Atom Heart Mother

0 10

Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Pink Floyd
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1970
Voto: 4.5/5

La mucca Lulubelle III, quella che campeggia sulla copertina di “Atom Heart Mother”, quinto album in studio dei leggendari campioni del rock progressivo Pink Floyd, è sicuramente, insieme alla mucca viola della cioccolata Milka, la mucca più famosa del mondo. La celebre lattaia è finita sulla copertina di “Atom Heart Mother” del tutto per caso e non ha nessun legame con gli aspetti musicali o testuali del disco, come invece ancora oggi crede più di un fan della leggendaria band. Il mitico artista Storm Thorgerson, per anni autore delle copertine dei Pink Floyd, aveva ricevuto l’incarico di creare per questo album qualcosa di completamente rurale e non convenzionale, cosa che coincideva con le tendenze psichedelico-space rock della band di allora, una band che nell’esplorare e mescolare generi diversi non ha mai conosciuto limiti. “Atom Heart Mother” in origine avrebbe dovuto chiamarsi “The Amazing Pudding”, ma il gruppo decise di cambiare nome dopo che il bassista/cantante Roger Waters aveva trovato su un giornale uno strano articolo su una donna con un pacemaker atomico.

Ai tempi di “Atom Heart Mother” i membri della band tendevano ancora a una continua sperimentazione musicale, che a volte toccava gli estremi più assoluti dell’avanguardia e dell’oscurità psichedeliche. Allo stesso tempo cercavano ancora un suono del tutto particolare, che li ancorasse per sempre nel cuore del pubblico musicale più ampio e con cui tagliare definitivamente i ponti con il passato e con la lunga ombra del loro compagno caduto, il “diamante pazzo” Syd Barrett. “Atom Heart Mother” fu un altro passo importante in questa direzione. Qui fecero in gran parte i conti con gli elementi psichedelico-space rock delle origini, con cui fino ad allora si era di solito associato il loro suono, e si avvicinarono in modo evidente alle forme più raffinate del rock progressivo, visto che nella loro musica comparvero all’improvviso numerosi elementi orchestrali di classica e jazz (questi ultimi soprattutto nella title track). “Atom Heart Mother” non poteva essere più diverso dal suo predecessore “Ummagumma” (1969), che rappresentava il culmine della loro sperimentazione psichedelico-avanguardista (parlo ovviamente della parte in studio). D’altra parte, con questa band ogni album successivo è stato quasi sempre una storia completamente diversa. “Atom Heart Mother” è noto anche perché vi si presentò per la prima volta, con le sue doti di produttore, il giovane tecnico del suono Alan Parsons, che in seguito si sarebbe fatto un nome mondiale come mente creativa della sua band, The Alan Parsons Project.

“Atom Heart Mother” è stato, nonostante il giudizio oggi tutt’altro che lusinghiero di Waters e Gilmour, un altro importante passo avanti nella maturità del loro percorso musicale. Questo vale soprattutto per la creazione di epici arrangiamenti sinfonici (atipici per la band), che qui raggiunse il suo apice grazie alla collaborazione con un’orchestra diretta dal compositore Ron Geesin. Questo passo avanti si vede nella splendida suite epica che dà il titolo al disco, il pezzo chiave di questo album eccellente e ancora oggi piuttosto sottovalutato. Come da loro tradizione, ciascuno dei tre compositori principali (oltre a Waters, il cantante/chitarrista David Gilmour e il tastierista/occasionale cantante Richard Wright) ha contribuito con un proprio brano, tipico del suo stile di composizione e di esecuzione di allora. L’unico grande esperimento psichedelico-avanguardista si trova in chiusura, dove possiamo ascoltare il loro roadie dell’epoca mentre fa colazione (!). Questo esperimento è anche uno dei rarissimi momenti burleschi della loro storia, e potrebbe tranquillamente contendersi il titolo di loro creazione più bizzarra e divertente. Con tutti questi brani, “Atom Heart Mother” è senza dubbio uno dei lavori stilisticamente più vari della loro storia, e merita senza dubbio più considerazione di quella che di solito gli viene riconosciuta.

