Audio Secrecy

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Autore: Sandi Sadar Šoba

Artista: Stone Sour
Etichetta: Roadrunner Records
Uscita: 2010
Durata: 65:25
Voto: 4.1/5

Nel 2010 nella vita degli Slipknot vengono piantati nuovi paletti, linee invisibili ma profonde che sarà impossibile oltrepassare del tutto e dalle quali bisognerà ripartire cercando un equilibrio completamente nuovo: semplicemente, con la morte del bassista Paul Gray il tempo si è fermato, e se ne sono accorti anche il cantante Corey Taylor e il chitarrista Jim Root. Visto che la principale arteria dell’aggressività creativa si era chiusa, almeno per il momento, a quattro anni dal disco Come What (Ever) May, accolto bene sia dalla critica che dal pubblico, era di nuovo ora di richiamare in vita gli Stone Sour, per scacciare i demoni del dolore e dire addio.

Il peccato originale, o meglio la fonte da cui sia Corey che Jim Root sono sbucati nel mondo della musica, è sempre stato più incline a un suono commerciale e alle definizioni più canoniche del rock. Questo filone di melodie alternative più malinconiche e più morbide stavolta è riservato a un necrologio e a un omaggio alla memoria del fratello d’anima scomparso, uno dei motori fondamentali del nonetto mascherato. Se gli Slipknot sono metal, gli Stone Sour sono il corrispettivo alt-rock, dove Corey può prendere fiato e cercare il lato più morbido della sua anima. Anni fa gli Stone Sour erano un porto sicuro e un rifugio dalla folla assetata di sangue e brutalità; da quando sono cadute le maschere, però, sono diventati un tempio altrettanto assediato del culto musicale, e così Audio Secrecy è più un segreto sussurrato in pubblico che qualcosa di del tutto anonimo e intimo, mentre la commercializzazione e l’incasso delle lacrime di dolore sono, diciamocelo, un mix molto pop di riff ad alto numero di ottani e di una melodia più leggera, più amica delle orecchie. Gli Stone Sour suonano come una band dal sound epico, e l’esibizione pubblica del lutto può trasformarsi facilmente in una semplice posa da palco, capace di respingere più di un “Maggot” giurato degli Slipknot invece di conquistarlo e farlo singhiozzare in uno stato di beatitudine ed estasi, ma lasciamo da parte queste speculazioni, per ora.

