Bang Your Head!!! 2008 – La profezia di Nostradamus (secondo giorno)

0 104

Luogo: Balingen / Messegelände / Germania
Data: 28.06.2008
Band in scaletta:
JUDAS PRIEST, SAXON, YNGWIE J. MALMSTEEN’S RISING FORCE, GRAVE DIGGER, LIZZY BORDEN (secondo show), TANKARD, OBITUARY, LIZZY BORDEN (primo show), ONSLAUGHT, BREAKER, SECRECY, AGE OF EVIL


AGE OF EVIL: 09.30-10.10
Il secondo giorno la testa pesava un quintale, colpa dei derivati alcolici. Mi sono trascinato al festival con un bel ritardo e sono arrivato giusto per la fine del set della band che ha aperto la seconda giornata del Bang Your Head!!!, gli Age Of Evil. Quel poco che le mie orecchie hanno fatto in tempo ad acchiappare è un super mix di rock n’ roll classico suonato con il vestito estremo del thrash old school, con tanto di armonie di chitarra alla Maiden. I ragazzi, che vengono dall’Arizona, hanno appena compiuto 18 anni, non erano nemmeno nati quando la bestia thrash già terrorizzava il pianeta, e il loro arrivo fa sperare che la missione del thrash metal passi in modo sano dalla vecchia alla nuova generazione. Il ritardo, ovviamente, l’ho rimpianto.

SECRECY: 10.20-11.00
Balingen è evidentemente la città fortunata delle reunion. All’organizzatore è riuscito il colpo di rimettere insieme i tedeschi Secrecy, fermi da 15 anni, la cui carriera affonda le radici nei profondi anni Ottanta del secolo scorso. La band si è riunita con la formazione originale, aggiungendo solo un chitarrista in più, Dennis Krüger. Negli anni Ottanta ha pubblicato due album, “Art Of Motion” e “Raging Romance”, che godono di status di culto nell’underground metal tedesco.

Sul palco la band ha rispolverato i suoi classici. I Secrecy hanno una voce tipicamente alla Rush, per non dire “neotenica”, che però porta nell’atmosfera il tocco oscuro che ci vuole. I ragazzi sono una vera band anni Ottanta. Riff e melodie guardavano forte allo speed metal old school americano della seconda metà del decennio. Che avessero appena rimesso in moto le chiappe si vedeva lontano un miglio, a giudicare dal look piuttosto dimesso. Avrebbero potuto investire qualche centesimo in più nell’aspetto. Un po’ annoiava anche la staticità estrema della band sul palco. Vedremo se i Secrecy salperanno di nuovo o se questa reunion è stata roba da un giorno solo.

BREAKER: 11.10-11.50
Storia molto simile per i Breaker, di Cleveland (USA). Anche loro, come i Secrecy, si sono rimessi insieme dopo l’invito dell’organizzatore a suonare al Bang Your Head!!!. La reunion era pensata inizialmente con il cantante originale Jim Hammar, che però all’ultimo ha dovuto rinunciare per via di una malattia e di un intervento chirurgico. La band ha chiamato Greg Wagner ed è salita sul palco in sei poco dopo le undici del mattino. I Breaker sono stati la prima vera sveglia del festival.

Questi sono di un’altra pasta rispetto ai fiacchi Secrecy. Sembravano non vedere l’ora di esplodere sul palco. Avevano già suonato due giorni prima al warm up show del BYH!!! 2008 a Hechingen, vicino a Balingen. Hanno ben tre chitarre, tutte e tre Flyin’ V, e tutti e tre i chitarristi fanno gli assoli. Si sono presentati come un’unità rodatissima, e a far colpo sui presenti è stato soprattutto Greg Wagner, con una grande performance sul palco, follia generale e carica continua al pubblico. Greg ha una voce ancora classificabile tra le melodiche, ma con un fondo tagliente, un po’ ruvido, che a orecchio richiama Blackie Lawless (W.A.S.P.), ed è conservata benissimo ed esplosiva in ogni registro. I Breaker hanno picchiato a tutta forza. Galvanizzati dai singoli tra la folla che conoscevano a memoria i versi dei loro classici, tipo Ten Seconds Day, hanno sfoderato un set unico, curato ed energico. Mi è rimasto nelle orecchie a lungo, e a scioccare e scatenare il pubblico è stato soprattutto il cantante Greg, che si è lanciato in uno stage diving saltando giù da un palco alto due metri e mezzo. La band ha lanciato tra la gente anche un mucchio di magliette dei Breaker.