La title track, “Atom Heart Mother”, suite orchestrale in sei parti di proporzioni epiche, è al tempo stesso il pezzo centrale e il migliore del disco. Nonostante la durata notevole, questa creazione imponente, fino ad allora sicuramente la più ambiziosa della band, con la sua atmosfera incredibile e la natura straordinariamente interessante dei singoli arrangiamenti riesce a tenere l’ascoltatore in trance dall’inizio alla fine. Oltre a essere una delle composizioni più complesse della loro storia, è anche la più lunga di sempre (di qualche secondo più lunga dell’incredibile “Echoes”, che resta il loro più grande trionfo quando si parla di epopee oltre i 20 minuti). Questo, ovviamente, se non conto la durata complessiva delle due parti di “Shine On You Crazy Diamond”, un altro dei più grandi trionfi della loro carriera. Fu inoltre uno dei rari lavori della loro storia a cui collaborò qualcuno che non faceva parte della band, ma era un collaboratore esterno. In questo caso fu il compositore Ron Geesin, che scrisse tutti gli arrangiamenti di archi e fiati per l’orchestra. La collaborazione con un’orchestra per creare epopee in più movimenti dalle proporzioni maestose era peraltro piuttosto di moda in quel periodo tra alcune band prog (come hanno dimostrato, con più o meno successo, i King Crimson con “Lizard” e gli Uriah Heep con “Salisbury”).

All’interno di questa suite spesso è piuttosto difficile capire quando comincia una sezione, di solito separate da passaggi improvvisi, cambi di tempo, effetti insoliti e cambi d’atmosfera. Ma ogni ascoltatore potrebbe unirle in un insieme sensato e coerente, ovvero un concept che attraverso la musica racconta la vita quotidiana di una mucca qualunque, la più normale delle mucche, che pascola nella campagna inglese. L’atmosfera all’interno delle singole sezioni passa dall’epico-pomposo al quasi oscuro-psichedelico.

La sezione d’apertura “Father’s Shout” parte in modo relativamente innocente, con una quieta introduzione di tastiere, finché in modo maestoso, insieme ai passaggi di batteria di Mason, non irrompe la possente sezione di fiati. È anche il motivo centrale dell’album. Sullo sfondo si sentono distintamente numerosi effetti speciali, come il rumore di un trattore e il nitrito di un cavallo, che contribuiscono ulteriormente all’atmosfera rurale anglosassone. L’atmosfera si fa molto più malinconica quando entrano i passaggi d’organo di Wright, la ritmica movimentata e l’assolo di violoncello. Quando poi arriva anche il protettivo assolo di slide guitar di Gilmour, l’atmosfera malinconico-eterea è perfetta e, combinata con i ricchi arrangiamenti orchestrali, fa venire i brividi lungo la schiena. Questa atmosfera è già sonoramente molto vicina a quella con cui in seguito si sarebbero guadagnati la fama mondiale.

“Breast Milky” si apre subito dopo la fine dell’assolo di slide di Gilmour. Qui domina un’atmosfera straordinariamente mistica, quasi druidica, creata dal maestoso canto corale insieme all’organo di Wright, al basso di Waters e alla batteria di Mason. Per un breve momento tornano a vivere nell’atmosfera le leggende dei tempi celtici, quando i druidi celebravano i loro riti attorno ai cerchi di pietre, prima che un contadino piantasse lì la sua fattoria e recintasse un pascolo per la sua mucca preferita.

La sezione successiva, “Mother Fore”, introdotta dalle tastiere drammatiche di Wright, è un altro dei vertici atmosferici della suite e anche una jam straordinariamente interessante, in cui brillano i talenti di tutti gli strumentisti. Gilmour vi inserisce un altro eccellente assolo, stavolta con un’impronta più blues. Gli fanno compagnia i passaggi delle tastiere di Wright (con il mini moog in primo piano) e la linea del basso di Waters. A un certo punto entra il coro, che stavolta intona un canto strano, difficile da capire, ma comunque molto affascinante. Il tutto cresce finché non rientra la possente sezione di fiati, che ripropone il motivo centrale della suite.

