Metal United (2009)
Autore: Rok Klemše
Luogo: Gala hala, Lubiana
Data del concerto: 19.03.2009
Numero di spettatori: 150
Prezzo del biglietto: 10€
Il metal è sempre stato una scena incredibilmente unita. Conta la musica in sé, certo, ma contano altrettanto il ritrovarsi sotto il palco, la cameratismo, l’amicizia, il tifo di cuore per le band e a volte un fanatismo quasi da ultras, e non ultima la solidarietà tra le band stesse. Soprattutto in una scena “più piccola” (ma il piccolo può essere anche parecchio grande!) come quella slovena. È con questo spirito che è nato il festival Metal United, con quattro band e un titolo da stracciamutande: Lepote Slovenije predstavljajo… Basta guardare il poster, da cui ci sbirciavano i bellimbusti da passerella Milan Krušič (Lene Kosti), Easy Mucy (Sarcasm) e Gregor “Master of Disaster” Čulk jr. (Interceptor). La parte più bella, o meglio, meno “brutta”, l’hanno messa i prodi dell’heavy metal sloveno Metalsteel, mentre i Lene kosti, che non hanno potuto partecipare al festival, sono stati rimpiazzati dai campioni del metal progressivo sloveno, i Chaosstar.
Sul palco sono saliti puntualissimi, alle nove e un quarto come annunciato, i veterani del thrash metal sloveno Sarcasm, che col loro thrash che risale al 1987 sono probabilmente addirittura i primi rappresentanti del genere dalle nostre parti. Guidati da Mucy, col suo immancabile cappello in testa, i Sarcasm si sono lanciati sicuri in un set di tre quarti d’ora, riempito con successo da pezzi di tutti e quattro i dischi. Purtroppo sul palco i ragazzi, a parte il frontman relativamente carismatico Mucy e il leggendario chitarrista Aleš Blaznik, che si vede che si diverte un mondo, sono piuttosto statici. Come, sui pezzi più recenti, è altrettanto statico il pubblico… Anche se suonano in modo corretto e, grazie al nuovo batterista Dime, che ha fatto il suo lavoro alla grande senza battere ciglio, sono pure parecchio rodati, purtroppo non riescono a evocare del tutto quell’energia e quell’atmosfera da thrash old-school. Se pezzi come Litr na mizo, Žena, Terrorist o Fastest Man Alive non accendono, dal vivo i classici Crematory, Thrash Tonight o Dej mi/Sarcasm continuano a graffiare fino all’osso.
Dopo un rapido quarto d’ora sul palco c’erano già i portabandiera dell’heavy metal sloveno, i Metalsteel. Quando, ancora “mocciosi”, pubblicarono il loro primo disco Usoda, nessuno credeva che sarebbero durati, figuriamoci che si sarebbero trasformati in ottimi musicisti che sfornano un disco di qualità dopo l’altro. Oggi, a dieci anni dalla nascita, i Metalsteel sono una delle formazioni più rispettate e più attive da noi. Il fatto che ragazze e ragazzi in tutti questi anni abbiano battuto in lungo e in largo i palchi sloveni si sente eccome: sul palco sono perfettamente rodati, sicuri e senza compromessi. Beny è un ottimo frontman, che oltre a una bella voce alla Kai Hansen se la cava benissimo anche con gli intermezzi parlati e col flirtare col pubblico, mentre le dita gli volano sulle corde. Con Rok, chitarrista incredibilmente energico, forma un duo fantastico che si palleggia riff efficaci e assoli supersonici. In primo piano c’è senza dubbio anche il carismatico Matej “Ace of Bass” Sušnik, che domina tutte e cinque le corde del suo basso con linee ottime, dinamiche, variegate e groovy, mentre Daša dietro la batteria picchia sulle pelli senza pietà. Con classici da inno come Novi svet e Heavy Metal is Our Religion e pezzi dell’ultimo disco Bad in Bed come White Circle e Heavy Metal Girls, i Metalsteel creano senza fatica un legame autentico col pubblico e una vera atmosfera heavy metal carica di energia.
Dopo altri quindici minuti, preceduti da un intro minaccioso, sono saliti sul palco con fragore i metallari di casa nostra più cult, la formazione graveyard metal Interceptor. Senza pietà, il massacro è partito subito con la mitica Fade. Anche se i ragazzi erano in splendida forma, si è sentita l’assenza dai palchi di qualche mese: c’è stata qualche imprecisione, qualche incertezza e qualche piccola sbavatura, ma dal vivo gli Interceptor sono una mina antiuomo. Salgono sul palco ed esplodono in tutte le direzioni! Soprattutto l’infallibile e indimenticabile Čule, che ha infilato uno dopo l’altro pezzi urlati a dovere: Mors Victrix, Blato, Puške namesto kruha, la cover dei mitici Epidemic Zone, Zadnja žrtev e il classico dei Sepultura Inner Self. Un piccolo neo va alla scaletta prevedibile, che gli Interceptor suonano più o meno uguale da quando si sono riuniti, per cui la più rara Pedofil è stata una bella variazione, anche se non sarebbe stato male sentire qualche pezzo in più dall’album The Beginning e da Fade. Purtroppo a ogni band erano concessi 45 minuti, e così Čule ha dovuto recitare solo a metà anche la sorpresa finale, il classico dei Pomaranča Goba zla.
All’una meno tre quarti… anzi no: a mezzanotte e un quarto, ultimi a salire sul palco della Gala hala, sono arrivati i Chaosstar, che la sostituzione dei Lene kosti se la sono guadagnata con l’eccezionale album di debutto uscito da poco, Lifetime. Anche stavolta il disco è stato suonato quasi per intero, e ai ragazzi si nota davvero il concertare instancabile degli ultimi mesi. Sono sempre più affiatati e forse questa è stata addirittura la loro migliore esibizione finora. Le linee di chitarra di Vasja e Jure dal vivo brillano senza paragoni, mentre l’accoppiata ritmica Dare/Primož è devastante e precisa nell’esecuzione. I pezzi dell’album Devil’s Whisper, Hurricanes of Madness e On My Way dal vivo sono bombastici, pomposi e suonati con precisione, mentre la ciliegina sulla torta è senza dubbio l’indimenticabile, ultraterrena suite di quattordici minuti Lifetime, che è sicuramente uno dei momenti migliori della storia del metal sloveno. Per tre quarti d’ora i Chaosstar hanno condito il tutto con il devastante Painkiller dei Judas Priest e, alla luce dei concerti di questi giorni degli AC/DC, il classico You Shook Me All Night Long.
Concerti così dimostrano alla grande che la scena metal slovena è davvero “United”. E come potrei chiudere meglio che con le parole di Rob Halford: “United, united, united we stand!”
Foto: Miha Mally
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