ONSLAUGHT: 12.00-12.40
Quel giorno le band leggendarie piovevano sul palco a ciclo continuo. Altri thrasher tornati in attività, stavolta dal Regno Unito, cosa nemmeno così frequente, gli eccellenti Onslaught, hanno assaltato il palco a mezzogiorno in punto. Con Killing Piece hanno subito confermato di avere fame di musica, fame di thrash, compatti e solidi come una macchina che non avresti mai pensato potesse fermarsi e fare una pausa. Sono allenati in modo fenomenale, ma il fattore più importante, nonostante tutte le virtù dello stile thrash old school della band, è la voce del cantante Sy Keeler. Funzionava alla grande. Usa una variazione enorme di approcci: dal canto aggressivo e brutale a quello melodico e oscuro con un fondo tagliente, richiesto soprattutto nei registri medio-alti. Ma soprattutto ci ha saziati con urla acutissime e rifinite, senza le quali un’esecuzione perfetta del materiale degli Onslaught dal vivo non è nemmeno immaginabile. La macchina macinava, il pubblico sotto il palco restituiva energia alla band con headbanging e cori. I 40 minuti sono volati in un attimo. Concerto maledettamente buono, affilato al massimo. La band ha conquistato tutti con l’essenza della schiettezza e dell’autenticità, da cui traspare la rabbia sinistra e ribelle di un leone ferito. Conformisti, yuppie manipolatori di massa e tutto il resto del grigiore vuoto! State in guardia!

Dopo il concerto gli Onslaught hanno ringraziato di cuore sia il pubblico sia l’organizzatore. Hanno viaggiato per ben 16 ore fino a Balingen e non gli è pesato per niente, anzi. Che stessero benissimo lo conferma il fatto che dopo il concerto se la sono girata liberamente tra la folla sotto il palco, godendosi i concerti delle altre band, e si sono fatti vedere volentieri anche nella tenda stampa, dove un boccale (o due, o più) di birra Fürstenberg non era certo una novità per loro.

Scaletta degli Onslaught:
1. Killing Peace
2. Let There Be Death
3. Angels Of Death
4. Destroyer Of Worlds
5. Metal Forces
6. Planting Seeds Of Hate
7. Demoniac
8. Burn

LIZZY BORDEN: 12.55-13.45
I Lizzy Borden sono tornati sul luogo del delitto dopo nove anni. La band ha preso il nome da un’assassina che uccise a colpi d’ascia il padre e la matrigna, uno dei crimini più crudeli e misteriosi della storia americana ancora oggi. I Lizzy Borden suonano heavy metal americano classico, che nel corso della loro carriera non è cambiato granché.

La band ha occupato il palco e ha aperto con la title track del suo nuovissimo album “Appointment With Devil”. Il disco esce a fine ottobre. Un concerto dei Lizzy Borden è sempre qualcosa di speciale. Rossetto e cipria, prego! Tutti i membri erano impiastricciati con un bello strato di crema bianca, e Lizzy è schizzato sul palco con un mantello nero e una mazza da baseball in mano. Si è tinto i capelli di nero e se li è legati in un ciuffo in mezzo alla testa. Per un attimo si poteva pensare di avere davanti Marilyn Manson in persona.

Alla chitarra c’è Ira Black, che un tempo strapazzava la sei corde nei Vicious Rumors e negli Heathen. La voce di Lizzy resta superiore e a tratti ricorda Bruce Dickinson ai tempi d’oro o Kiske (ex-Helloween). La band ha messo in scaletta pezzi da tutti gli album pubblicati, e Lizzy ha intrattenuto la folla brandendo l’ascia, versandosi addosso e bevendo “sangue”, mentre verso la fine sono salite sul palco coniglietta in tenuta più che succinta dalla vicina tenda delle feste, che si arrampicavano e si strusciavano addosso al cantante, nel frattempo avvolto nelle bandiere tedesca e americana.