Segue “Funky Dung”, la sezione più psichedelico-avanguardista e quindi la più insolita dell’intera suite. Qui si susseguono numerosi effetti stonati, soprattutto voci acute, che ogni tanto possono suonare piuttosto fastidiose, anche se non intaccano minimamente la straordinaria atmosfera. In mezzo a tutti questi effetti stonati si riesce a sentire anche l’annuncio “there’s now an important announcement”.

“Mind Your Throats, Please” è un’altra sezione avanguardistico-psichedelica piena di effetti insoliti, che si apre con lo squillo di un telefono. Numerosi strumenti, tramite gli effetti, si inseriscono gradualmente nella melodia che prende forma e costruiscono l’atmosfera fino all’irruzione dei fiati, quando qualcuno annuncia con decisione “silence in the studio”.

La sezione finale “Remergence”, dove ritorna il motivo d’apertura di “Father’s Shout”, è il trionfo conclusivo. Qui torna a regnare quella magica atmosfera celtica delle sezioni iniziali. Alla possente sezione di fiati e all’assolo di violoncello segue di nuovo l’assolo “piangente” di slide guitar. Il tutto si chiude con la ripresa del motivo centrale di “Father’s Shout”. A quel punto entrano l’orchestra al completo, la band e il coro, e in modo maestoso chiudono una delle migliori creazioni della storia dei Pink Floyd. Anche se Waters e Gilmour hanno ben poche parole gentili per questo pezzo, a dire quanto valga davvero basta un dato: al leggendario regista Stanley Kubrick, noto soprattutto per il classico “2001: Odissea nello spazio”, piaceva così tanto che voleva usarlo nel film di culto “Arancia meccanica”. Ma la band rifiutò la sua offerta (mossa tipica, soprattutto di Waters).

I tre brani successivi dell’album sono molto più brevi e decisamente più semplici, per lo più di natura pastorale e melodica. In essi tutti e tre i principali autori della band hanno presentato i propri talenti compositivi in modo bello e personale. Il primo è “If”, una ballata folk di Waters semplicissima e straordinariamente piacevole. Domina un’atmosfera sognante e pastorale, che si sposa alla perfezione con il clima generale dell’album e allo stesso tempo smorza un po’ l’effetto elettrizzante che la maestosa title track produce sull’ascoltatore. Waters qui si è presentato di nuovo non solo come uno dei bassisti più innovativi dell’epoca, ma anche come un buon cantante, dal timbro del tutto personale, e un discreto chitarrista acustico. Gli altri tre membri gli fanno compagnia, ma qui sono spinti completamente sullo sfondo, se escludo l’assolo di chitarra finale di Gilmour e i passaggi di pianoforte di Wright nel mezzo. Il testo di Waters, filosofico (come al solito), ruota attorno all’autoanalisi dell’individuo ed è piuttosto lontano dai suoi messaggi successivi, molto più cupi e di critica sociale. Questa piacevole ballata folk è diventata nel corso degli anni uno dei momenti più amati dei concerti solisti di Waters.

