Balls To The Wall
Artista: Accept
Etichetta: Epic Records
Uscita: 1983
Voto: 5/5
Se i Black Sabbath e i Judas Priest sono i padrini del metal, allora gli Accept sono i suoi genitori putativi. Sono pochissime, infatti, le band che hanno avuto un’influenza così grande sulla musica di quegli anni e che, più o meno soddisfatte dello status di eminenza grigia, sono rimaste nelle retrovie della storia del rock. Buona parte della colpa va probabilmente al cantante Udo Dirkschneider, che con quella voce da spaccatimpani e un fisico tutt’altro che invidiabile non rispecchiava proprio il prototipo della rockstar, e poi ai testi cupi, per colpa dei quali la band non si è mai guadagnata un air play decente su MTV e in radio. L’America l’avevano conquistata più o meno negli stessi anni dei connazionali Scorpions con Love at first sting, ma poi sono finiti all’ombra del loro album Crazy world, studiato a tavolino e piazzato al momento giusto, e con l’arrivo del grunge, insieme alla maggior parte dei capelloni in pantaloni attillati, sono tristemente affondati nell’oblio. Balls to the wall, nonostante tutto, ha venduto circa due milioni di copie in tutto il mondo e ancora oggi è considerato un disco di culto, fondamentale, senza il quale nessuna vera collezione metal può dirsi completa.
Il disco è stato registrato a Colonia con Dieter Dierks, vecchia conoscenza degli Scorpions, mentre per il mix gli Accept, come già per il precedente Restless and wild, si sono affidati al leggendario Michael Wagener, uno che si era fatto un nome con capolavori come Master of puppets dei Metallica, Under lock and key dei Dokken e l’esordio degli Skid row. Balls to the wall supera il suo predecessore non solo sul piano del suono, ma anche nei testi, di cui si occupa l’allora manager, oggi moglie del chitarrista Wolf Hoffmann, che con lo pseudonimo Deaffy si becca le polemiche attorno a London leatherboys (il cui riff è una copia di Killing machine dei Priest) e Love child. E ovviamente le due gemme dell’album sono il riff mastodontico che apre la title track, che rafforza in modo efficace la sinistra atmosfera da Sabbath con i gang vocals e le sfumature politiche, e la melodrammatica Losing more than you’ve ever had, il cui inizio ricorda l’epica Princess of the Dawn. Come la maggior parte dei dischi degli Accept, anche questo è segnato in larga misura dalla Flying V di Hoffmann, spietata e affilata sia negli assoli che nei ritmi, che spaziano dalle idee progressive che trovi in Head over Heals fino agli sfoghi a base di testosterone che portano avanti la tradizione di Fast as a shark, per molti il primo pezzo speed metal della storia. Il disco si chiude con l’acustica Winter dreams, che a differenza delle altre ballad della band non è tetra, ma decisamente d’atmosfera, e le cui pennellate impressioniste e rilassanti sono piuttosto insolite per la lirica degli Accept.
Balls to the wall è la versione più matura e più ponderata di Restless and wild, il quarto album, con cui gli Accept hanno messo a punto il loro stile riconoscibile e hanno assaggiato per la prima volta la fama internazionale. Visto che alla fine dei Settanta la band era arrivata a un’etichetta piuttosto in fretta, la musica dei primi tre album è parecchio confusa e, per evitare critiche più dure, la si potrebbe definire una specie di esplorazione, di tastare il terreno, perché fino a Breaker e al pezzo Midnight Highway gli Accept non hanno idee degne di nota. Dopo Breaker, per qualche anno se ne va l’altro chitarrista Jorg Fischer, così tutto il lavoro in studio per Restless lo fa Wolf Hoffmann, mentre in tour a dare una mano alla band c’è Herman Frank, che ha collaborato anche a Balls. Ma la mente degli Accept è prima di tutto Hoffmann, autore della parte del leone della musica e uno dei chitarristi più sottovalutati della storia del rock. Come la maggior parte dei maestri tedeschi, anche lui si è ispirato a Uli Roth e ai fratelli Schenker, e si sentono pure le influenze classiche, che ritrovi in Metal Heart e, molto più tardi, come tema portante, nell’album solista Classical, registrato a Nashville con il vecchio amico Wagener. I riff di Hoffmann sono più possenti di quelli di Iommi, perché oltre all’oscurità li adorna spesso anche una melodicità dosata con giudizio, e i suoi assoli sono capolavori compositivi con tanto di capo e coda, che non si reggono solo su licks e pattern, ma soprattutto su un senso dell’armonia affilatissimo. Due bellissimi esempi sono Head over heals e Winter dreams. Balls è dunque un capolavoro rock strutturato con intelligenza, condito da inserti e ornamenti di chitarra fenomenali che non sono mai invadenti e sono sempre al posto giusto, e da cori di gruppo tipici dell’odierno power metal pieno di adrenalina. Il punto più debole del disco è senza dubbio la voce solista, che funziona solo nel contesto degli anni Ottanta, mentre oggi, elemento bersagliato dalle risate, finisce tragicomicamente tra le critiche a quel periodo. Con le sue frequenze altissime ricorda più che altro un incrocio tra Brian Johnson e King Diamond oppure, nel migliore dei casi, Rob Halford con una bronchite cronica gravissima. Ma come senza Hoffmann, anche senza Dirkschneider è del tutto impossibile immaginarsi gli Accept, cosa che conferma soprattutto la collaborazione piuttosto fallimentare con David Reece nell’album Eat the heat, che chiude il loro periodo d’oro.
Balls to the wall, quindi, non è soltanto una reliquia del passato, ma un album metal quintessenziale, a cui non potresti mai appioppare l’etichetta impopolare di hair o glam, e i cui echi, dall’estremo nord da cui arrivano i nuovi paladini della fede Hammerfall e Lordi, si sentono ancora oggi. Se ne è accorta la BMG, che nel 2002 ha pubblicato in versione remaster, oltre a Balls, anche altri tre dei loro più grandi successi, Metal heart, Russian Roulette e Eat the heat, con bonus track, mentre del catalogo più vecchio si è occupata la SPV/Steamhammer nel 2005.
Formazione
Udo Dirkschneider – voce
Wolf Hoffmann – chitarra
Hermann Frank – chitarra
Peter Baltes – basso
Stefan Kaufmann – batteria
Produzione
Accept
Tracklist
1. Balls To The Wall
2. London Leatherboys
3. Fight It Back
4. Head Over Heals
5. Losing More Than You’ve Ever Had
6. Love Child
7. Turn Me On
8. Losers And Winners
9. Guardian Of The Night
10. Winter Dreams
11. Up To The Limit (live) – bonus
12. Head Over Heels (live) – bonus
Durata dell’album: 56.12