Tutto questo sarebbe poco serio, un modo per distogliere l’attenzione, se i musicisti fossero poco preparati. Ma non è così, e il teatro da palco, insieme all’ottima esecuzione del materiale, si rafforza e si alimenta a vicenda: i Lizzy Borden hanno messo in scena un concerto altamente bombastico, con un lampo ipnotico che ti ha risucchiato e non ti ha mollato dai suoi artigli nemmeno per un secondo. Dopo vent’anni Lizzy Borden con la sua band ha mantenuto uno straordinario senso per la follia rock n’ roll, che manifesta nei binari del vero heavy metal old school, carico di melodia e di ganci da shock.

Scaletta dei Lizzy Borden (primo show):
1. Appointment With Death
2. Abnormal
3. Notorious
4. Rod of Iron
5. Tomorrow Never Comes
6. Red Rum
7. We Only Come Out At Night (intro)
8. There Will Be Blood Tonight
9. Me Against the World
10. We Got the Power

TANKARD: 14.00-14.50
Un vero uragano, e di conseguenza una tempesta sotto il palco, l’hanno scatenato i thrasher tedeschi a base di birra Tankard. Hanno sputato rabbia per oltre quaranta minuti e la gente è accorsa a stringersi sotto il palco nonostante il caldo massimo. Il cantante Andi, tra l’altro il tipo ideale per i Tankard anche dal punto di vista visivo, scuoteva la criniera come un matto e sballottava per il palco i suoi quintali di ciccia, mentre gli altri tre compari bruciavano come in trance. Rectifier e brani dai titoli simili, costante dell’umorismo alcolico dei Tankard, mandavano il pubblico in estasi. Secco e calciato in faccia, ma vestito di versi su cui ridere fino a perdere i sensi. Andi è un frontman terribile. Con un approccio così i Tankard faticheranno a svuotarsi del tutto, boccale compreso!

OBITUARY: 15.05-15.55
Gli unici rappresentanti del death metal al festival, gli Obituary della Florida, sono senza dubbio tra le leggende del mestiere. E non è tutto. Con il loro arrivo al BYH!!! 2008 hanno portato il metal nella sua versione più estrema, la più estrema vista dal festival in due giorni. La band, tra i fondatori del genere, ha piantato nuovi paletti della musica estrema già nel 1989 con il debutto “Slowly We Rot”. Anche stavolta la band, che ha presentato anche il nuovo album “Xecutioner’s Return” (2007), è stata accolta con entusiasmo dal pubblico sotto il palco, che nonostante il caldo infernale delle tre del pomeriggio ha iniziato a scatenarsi in una selvaggia danza mortale. Di nuovo a spiccare è stata l’ottima voce di John Tardy, fattore decisivo nella band, quello per cui la musica degli Obituary o la fai tua o la rifiuti del tutto. Rientra tra quei growler particolari con un timbro un po’ più alto, ma di un’altra galassia, capace di bucare ogni muro di cemento del festival, tanto è penetrante e potente.

A metà concerto la band ha avuto problemi con l’impianto, che ha cercato di sistemare, e così ci siamo beccati due pause un po’ lunghe durante il set. Per il resto i ragazzi suonavano come in trance. Il lavoro delle due chitarre si intrecciava e si potenziava a vicenda. L’ambiente nero di un giorno completo, cupo, apocalittico, di nerezza delle nerezze da cui non si torna, sotto la tortura rumorosa degli Obituary, tra frustate e maltrattamento dei monitor, ha brillato di sangue e ha messo in ginocchio il pubblico sotto il palco. Gli Obituary sono al momento in gran forma e non dimostrano affatto i loro due decenni.

LIZZY BORDEN: 16.10-17.05
Già in mattinata era stato comunicato che Hardcore Superstar e Obituary avevano scambiato l’ordine di esibizione. Gli Obituary hanno suonato, ma degli Hardcore Superstar sul palco nemmeno l’ombra. Al loro posto dal pubblico abbiamo visto i membri dei Lizzy Borden aggirarsi tra amplificatori e muri di Marshall. Vedo bene? I Lizzy Borden si stavano preparando il suono da soli per un altro set. Gli Hardcore Superstar erano evidentemente stati costretti a cancellare, e così Lizzy Borden si è offerto spontaneamente all’organizzatore Horst di far suonare di nuovo la sua band sul palco del Bang Your Head.

Per il secondo show i Lizzy Borden hanno dato al pubblico una scaletta completamente diversa dalla prima! Un gesto onesto verso i fan e verso l’organizzatore, che segnerà questo evento a lettere cubitali nel suo diario del Bang Your Head! Il secondo show si è rivelato ancora più energico e rilassato del primo. Il pubblico ha accolto senza pregiudizi il nuovo set dei Lizzy Borden e si è scatenato con la band. La band ha dovuto mettere insieme una nuova scaletta, e aveva due ore di tempo per farlo. Il materiale che con questa formazione non avevano mai suonato dal vivo sul palco l’hanno provato in fretta e furia nel backstage. E così bene che sul palco non si notava per niente il precedente “non-suonare”.

Nel programma un po’ accorciato hanno infilato anche i loro due forse più grandi classici, Give ‘em the Axe e American Metal, che hanno iniettato un’ulteriore dose di adrenalina nel sangue del pubblico. Sul palco non sono mancate nemmeno le ragazze scandalose, che di nuovo scuotevano il sedere come ossesse e si contorcevano in ogni posa possibile. Lizzy ha inscenato un vero attacco di Dracula a una delle ragazze e ha di nuovo inzuppato abbondantemente sé stesso, lei e il palco di sangue finto.

La band ha fatto centro con l’ottima esecuzione di cover di band classiche come Rainbow (Long Live Rock N’ Roll) e Steppenwolf (Born To Be Wild), ed è uscita dal ring da vincitrice assoluta. Con un gesto generoso i Lizzy Borden hanno dimostrato un gran carattere, di quelli che non incontri ogni giorno nello show business musicale. I mitici anni Ottanta dell’heavy metal, vestito di shock, si sono mostrati per un attimo in quella luce classica che non lascerebbe indifferenti nemmeno i veri profani della musica. Giù il cappello, ragazzi!

Scaletta dei Lizzy Borden (secondo show):
1. Perfect World
2. Be One of Us
3. Give ‘em the Axe
4. Psychopath
5. American Metal
6. Long Live Rock And Roll
7. Born To Be Wild

GRAVE DIGGER: 17.25-18.25
I Grave Digger, oggi possiamo dirlo, leggendari boscaioli teutonici dell’heavy metal tedesco, sono diventati una band molto prevedibile. Ogni due anni un album, poi il tour invernale e comparsate sporadiche ai festival estivi. Quest’anno beccare i Grave Digger dal vivo era una piccola rarità, visto che a Balingen la band ha tenuto il suo unico concerto estivo in Europa. Oggi tra i tedeschi sono un nome stimato e rispettabile, e così sotto il palco si è accalcata una bella folla di headbanger. Il concerto è iniziato in modo interessante, con l’intro registrato dell’album “Tunes Of War” (The Brave), per poi, a sorpresa di tutti, riversarsi nella marcia preistorica e velenosa The Reaper. Già dall’inizio era chiaro che sarebbe stato uno dei set più intensi della giornata in termini di interazione tra pubblico e band. Chris Boltendhal, il ben noto e navigato “Uncle Reaper” dalla voce gracchiante, correva di nuovo come un brigante da una parte all’altra del palco, godendosi l’attenzione di tutta la massa sotto il palco. I Grave Digger hanno comunque variato un po’ il loro show. Hanno chiamato un sesto membro della squadra, il chitarrista col pizzetto Thilo Hermann (ex-Running Wild), che negli assoli è del tutto alla pari con Manni Schmidt.