Con il brano successivo, l’ottima “Summer ’68”, che è anche una critica al movimento hippie ormai al tramonto e allo stile di vita della gran parte dei musicisti di allora, il tastierista Rick Wright, nel ruolo di compositore e cantante principale, ha sorpreso di nuovo in positivo. Wright di solito restava sempre all’ombra di Waters e Gilmour, anche se non era un artefice meno importante nel plasmare il loro suono riconoscibile, né uno dei tastieristi più dotati e versatili del rock progressivo. Il fascino principale di questo brano eccellente sta in come riesce a prendere una piega interessante e a cambiare direzione grazie al crescendo melodico iniziale al pianoforte. La voce sognante di Wright e il pianoforte costruiscono una melodia piacevole fino a un passaggio improvviso e maestoso, quando di colpo entrano gli altri strumentisti e la pomposa sezione di fiati dell’orchestra d’accompagnamento (che si ripete anche nel finale orchestrale del brano). Alla magia straordinaria contribuiscono senza dubbio anche i cori di Gilmour e la sua chitarra acustica. Il testo di Wright esprime inoltre il desiderio di riposarsi da un faticoso tour e racconta uno degli incontri decisamente più memorabili con le cosiddette groupie, anche se è difficile credere che un brano così profondo parli di uno dei tipici cliché della vita da rockstar.

Quasi ancora più bella era la splendida ballata folk di Gilmour “Fat Old Sun”. Oggi è riconosciuta come un classico dei Pink Floyd ed è una specie di appuntamento fisso dei concerti solisti di Dave. Per tutta la sua durata la avvolge un’atmosfera straordinariamente romantica e pastorale, che irradia sia dalla melodia acustica centrale sia dal testo, una sorta di ode alle idilliache campagne. Gilmour qui si è presentato di nuovo come polistrumentista, con il solo Wright alle tastiere a fargli compagnia. Qui c’è da ammirare soprattutto il modo in cui il suo canto sentito e una melodia di chitarra solo in apparenza semplice creano una magia romantica incredibile. Dopo l’ultimo ritornello Dave passa a un eccellente assolo blues di chitarra elettrica, di quelli che nella sua carriera ne ha fatti un bel po’, ma ognuno del tutto particolare e meraviglioso a modo suo. “Fat Old Sun” è una bella prova del perché per me Gilmour sia sempre stato il cantante centrale e migliore dei Pink Floyd, dato che la sua voce vellutata aveva sempre un calore speciale, sentito e unico, che Waters e Wright, nonostante il loro talento vocale comprovato, non sono mai riusciti a creare.

Il divertente brano strumentale conclusivo “Alan’s Psychadelic Breakfast” è stato invece una sorpresa davvero singolare, di quelle che chi ascoltava l’album per la prima volta di certo non si sarebbe mai aspettato. Con la sua natura psichedelico-avanguardista era qualcosa di completamente diverso dal resto dell’album, tanto da sembrare quasi una provocazione, che però ancora oggi resta interessante e divertente, nonostante tutta la sua grottesca banalità. Proprio idee così, del tutto non convenzionali e libere, di avanguardia, che di solito non avevano niente a che fare con forme musicali strutturate a tavolino, sono sempre state uno dei grandi incanti di questa leggendaria band. “Alanov psihadelični zajtrk” è in sostanza uno strumentale in tre parti, di gran lunga il momento più psichedelico-avanguardista dell’album. Al centro della scena c’è il roadie Alan Stiles, ignaro di tutto, che la band registrò durante la sua colazione mattutina. Mentre la band sullo sfondo suona sezioni strumentali per lo più sinfoniche, Alan, visibilmente affamato, si prepara la colazione e racconta le sue abitudini alimentari. Anche se già dopo qualche ascolto le risate si spengono, persino tra gli ascoltatori più inclini a questo genere di esperimenti avanguardisti, questa creazione stramba e burlona resta comunque un esperimento del tutto unico e interessante del rock psichedelico della fase finale.

La sezione d’apertura “Rise And Shine” si apre con il gocciolare di un rubinetto sopra il lavandino. All’improvviso si sente Alan che tra sé e sé elenca i cibi che si servirà a colazione (la marmellata gli piace in modo particolare), poi comincia ad accendere con i fiammiferi il fornello della cucina. Subito dopo irrompe la sezione strumentale, dove si sentono steel guitar, cembali, organo e pianoforte, che formano una melodia scherzosa. Potrebbe stare benissimo in qualche pubblicità per bambini di Frutek o delle scarpine Ciciban.

