Aura

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Asia
Etichetta: Universal Music Group
Uscita: 2001
Durata: 79:58
Voto: 5/5

All’alba del nuovo millennio gli Asia, guidati dal duo ambizioso formato da Geoff Downes (tastiere) e John Payne (voce, basso e chitarra), hanno fatto quello che la maggior parte dei loro fan non avrebbe osato immaginare nemmeno nei sogni più sfrenati: hanno messo a segno uno dei vertici della loro carriera in studio, un disco che per qualità sta alla pari con il leggendario esordio omonimo del 1982 e, in certi passaggi, lo supera pure. “Aura” è stato con ogni probabilità l’ultimo album degli Asia a portare avanti la tradizione di intitolare ogni nuova uscita con una parola che comincia per A. Senza dubbio rappresentava l’apice del lungo rodaggio di un duo cult che, con ogni disco degli anni Novanta, era riuscito a tenere in vita la meravigliosa tradizione di rock melodico della band, piantata su nobili radici prog rock con cui negli anni d’oro conquistava gli stadi come niente fosse. Allo stesso tempo continuava ad arricchire tutto il suo impianto sonoro con l’inserimento furbo e spesso sottilissimo di qualche idea innovativa, che si potrebbe tranquillamente definire progressiva.

Su “Aura” Downes e Payne hanno decisamente scelto di innaffiare di nuovo le radici prog rock della band: il disco è pieno di ritmi stratificati e di passaggi interessanti, spesso imprevedibili, tra le varie sezioni dei brani, e contiene anche la strumentale che dà il titolo all’album, uno dei punti più alti del prog rock nella storia del gruppo. Come tante altre volte in passato, prima di mettersi a registrare Downes e Payne hanno dovuto cercarsi dei collaboratori strumentali completamente nuovi: a parte lo storico batterista Michael Sturgis, erano gli unici musicisti rimasti della squadra che aveva inciso il bellissimo predecessore “Arena” (1995), ricordato soprattutto per il curioso esperimento con gli elementi della world music.

Stavolta il reclutamento di musicisti esterni ha dato frutti più che ricchi. All’appello hanno risposto parecchi nomi di peso, tra cui alcuni dei session man più stimati del pianeta. Spiccavano ben tre chitarristi ospiti con stili di gioco totalmente diversi, e questo ha contribuito parecchio: ognuno di loro ha lasciato su un brano dell’album qualcosa di riconoscibile, pescando dal proprio ricco arsenale di trucchi chitarristici. Oltre al membro fondatore Steve “Mister Gufo” Howe (Yes), per il quale era la prima collaborazione con la band dai tempi di “Aqua” (1992), Downes e Payne sono riusciti ad avere anche Pat Thrall, un altro ex chitarrista degli Asia, e Ian Crichton, chitarrista dei leggendari canadesi del prog rock Saga. Va citato anche il giovane Guthrie Govan, che si è rivelato una grande scoperta e che qualche anno dopo sarebbe diventato un membro stabile del gruppo.

Come se non bastasse per una storia di successo, i due sono riusciti a garantirsi una raffica di linee ritmiche complesse, frutto della collaborazione con il gran maestro del basso Tony Levin (King Crimson, Peter Gabriel), per non parlare della pletora di batteristi ospiti di altissimo livello. A Mike Sturgis dietro lo sgabello della batteria si sono affiancati nomi come Vinnie Colaiuta (ex Frank Zappa, ex Sting e un mucchio di collaborazioni occasionali), Simon Phillips (ex Toto e una marea di collaborazioni occasionali) e Chris Slade (noto soprattutto come ex membro di Manfred Mann’s Eartband, Uriah Heep e AC/DC). Quest’ultimo si è unito alla band anche come membro fisso per qualche anno.

La produzione, curata dalla band e da Simon Hanhart, che fino a quel momento aveva già un bel curriculum di lavori con artisti celebri sia del rock melodico e progressivo sia del pop (tra gli altri ha lavorato con David Bowie, Bryan Adams, Marillion, Arena e Saxon), è fantastica e regala al gruppo un suono incredibilmente vivo e ricco, da leccarsi i baffi per i palati più fini.

Ogni brano del disco è un capitolo a sé e si merita valanghe di superlativi, e per un’impresa così è una vera meraviglia. L’apripista “Awake” è carica di energia possente e di atmosfera eterea, che del resto attraversa tutto questo album splendido. Le raffinate linee di sintetizzatore di Downes costruiscono una scenografia sonora magnifica per la voce di Payne, che tocca il picco con un ritornello da sveglia sul comodino. L’elegante inserimento dei cori di accompagnamento e i ricchi abbellimenti ritmici non fanno che aumentare la magia di questo pezzo fantastico, che con un messaggio così, in un altro momento e in un’altra cultura, sarebbe diventato senza dubbio un mega hit. La power ballad “Wherever You Are” interpreta il classico ibrido alla Asia tra malinconia tutta sua, romanticismo epico e slancio energico, e ti ipnotizza in un attimo con il ritornello e soprattutto con il passaggio improvviso a una sezione finale in crescendo, dove il verso centrale viene ripetuto più volte in grande stile epico.