La scaletta della band era quella standard. I Grave Digger hanno toccato praticamente ogni disco, con l’eccezione di “Heart Of Darkness” (1995), pescando i pezzi d’assalto più noti. In scaletta ha sorpreso piacevolmente la presenza dell’ottima The Silence (“The Grave Digger”, 2001), un brano molto d’atmosfera a medio tempo, ma per il resto il concerto è filato via in totale routine, schematico e prevedibile. Alla fine i ragazzi hanno spinto sull’acceleratore con l’incandescente trittico The Grave Digger, soprattutto Rebelllion (The Clans Are Marching), cantata con slancio da praticamente tutto il pubblico, e la conclusiva Heavy Metal Breakdown, dove Chris e soci hanno spremuto altri quanti di energia dalla folla. Hanno lasciato un’ottima impressione, a conferma che i Grave Digger difficilmente sbagliano sul palco e che, della vecchia guardia metal tedesca degli anni Ottanta, sono una delle band più esperte, capaci di soddisfare in pieno il pubblico con show compatti e ben fatti, all’insegna del più elementare shot di heavy metal.

Scaletta dei Grave Digger:
1. The Brave (intro)
2. The Reaper
3. Excalibur
4. Valhalla
5. The Dark Of The Sun
6. Knights Of The Cross
7. The Silence
8. Silent Revolution
9. Last Supper
10. The Grave Digger
11. Rebellion (The Clans Are Marching)
12. Heavy Metal Breakdown

YNGWIE J. MALMSTEEN: 18.45-19.55
L’esibizione del rocker “barocco coi capelloni” è stata senza dubbio una voluttà di tipo speciale. Ma le cose non sono andate del tutto come volevano i fan. L’attesa del maestro si è infatti trascinata, perché i tecnici non riuscivano in nessun modo ad accordare la chitarra di Yngwie. L’impazienza cresceva di minuto in minuto, soprattutto per chi, come noi, era curioso di vedere come se la sarebbe cavata sul palco il nuovo cantante di Yngwie, Tim “Ripper” Owens (ex Iced Earth, ex-Judas Priest). Abbiamo aspettato di sicuro 15 minuti, finché sul palco è piombato un montanaro di due metri con la sua Fender Stratocaster color crema. Yngwie, agghindato in stile barocco e con Ritchie Blackmore nelle vene, ha aperto il concerto con un classico del suo repertorio, Rising Force. Già all’inizio, dopo essersi avvicinato a passo di carica a Ripper alla sua destra, ha aperto una doccia di plettri, lanciandone un po’ del tutto spontaneamente davanti a sé e giù dal palco tra i fotografi, che per la preziosa plastica hanno cominciato ad ammazzarsi a vicenda (leggi: povera cara attrezzatura foto).

Allora, “dr. Ripper” è il cantante di cui puoi dire che sia un tipico “metal screamer” e che non c’entra proprio niente con l’hard rock. Yngwie è in fondo un hard rocker, e quando non spara la sua pletora di scale classiche, i suoi pezzi sanno essere molto accattivanti, incisivi e rock fino al midollo. Ripper è quindi una scelta molto coraggiosa, perché finora Yngwie aveva chiamato solo tipici cantanti hard rock, cosa che Tim Owens non è affatto, e non può nemmeno essere. Ripper ha cantato senza problemi tutto quello che c’era da cantare. I pezzi hanno ottenuto un riflesso emotivamente più freddo, ma sono cresciuti su un’impostazione esplosiva e con un pizzico di oscurità in più. Ripper ha cantato davvero tutto quello che Yngwie si è inventato. Particolarmente divertente l’interazione tra cantante e chitarrista nel raggiungere l’estremo finale dell’altezza che strumento e voce di Ripper permettono. Ripper è un vero terminator del metal. Il tipo non si preoccupa più di dove canta. Con Malmsteen guadagnerà bei soldoni, ma sarebbe interessante se il virtuoso della chitarra lo invitasse in studio a registrare un nuovo disco. Sarebbe sicuramente qualcosa di speciale nel repertorio di Malmsteen.