All’improvviso segue la sezione “Sunny Side Up”, dove Alan riflette su una colazione macrobiotica a Los Angeles, si mescola il caffè, si versa nel latte i cornflakes dal sacchetto e poi si mette a friggere le uova sul fornello. Segue una sezione straordinariamente grottesca, ma senza dubbio divertente, suonata interamente da Gilmour con steel guitar e chitarra acustica. Per tutto il tempo si sentono gli appassionati schiocchi e le ingoiate di Alan, che, a giudicare dall’appetito che si sente, ricordano le abbuffate di qualche decadente senatore romano. Alla fine si serve le uova fritte e comincia a borbottare tra sé, soddisfatto, le sue impressioni sul pasto.

Nella sezione conclusiva “Morning Glory”, dove si sente sfrigolare, arriva la miglior sezione strumentale dell’intero brano, quando prende forma un’eccellente melodia di pianoforte, organo hammond, chitarra elettrica e ritmica. Proprio alla fine si sente Alan che butta i piatti nel lavandino, prende le chiavi dal tavolo, esce dalla porta e se ne va in macchina. Il tutto finisce com’era iniziato: con il gocciolare del rubinetto sopra il lavandino. Ancora oggi esistono certi individui che negano all’album lo status di capolavoro proprio a causa di questo pezzo conclusivo altamente sperimentale, in cui si sforzano in tutti i modi di scovare una logica là dove non c’è mai stata.

“Atom Heart Mother” resta ancora oggi un album piuttosto sottovalutato, sia dai membri della band che dalla maggior parte dei loro fan, nonostante meriterebbe pienamente lo status di capolavoro dei Pink Floyd. Anche se negli anni sia Waters che Gilmour gli hanno fatto parecchia cattiva pubblicità con dichiarazioni sprezzanti del tipo “è uno di quegli album da mettere in un angolo polveroso, che poi non si ascolta mai più”, “Atom Heart Mother” ha rappresentato un evidente passo avanti nella maturità e un momento importante della loro carriera, in cui hanno mostrato anche alcune sfaccettature compositive prima sconosciute. La collaborazione con l’orchestra è stato il momento in cui i Pink Floyd si sono avvicinati di più alle forme sinfoniche del rock progressivo e hanno preso una distanza importante dai primi esperimenti psichedelici, spesso estremamente oscuri. Qualunque cosa si rimproveri a questo album, non gli si può certo rimproverare di non avere la giusta dose di brani lunghi e strumentalmente complessi e di brani melodici e più accessibili, né il fatto che ospiti alcune delle creazioni più interessanti e varie della loro storia. Dopo “Atom Heart Mother” i Pink Floyd restavano comunque “solo” una band di culto (nonostante fosse il loro primo album a toccare la vetta della classifica britannica), che si era guadagnata una fama più ampia soprattutto con i primi singoli e le spettacolari esibizioni dal vivo, ma da lì all’invenzione di un suono davvero unico e quindi al successo mondiale non mancava più molto.

Formazione

David Gilmour – voce, chitarra, basso (4), batteria (4)
Roger Waters – voce, basso, chitarra acustica (2), effetti
Richard Wright – voce, tastiere, orchestrazione
Nick Mason – batteria, percussioni

MUSICISTI OSPITI:
Ron Geesin – orchestrazione
Abbey Road Session Pops Orchestra – fiati e sezioni orchestrali
Philip Jones Brass Ensemble – fiati
John Aldiss Choir – voci corali
Alan Stiles – voce (5)

Produzione

Norman Smith

Tracklist

1. Atom Heart Mother (23:51)
a) Father’s shout
b) Breast milky
c) Mother fore
d) Funky dung
e) Mind your throats please
f) Remergence
2. If (4:24)
3. Summer ’68 (5:26)
4. Fat old sun (5:17)
5. Alan’s psychedelic breakfast (12:56)
a) rise and shine
b) sunny side up
c) morning glory

Durata dell’album: 51:54

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie