
Il prossimo mega hit degli Asia, famosissimo e che non c’è bisogno di presentare a lungo, è l’ottima power ballad “Only Time Will Tell”, che fa sempre inumidire gli occhi a qualche sfortunato innamorato. Questo standard si distingue per i passaggi di chitarra piangenti, gli strati pomposi di sintetizzatori e i possenti stacchi di batteria, mentre Wetton si cala nei panni del cavaliere dal cuore a pezzi. Dopo un’introduzione delicata, da ballad, il pezzo mostra i denti energici con un passaggio ricercato verso un ritornello da inno, che non vuole saperne di uscirti dalle orecchie. In “Sole Survivor” per la prima volta emerge con più chiarezza il loro fiuto per una combinatoria strumentale fuori dal comune. Sono riusciti a incastrare con successo il ritornello da inno tra i soliti capricci chitarristici dal suono alto di Howe e una ricca combinatoria di tastiere, il che garantisce un’atmosfera in crescendo.
La festaiola “One Step Closer”, grazie a una parte strumentale iniziale in cui le spiritose maniere chitarristiche si intrecciano con grande sensibilità alle texture di sintetizzatore dal suono alto, per un attimo risveglia il ricordo dei tempi d’oro del prog sinfonico, per poi costruire una melodia che dà dipendenza. Anche qui non manca un ritornello pomposo in cui le armonie vocali di supporto, in produzione, sono volutamente messe molto in evidenza per creare quell’atmosfera da inno tipica dell’arena rock. L’art rock di “Time Again” è la prima creazione un po’ più sperimentale, perché contiene una serie di svolte inattese e di ornamenti strumentali solistici. Oltre a possenti momenti hard rock, in cui il signor Howe sorprende con riff di chitarra relativamente aggressivi, si notano numerosi fantasiosi ornamenti ritmici di Palmer che, insieme alle armonie di sintetizzatore a più parti, portano un bel po’ di quella pomposità che di solito si ritrovava negli ELP. Anche la voce di Wetton qui mostra i denti per la prima volta, perché suona insolitamente vendicativa, come può suonare solo un cavaliere dal cuore spezzato.
“Wildest Dreams”, altro inno da risveglio, è un altro famigerato standard degli Asia che ai suoi tempi dominava regolarmente le onde radio. Questo evergreen dal sapore pacifista ha una combinatoria ritmica temperamentosa e un ritornello drammatico, che le raffinate cortine di sintetizzatore vanno ad addolcire. Nel mezzo non mancano alcuni ottimi lampi strumentali, con in testa l’assolo di Howe e la marcia selvaggia di Palmer. “Without You” è un’altra eccellente power ballad, che contiene una serie di prodezze strumentali interessanti. La melodia delicata viene costruita piano piano fino al passaggio a un magnifico motivo strumentale di rock progressivo. A un certo punto vengono inserite anche armonie malinconiche a più parti, con cui convincono definitivamente che nel cuore non hanno mai rinunciato al loro passato sperimentale. “Cutting It Fine” è una vera leccornia per tutti gli appassionati di art rock. Portano l’atmosfera romantica a un livello superiore grazie alle delicatissime prodezze chitarristiche di Howe e agli stacchi devastanti di Palmer. Il ritornello ipnotico contiene una delle migliori performance vocali di Wetton, mentre il finale sinfonico è pura classe. La power ballad conclusiva “Here Comes the Feeling” è una delle creazioni più trascurate, che solo con gli anni si è guadagnata lo status di standard del rock melodico. Dentro la melodia pomposa sono riusciti ancora una volta a inserire in modo efficace alcuni dei trucchetti strumentali che li avevano resi celebri in passato. L’assolo centrale di Downes, poi, negli anni successivi ha influenzato più che evidentemente numerose maniere neo prog rock.
Con i suoi hit di rock melodico che ti si attaccano alle orecchie in un lampo, “Asia” ha ottenuto un successo gigantesco, soprattutto in America, dove sono diventati tra i primi eroi della neonata MTV e si sono guadagnati a ragione lo status di uno degli album di maggior successo degli anni ’80. Dal punto di vista del rock melodico, è senza dubbio uno degli album AOR più raffinati e tecnicamente curati di tutti i tempi, con cui i pezzi da novanta della musica sperimentale hanno ampiamente dimostrato di saper essere autori di melodie contagiose per il grande pubblico. Nonostante i tanti motivi radiofonici con cui hanno conquistato senza fatica l’ascoltatore meno esigente, in alcuni brani sono riusciti a lasciare le tracce del loro possente passato prog rock. “Asia” è un album che ancora oggi suscita sentimenti fortemente contrastanti in molti buongustai della musica, ma tutti concordano su una cosa: la sua straordinaria qualità musicale non si discute.
Secondo me resta ancora il loro miglior risultato, quello in cui per la prima volta (e molto probabilmente anche l’ultima) sono riusciti a mettere insieme i forti ego di quattro artisti in una dimostrazione armoniosa di rock melodico di altissimo livello, senza cali di qualità percepibili da una composizione all’altra. In seguito sono arrivati anche album più sperimentali (soprattutto a metà dell’era Payne, che ha un bel numero di sostenitori), quasi più vicini all’art rock che all’AOR, ma i veri Asia restano incarnati in questo leggendario debutto, con cui hanno influenzato in modo decisivo lo sviluppo e la formazione di alcune band prog rock di culto degli anni ’80, come gli Yes dell’era Rabin, Emerson, Lake & Powell e i GTR.
Formazione
John Wetton – voce, basso, tastiere
Steve Howe – chitarra elettrica e acustica, voce di supporto
Carl Palmer – batteria, percussioni
Geoffrey Downes – tastiere, voce di supporto
Produzione
Mike Stone
Tracklist
1. Heat Of The Moment
2. Only Time Will Tell
3. Sole Survivor
4. One Step Closer
5. Time Again 4:45
6. Wildest Dreams
7. Without You
8. Cutting It Fine
9. Here Comes The Feeling