Al primo ascolto Audio Secrecy è un disco prodotto benissimo, che con tutti e quattordici i pezzi più tre bonus aggiunti ad hoc ti guida attraverso stati d’animo di addio e lutto per Paul Gray, che nei versi riportati nel libretto sono del tutto sinceri. La prima cosa che salta all’occhio e ti manda fuori di testa è la produzione eccezionale, stavolta “colpa” di Nick Raskulinecz, che finora aveva già tirato fuori il meglio del meglio dai Rush, dai Velvet Revolver, da Danzig e dalla sua alleanza musicale, dai Deftones, dalla persona non grata della musica Marilyn Manson e da un piccolo mare di altri. Serve aggiungere che Nick Raskulinecz si fregia finora anche di un Grammy e di numerosi altri riconoscimenti? Entrando al Blackbird studio di Nashville gli Stone Sour sono capitati nelle mani migliori, e il terzo di una serie di sbarchi è destinato a dominare completamente la concorrenza. Il disco è atmosferico, saturo di ondate dolciastre e inarrestabili di riff perfetti, mentre i testi dell’incorreggibile e sempre perfezionista despota del microfono Corey Taylor sono rifiniti in ogni dettaglio. Gli strati musicali ed emotivi sono spessi e perfetti in stile post-grunge, e sul disco è difficile trovare un momento di maglie inutili. Audio Secrecy, da questo punto di vista, è completamente privo di grasso superfluo e di zavorra inutile, e questa impeccabilità cosmetica quasi troppo perfetta offre tanto riff pesanti quanto acustica sensuale. L’asse centrale di tutto è lo straordinario suono di chitarra del duo Root – Rand, a cui si incolla alla grande la sezione ritmica del bassista Shawn Economaki e del despota alla batteria Roy “Ratt” Mayorga. Corey Taylor è il motore principale di questa bestia selvaggia e, domando il microfono e spremendo le corde vocali, contribuisce a farti bere l’album senza riserve dall’inizio alla fine. L’opener strumentale Audio Secrecy, con il suo minimalismo pianistico, imposta il lato più oscuro di ciò che si svilupperà sul disco fino al plateau finale. Poche note ripetute, struggenti, si innestano nell’introduzione bombastica di Mission Statement, che con un tempo alla Slipknot, colpi di batteria e un ritornello velenosamente contagioso emana tossicità da ogni poro, anche seguendo il filo più avanti. Su Digital (Did You Tell) l’unico criterio accettabile diventa lo standard del migliore. Le parole d’addio sono dedicate alla caducità, al fatto brutale della vita che oggi ci sei e domani potresti non esserci più. Crisi di mezza età o semplice presa di coscienza che niente è più scontato e che nessuno è indistruttibile e immortale? Più calma, e rispetto a quanto sentito finora “da smidollati”, suona la continuazione sdolcinata ma sensata di Say You’ll Haunt Me, mentre la continuazione acustica quasi alla Alanis Morissette di Dying ti manda quasi in coma diabetico. Al posto dell’iniezione di insulina, però, ricevi un po’ di materia più metal con il brano melodico e da inno Let’s Be Honest, e dopo il pezzo ancora più pesante e dai denti più aguzzi Unfinished siamo di nuovo in modalità diluizione acustica. Non parliamo affatto di roba a basso budget, perché Hesitate è senza dubbio il materiale perfetto per accendere mille accendini ai festival (se le sale al chiuso e i club più piccoli non fossero più pericolosi dal punto di vista antincendio …). Cherosene sulle fiamme di quegli accendini lo versa Nylon 6/6, che con prese chirurgiche alla Slipknot e ritornelli commerciali si pianta nel cervelletto. La sinusoide della malinconia torna con l’incollare delicato del dolore nel mosaico di grigiore e immagini in bianco e nero di Miracles, mentre il capolavoro Pieces prosegue sulle definizioni di alternative alla Nickelback. The Bitter End suona come il pezzo mancante degli Slipknot, perché nella furia delle voci e nelle cannonate di chitarra, almeno a tratti, luccicano in modo così dannatamente chiaro le immagini della catarsi da palco dell’alter ego metal, ma gli Stone Sour, come se volessero ingannarsi o differenziarsi del tutto da questa entità più violenta, si rifugiano di nuovo nel suono raffinato della ballata Imperfect. La parte regolare dell’edizione standard si chiude con la meditazione sentita di Threadbare. Rimpianto, immagini spezzate di sogni realizzati e compagni di viaggio perduti ricevono un delicato velo funebre, ricamato però in chiave pop. Nell’edizione speciale del disco la parabola continua. E lo fa ad alti regimi, con il mantra iperenergetico di Hate Not Gone, la pleiade acustica di standard da ballata di Anna e il finale d’impatto di Home Again.

Audio Secrecy è un prodotto artigianale eccezionale, che ha tutte le qualità di un disco buono ed estremamente ascoltabile. I cinque rocker hanno deciso di soffiare via la polvere dalle vecchie valvole e, nonostante il dolore, di continuare a cercare la propria sorgente creativa. Gli Stone Sour sono, come un’eco ammorbidita di quanto succede sui grandi fronti infernali, l’ombra mascherata degli Slipknot. Audio Secrecy, come terzo disco, è davvero eccezionale, e l’addio a Paul Gray è confezionato in un bel pacchetto di brani. L’unico dubbio di cui faccio fatica a liberarmi è che sarebbe stato più igienico se a rendere omaggio alla memoria di Gray con la musica fossero stati i membri degli Slipknot. La parabola di alti e bassi, di durezza metallica e baci di cotone dell’acustica sentimentale è senza dubbio più cupa che nelle precedenti incursioni degli Stone Sour nell’ignoto. Hanno superato il predecessore, ma il livello di sincerità e di impatto dell’omonimo esordio purtroppo resta ancora insuperato. Magari alla quarta ci riusciranno. Fattori di disturbo e scuse legate all’impiego “principale” negli Slipknot, purtroppo, né Root né Taylor ormai non ne hanno più …

Formazione

Corey Taylor – voce, chitarra, piano
James Root – chitarra solista, tastiere, voci di accompagnamento
Josh Rand – chitarra ritmica
Shawn Economaki – basso
Roy Mayorga – batteria, percussioni

musicista ospite:

Stevie Blacke – archi nel brano Hesitate

Produzione

Nick Raskulinecz

Tracklist

1. Audio Secrecy (Instrumental)
2. Mission Statement
3. Digital (Did You Tell)
4. Say You’ll Haunt Me
5. Dying
6. Let’s Be Honest
7. Unfinished
8. Hesitate
9. Nylon 6/6
10. Miracles
11. Pieces
12. The Bitter End
13. Imperfect
14. Threadbare
15. Hate Not Gone
16. Anna
17. Home Again

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