Yngwie, che sul palco ha avuto problemi di suono per tutto il tempo, non ha smesso un attimo di girare manopole; il set per questi intoppi è stato accorciato, ma nonostante ciò Yngwie è stato una vera chicca sul palco, ha riacceso quel fascino musicale particolare a cui credi solo quando lo vivi dal vivo, mentre Ripper, oltre all’ottimo canto, ha dedicato per tutto il tempo molta attenzione anche all’egomaniaco Yngwie, che questa attenzione la pretende. Forse in questo ruolo Ripper è addirittura il primo cantante di Yngwie all’altezza del compito, e le prese in giro tipo “Yngwie fuckin’ Mouseteen” da parte di Ripper gli fanno persino piacere. Vedremo cosa porterà il tempo.

Scaletta di Yngwie J. Malmsteen:
1. Rising Force
2. Never Die
3. Far Beyond the Sun
4. I Am a Viking
5. Guitar Solo
6. You Don’t Remember, I’ll Never Forget
7. I’ll see the Light Tonight

SAXON: 20.20-21.35
I vecchi marpioni dei tempi della nascita della “New wave of British heavy metal” sono sempre un’attrazione a modo loro, quando vai a vederli dal vivo. Come per i Grave Digger, oggi si può dire anche dei Saxon che viaggiano da un bel po’ su binari del tutto prevedibili. Ai tour autunnali seguono i festival, e in più i ragazzi non dimenticano di pubblicare album in studio con una certa regolarità. I Saxon oggi si muovono in modo del tutto razionale. Non sprecano energia inutile. Per i festival mettono insieme una scaletta con i più grandi successi, ci infilano un pezzo dall’album attuale e il gioco è fatto.
Anche stavolta hanno fatto lo stesso e, per aprire il concerto, hanno scelto in modo un po’ infelice, per non dire piuttosto sconsiderato, o magari coraggioso, il brano Attila the Hun (“The Inner Sanctum”, 2007). Il pezzo, dal riff poco fluido, ha impedito del tutto alla band di scatenarsi sul palco, cosa che ai Saxon, visto il loro repertorio, sarebbe senza dubbio calzata a pennello. Se chiedessi alla band perché, ti risponderebbero diplomaticamente che il pezzo gli piace un sacco e che non badano mai a con quale brano aprono i concerti. Ma lasciamo stare la filosofia, perché già il pezzo dopo, con il fischio di Byford, ha voluto dire che sulla pista era arrivato Motorfuckin’cycle Man. Vecchi marpioni, ma senza una sbavatura. Suonano senza errori, suonano duro, suonano a tutta e ovviamente con tanta sicurezza, frutto di un lunghissimo, lunghissimo chilometraggio dal vivo. Biff sembrava molto più fresco e riposato, ha perso persino qualche chilo rispetto all’esperienza al RockHouse di Salisburgo (11.12.2007). Naturalmente non ha dimenticato di sfoderare la sua tipica lingua lunga, e siccome al tipo piace chiacchierare, questo ha tolto una buona dose di sano gusto al concerto stesso, soprattutto perché era accorciato di 15 minuti.

I Saxon hanno comunque offerto un momento interessante. Per Denim & Leather hanno invitato sul palco Yngwie Malmsteen. Appena Biff ne ha annunciato l’arrivo, da dietro il palco è piovuto l’arpeggio classico, e poi Yngwie è saltellato sul palco come il cagnolino più felice del mondo. Pensate che il suo stile classico negli assoli andasse bene all’impostazione rock n’ roll del pezzo? Di sicuro no. Però Yngwie ha ravvivato la routine altrimenti rilassata dello show delle leggende. Per chiudere la band è tornata sul palco e ha sparato altri tre minuti di And The Bands Played On, che ha portato qualità in più al set. Ma come detto, le chiacchiere di Biff sul fatto che la Germania negli anni Novanta ha salvato i Saxon e simili appelli ai sentimenti del pubblico, nonostante il sostegno generale della folla, che dimostrava quanto i Saxon siano un nome grosso in Germania e quanto la gente fosse contenta del concerto, non hanno lavato la macchia sul concerto che la band si è concessa accorciando il repertorio di 15 minuti.