“Ready to Go Home” è un’altra ottima ballad AOR, con arrangiamenti eccezionali e una prestazione vocale splendida di Payne. “The Last Time” è piena di un ritornello trionfale che ti scuote, mentre sullo sfondo si sentono le tipiche finezze chitarristiche “appalachiane” di Howe, che insieme alle opere d’arte tastieristiche di Downes aggiungono al brano un pizzico di mistero mistico. “Forgive Me”, oltre a un possente pathos romantico che raggiunge di nuovo il culmine in un ritornello epico, si distingue per l’abbondanza di ritmi vari di matrice world music. Va detto che i testi sono di alto livello e qua e là contengono perfino messaggi profondi: non c’è traccia di sdolcinatezza o di patetismo inutile, quello che spesso tormenta tante band AOR simili.

“Kings of the Day” e “On the Coldest Day in Hell” sono due esempi trionfali dell’arte di mescolare rock melodico e art rock nella migliore tradizione degli Asia dell’era Payne, con in più una valanga di abbellimenti chitarristici e ritmici da parte degli ospiti di prestigio, che portano a sezioni strumentali davvero interessanti. Il drammatico epico “Free”, per durata, complessità e messaggio lirico, è senza dubbio il brano centrale del disco. Arrangiamenti succosi, atmosfera pomposa, sezioni strumentali ramificate e cambi di tempo inattesi la scolpiscono in un vero capolavoro art rock. “You Are the Stranger” è un altro potente incendiario AOR, in cui fanno un gran bene le raffinate trame dei sintetizzatori, che creano un’elegante ondulazione sinfonica, e la ritmica etnica piena di colori. L’estensione vocale di Payne, e soprattutto il suo modo di esprimere le emozioni, è come al solito degna di tutta l’ammirazione. In “The Longest Night” emergono una drammaticità e una dinamica notevoli tra i vari arrangiamenti, che trovano coesione in un ritornello maestoso. Downes, come sempre, regala un romanticismo ipnotico con il suo senso sottile per la sinfonica più delicata.

Il vertice del disco, però, è la strumentale che dà il titolo all’album, dove tutti i migliori elementi di arrangiamento e di ritmo, sia dei membri fissi sia degli ospiti d’eccezione, si fondono in una coesione prog rock voluttuosa. Fedele al nome, questo capolavoro è intriso di un’autentica aura orientale, che si respira attraverso l’abile combinazione di scale ritmiche pentatoniche ed eleganti arrangiamenti di pianoforte. Le linee di basso vivaci di Levin e le varie percussioni etniche si lanciano in una danza meravigliosa, mentre le linee di chitarra regalano una malinconia da spezzare il cuore. Le trame di piano elettrico nel mezzo sono messe esattamente al posto giusto, a tenere insieme con garbo il carnevale ritmico pieno di energia che è il motivo principale dell’entusiasmo di ogni buongustaio del prog rock. Forse è stato proprio quello il momento della loro carriera in cui gli Asia si sono inchinati più apertamente e più a fondo alle proprie radici progressive.

“Aura” è un album fantastico sotto ogni punto di vista e il culmine del periodo con John Payne. Arrivò in un momento in cui la maggior parte dei fan di vecchia data, soprattutto a causa dei continui cambi di formazione, li aveva già praticamente scartati, anche se con ogni uscita degli anni Novanta la band aveva confermato di risalire piano piano verso la vecchia forma, come rilevante fusione di romanticismo da rock melodico e spirito d’avventura da prog rock. Chissà, magari ha dato una mano anche il ritorno di Roger Dean come autore della copertina. Questi due vecchi volponi hanno trovato con “Aura” la formula giusta, quella che accontenta i fan di lunga data e i nuovi arrivati, rilanciando gli Asia e preparandoli alle sfide del XXI secolo. Forse l’argomento più convincente per capire perché “Aura” è un disco che non può mancare sullo scaffale di nessun appassionato di musica dai gusti ampi è che si tratta dell’unico loro lavoro che per qualità può a buon diritto misurarsi con il leggendario esordio, ed è il miglior lavoro della band del periodo Payne.

Formazione

John Payne – voce, basso e chitarra
Geoff Downes – tastiere

MUSICISTI OSPITI:
Steve Howe – chitarra (nei brani 4,8)
Elliott Randall – chitarra (nei brani 9,11)
Pat Thrall – chitarra (nel brano 8)
Ian Crichton – chitarra (nei brani 4,8,12,13,14)
Guthrie Govan – chitarra (nei brani 1,2,3,5,6,7,9,10)
Tony Levin – basso (nel brano 3)
Vinnie Colaiuta – batteria (nei brani 3,4,10)
Simon Phillips – batteria (nei brani 6,8)
Chris Slade – batteria (nei brani 2,12,13,14)
Michael Sturgis – batteria (nei brani 1,5,7,9,11)

Produzione

Simon Hanhart e Asia

Tracklist

1. Awake
2. Wherever You Are
3. Ready to Go Home
4. The Last Time
5. Forgive Me
6. Kings of the Day
7. On the Coldest Day in Hell
8. Free
9. You’re the Stranger
10. The Longest Night
11. Aura

Bonus track nell’edizione speciale:
12. Under the Gun
13. Come Make My Day
14. Hands of Time

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