Scaletta dei Saxon:
1. Atilla the Hun
2. Motorcycle Man
3. Let Me Feel Your Power
4. To Hell And Back Again
5. Heavy Metal Thunder
6. Strong Arm Of The Law
7. 20.000 Feet
8. Crusader
9. Wheels Of Steel
10. Princess Of The Night
11. Denim And Leather
—bis—
12. And The Bands Played On

JUDAS PRIEST: 22.05-23.50
Ed eccoci arrivati al gran finale del Bang Your Head!!! 2008! L’esibizione della band che, senza volerlo né saperlo, ha scritto buona parte della bibbia del metal nei suoi anni Settanta e si è issata tra le leggende immortali negli Ottanta. Persino Biff Byford ha ammesso che i Saxon nel loro primo tour hanno suonato come spalla dei Judas Priest, e ha riconosciuto l’onore speciale di poter suonare anche stasera prima dei Judas Priest.

I Judas Priest avevano appena pubblicato il nuovo album “Nostradamus” (2008), uscito 14 giorni prima (contando dal concerto dei Priest a Balingen), per cui era logico un allestimento di scena nello spirito del nuovo album. Anzi, di più. Subito dopo l’intro, sul gradino più alto del palco appare Rob Halford travestito da Nostradamus. Un Rob Halford barbuto, in abito d’argento da sacerdote, con un bastone che in cima termina con la caratteristica croce dei Judas Priest. Il pezzo stuzzica la curiosità per il nuovo album, ma noi eravamo venuti sotto il palco per tutt’altro. Ai Judas Priest era chiarissimo, così hanno rimesso la gente in piedi subito dopo con l’immancabile Metal Gods. La successiva Eat Me Alive ha annunciato un’ottima scaletta, e solo Between The Hammer and the Anvil ha mostrato il difetto più grosso dell’essenza attuale della band. La voce di Rob Halford scoppia da tutte le parti. Per dare una mano al collega in difficoltà, i Priest hanno abbassato l’accordatura delle chitarre di mezzo tono, e durante il set in certi punti a Halford hanno dato una mano anche urla acute registrate, che mascheravano con successo l’immagine triste del suo canto di oggi. Naturalmente parlo del canto richiesto dagli standard dei Judas Priest. Halford sembrava in condizioni un po’ migliori rispetto a poco più di due settimane prima al Nova Rock festival in Austria, eppure è ben lontano dal Rob Halford a cui eravamo abituati fino a tre o quattro anni fa. Solo il diavolo sa cosa sia successo al tipo da un giorno all’altro per ridursi così. Dopo il concerto la gente scherzava maliziosamente che il pezzo cantato meglio è stato Breaking The Law (in cui comunque gira il microfono verso la folla, che canta la maggior parte del brano).

Né le fantastiche perle della scaletta Devil’s Child, Rock Hard, Ride Free, Dissident Aggressor o Hell Patrol, né l’ottimo lavoro dell’indistruttibile coppia di chitarre Tipton/Downing e della sezione ritmica a cannonate Travis/Hill, né l’orda di travestimenti in pelle e persino il giro in moto durante Hell Bent For Leather sono riusciti a cancellare la macchia e l’amara consapevolezza che si tratta di fatto di un’esibizione a cui manca fortemente qualcosa.

Anche il contatto col pubblico è insufficiente. Halford evita lo sguardo, per questo per buona parte del concerto tiene gli occhiali, oppure compensa con la recitazione sul palco, appoggiandosi al microfono e, mentre canta, girando la testa tesa e fissando il pavimento del palco. Si vedeva e si sentiva che Halford si impegna al massimo, ma il fatto che i registri alti lo abbiano abbandonato resta, ed è realtà. In brani come Angel, Hellion/Electric Eye, Hell Bent For Leather o Eat Me Alive il tipo è riuscito ancora in qualche modo a tener testa agli ostacoli, perché non richiedono linee vocali alte o altissime, e così nei pezzi dove gli “scream” sono aggiunti come decorazione, come You’ve Got Another Thing Comin’, Between The Hammer And The Anvil, Devil’s Child, la cosa non disturbava, mentre Painkiller, Rock Hard, Ride Free, Sinner o Hell Patrol sono suonate in modo disastroso. Un tempo questa goffaggine di Halford nello stabilire un contatto col pubblico non si sentiva affatto o era del tutto ininfluente, perché il tipo sfondava ogni muro col suo canto unico e irripetibile delle note più alte, che insieme a lui rende unici anche i Judas Priest.

Rispetto al concerto del Nova Rock festival in Austria, stavolta i Judas Priest hanno suonato il set completo. Nel secondo bis, prima di You’ve Got Another Thing Comin’, Halford si è preso anche 5 minuti per scaldare il pubblico, facendolo partecipare (maniera standard dei concerti dei Judas Priest) con i tipici “Oh! Yeah!” di Halford.
Per il resto scena, esecuzione e suono, pura perfezione e standard, garantiti naturalmente dall’eccezionale supporto di una squadra esperta che prepara il loro palco, oltre che dalla grande forza e dal sapere della band.

Il concerto sarebbe stato un vero mega spettacolo se Halford avesse potuto cantare nei registri alti, più alti e altissimi, ma non è successo. E ora, per i Judas Priest? È possibile che Halford si rimetta la voce a posto? Speriamo, ma che succeda il prima possibile. Se non è possibile, i Judas Priest devono sostituire il cantante al più presto. Tra i giovani promettenti i candidati abbondano, ma l’ideale sarebbe richiamare nei ranghi il legionario Tim “Ripper” Owens. Dove sei, Ripper?!?! Ci manchi!

Solo due giorni dopo il concerto a Balingen è successo che Glenn Tipton ha dovuto ricorrere d’urgenza a cure mediche per un’appendicite. Il dolore lo sentiva già una settimana prima e, grazie a dio, ha stretto i denti e noi abbiamo potuto assistere al concerto delle leggende. Per questo i Judas Priest hanno dovuto cancellare i concerti già annunciati a Zagabria e Belgrado. È la prima volta nella loro carriera che i Judas Priest sono stati costretti a fare una cosa del genere.

Scaletta dei Judas Priest:
1. Intro: Dawn Of Creation
2. Prophecy
3. Metal Gods
4. Eat Me Alive
5. Between The Hammer And The Anvil
6. Devil’s Child
7. Breaking The Law
8. Hell Patrol
9. Messenger of Death
10. Dissident Aggressor
11. Angel
12. The Hellion/Electric Eye
13. Rock Hard, Ride Free
14. Sinner
15. Painkiller
—– bis —–
16. Hell Bent For Leather
17. Green Manalishi (with the Two Pronged Crown)
18. You’ve Got Another Thing Comin’

Cosa aggiungere a chiusura della 10ª edizione consecutiva del Bang Your Head!!! a Balingen, in Germania? Missione compiuta. Il festival è filato liscio, senza ritardi. A parte la cancellazione degli Hardcore Superstar e la voce a pezzi di Rob Halford, nessuna delusione. Il paradiso del metal in terra ha davvero offerto ai visitatori il massimo. Dalla vendita di cianfrusaglie di plastica assortite, che possono essere utili o davvero solo cianfrusaglie in senso stretto, alle tonnellate di magliette e feticci, fino alla Borsa del Metal con CD che costavano praticamente quanto una birra grande. Cataste sterminate di CD che non vedi tutti i giorni nei negozi, o che non vedi proprio mai. Dopo il concerto dei Judas Priest l’organizzatore capo è salito sul palco insieme a Doro, la diva del metal tedesco, per rivolgersi alla gente. Ha ringraziato sinceramente tutti i visitatori, si è acceso meritatamente un sigaro, si è seduto con Doro sul bordo del palco, e insieme abbiamo guardato i fuochi d’artificio finali sopra l’area del festival. Come bonus, incitata dalla gente, Doro ha iniziato a cantare a cappella il pezzo dei Warlock All We Are, e sotto il palco si è risvegliata la vita quando si è unito anche il pubblico. Una chiusura magica per un festival magico. Dopo tutto quello che si è vissuto, non ci vuole molto a capire che il Bang Your Head!!! è un posto in cui torni sempre volentieri. Sempre!

foto: Aleš Podbrežnik
testo: Aleš Podbrežnik
testo Lizzy Borden: Aleš PodbrežnikeJani Mihevc
scalette Yngwie J. Malmsteen e Lizzy Borden: Jani Mihevc


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie