Premiata Forneria Marconi – leggende italiane! (2008)
Data dell’intervista: 04.07.2008
I Premiata Forneria Marconi sono grandi in tutti i sensi. Lo erano quando, nei primi anni Settanta, suonavano una musica sinfonica calda e romantica, e lo sono rimasti quando, nella seconda metà del decennio, sono passati al jazz rock. Gli Ottanta hanno portato il periodo pop, con successi commerciali sempre più grossi (Suonare Suonare) e esibizioni in vari festival. Alla fine dei Novanta sono tornati a occuparsi di una musica simile a quella dei Settanta, e in Italia sono ancora molto amati e rispettati. Prima del concerto (a ingresso gratuito) in Piazza della Repubblica a Monfalcone, si sono presi qualche minuto anche per la nostra squadra e hanno risposto a un paio di domande. Abbiamo chiacchierato con i tre membri più storici della band: i due membri originali Franco Mussida (chitarra e voce) e Franz Di Cioccio (batteria e voce), più Jan Patrick Djivas (basso), che si è unito al gruppo con l’album L’Isola di Niente, dopo aver lasciato la formazione jazz rock degli Area.
Rockline: Potete raccontarci come è nato il vostro ultimo album?
Premiata Forneria Marconi (Jan Patrick Djivas): L’ultimo album?
Rockline: Stati di Imaginazione.
PFM (Djivas): Ah, ok. L’album è nato da un’idea della nostra manager, che sa di cosa abbiamo bisogno. Sa che sul palco ci serve l’improvvisazione. Sul palco ci eravamo annoiati a suonare ogni sera sempre le stesse cose. Cercavamo sempre l’occasione per improvvisare, e così lei ha usato dei film che giravano alle nostre spalle. Guardavamo i film e improvvisavamo. Abbiamo provato così qualche pezzo e a tutti è piaciuto. Poi abbiamo registrato in questo modo altri brani e in poco tempo l’intero album è diventato così. Non posso dire che le canzoni le abbiamo scritte, tranne un paio. Nella maggior parte dei pezzi si conoscono solo i punti di entrata e di uscita, tutto il resto è improvvisazione.
Rockline: Questi pezzi li improvvisate anche dal vivo o li suonate come sull’album?
PFM (Djivas): Dipende. Per via dei film, alcune parti vanno suonate uguali, tutto quello che sta in mezzo è improvvisato. Tranne brani come Leonardo, che sono composti.
Rockline: Avete qualche idea per un nuovo album?
PFM (Djivas): Ci sono due nuovi progetti in arrivo. Uno è “PFM classic”, dove insieme a un’orchestra reinterpretiamo brani classici. Ci sono due versioni: in una suoniamo con una grande orchestra di sessanta elementi, nell’altra siamo solo in sei. Suoniamo musica classica, ma ci aggiungiamo le nostre interpretazioni.
Rockline: Quando andranno in scena questi spettacoli?
PFM (Djivas): Credo all’inizio dell’anno. Sarà un album dal vivo. Sarà una cosa completamente nuova. Una roba così non l’hai mai sentita. Non è il solito caso di musica pop mescolata con il classico, è tutta un’altra cosa. Questo è un progetto, l’altro è un normale album dei PFM?
Rockline: Elettrico?
PFM (Djivas): Sì. Quello uscirà dopo il primo progetto.
Rockline: Per il secondo progetto avete già scritto qualche pezzo?
PFM (Djivas): A segmenti, qualcosa l’abbiamo già scritto.
Rockline: Sono di nuovo improvvisazioni?
PFM (Djivas): No. Stavolta sono composti.
Rockline: Ora una domanda sugli Stati Uniti. L’anno prossimo tornate al NEAR fest. Vi piace suonare lì?
PFM (Franz Di Cioccio): Sì. È uno dei festival progressive più importanti. Ci vengono anche tantissime band dall’Europa.
Rockline: Quindi vi considerate ancora dei musicisti progressive?
PFM (Di Cioccio): No, ci consideriamo semplicemente i PFM. Suoniamo quello che suoniamo. Siamo stati progressive e lo siamo ancora. Non abbiamo mai fatto due album uguali. Ci piace sorprendere chi ci ascolta.
Rockline: E cosa pensate dei vostri album pop?
PFM (Di Cioccio): Ci piacciono. Ci piace fare cose diverse. Ogni album l’abbiamo fatto per un motivo. Suonare Suonare è stato uno degli album di maggior successo in Italia, e Fabrizio De Andre, con cui lo abbiamo registrato, è uno dei più grandi poeti italiani. Volevamo fare un album con più attenzione ai testi. Abbiamo scritto brani come Maestro della Voce, che abbiamo dedicato a Demetrio Stratos, o come Suonare Suonare, che per noi è stato un successo enorme.
Rockline: All’epoca conoscevate le altre band progressive italiane? Siete andati in tour con loro?
PFM (Di Cioccio): No, non abbiamo suonato insieme.
Rockline: Però sapevate che esistevano. Gruppi come Le Orme, Banco, Area.
PFM (Djivas): Certo. Io degli Area ero particolarmente consapevole, visto che ci suonavo.
PFM (Di Cioccio): Siamo amici e ci conosciamo.
Rockline: Cosa pensate del movimento progressive in Italia, negli anni Settanta?
PFM (Di Cioccio): Era fortissimo. Non solo in Italia, in tutta Europa. Più tardi anche negli Stati Uniti. Il progressive è nato in Europa. Non solo in Inghilterra. In ogni paese c’erano band importanti.
Rockline: Vedete qualche differenza tra gli album che avete pubblicato negli anni Settanta e quelli usciti negli ultimi tempi?
PFM (Franco Mussida): Adesso i nostri album sono migliori.
Rockline: In che senso?
PFM (Mussida): Il passato è passato, il presente è molto più bello. Tutto quello che suoniamo adesso è una combinazione di esperienza ed emozioni, non solo di istinto. L’album Stati Di Imaginazzione lo dimostra meglio di qualsiasi altro. Non mi piace guardare al passato.
Rockline: Nel progressive italiano si dice che sia importante l’aspetto romantico, mediterraneo, melodico. Vi sembra che lo sia anche per i PFM?
PFM (Mussida): Certo. Per noi la melodia è importantissima. È fondamentale per comunicare con le emozioni del pubblico. Ci piace comporre melodie grandiose. Quando una melodia agisce sulle sensazioni, quando c’è un dialogo di note, è meraviglioso.
Rockline: Pensate mai di usare qualche influenza elettronica in più?
PFM (Djivas): No, non vogliamo farlo. Non è che non vogliamo usare la tecnologia, ma sul palco non vogliamo usare i computer. Se usi un computer, sei ingabbiato. Se usassimo un computer, non potremmo improvvisare così tanto. Per un po’ ci abbiamo provato, ma non ci piaceva. Se suoni così tanto tempo nella stessa band, ti stufi di suonare sempre le stesse cose.
Rockline: Quindi movimentate tutto con le improvvisazioni?
PFM (Djivas): Esatto. Ma non sono solo le improvvisazioni, anche nel brano stesso cerchiamo sempre di cambiare qualcosa. Vogliamo avere la libertà di fare quello che ci pare, e con un computer non è possibile.
PFM (Mussida): E poi è noioso. A noi piace sbagliare.
PFM (Di Cioccio): Sul palco ci piace giocare. Per esempio, Patrick parte con una linea, poi mi aggancio io e dopo anche Franco.
PFM (Djivas): Ci piace fare improvvisazioni che ti danno la sensazione di essere composte. A volte ci riesce benissimo, altre volte un po’ meno.
Rockline: Patrick, pensi che il tuo arrivo nella band sia stato importante per la svolta verso il jazz rock?
PFM (Djivas): Credo di non essere stato così importante per il nostro lato jazz, più per quello etnico. Per il jazz ci ha influenzato parecchio la visita in America. È vero, io avevo un’impronta jazz, ma non ho cercato di imporla agli altri membri dei PFM. La visita in America però ci ha influenzato molto. I PFM suonano quello che vogliono suonare, e in quel periodo volevamo suonare una musica più jazz. Proprio questi aspetti diversi sono così importanti per i PFM.
PFM (Di Cioccio): Se volessimo, potremmo fare un concerto di sei ore, con tre set diversi. Uno sarebbe “Stati di Imaginazione”, nel secondo suoneremmo i pezzi di De Andre e il terzo sarebbe “PFM classic”. È importante mescolare qualcosa come Suonare Suonare con un approccio più jazz. In Suonare Suonare, per esempio, aspettiamo tutti un assolo di Franco della madonna alla fine del pezzo. Se usassimo un computer, la spontaneità negli assoli, per esempio, non ci sarebbe più. Il computer diventerebbe il padrone e noi gli schiavi. Noi vogliamo essere padroni del nostro destino.
PFM (Djivas): Il computer è utile per registrare. Quando proviamo per “PFM classic”, registriamo sul computer e ne esce un demo. Ma oltre a questo non lo useremmo.
Rockline: Per i vostri album più jazz avete ingaggiato un nuovo cantante (Bernardo Lanzetti). Tanta gente dice che suonava come Peter Gabriel. Voi che ne pensate?
PFM (Di Cioccio): Io penso che Peter Gabriel suoni come Nina Simone. Alla gente piace fare paragoni.
Rockline: Grazie per la chiacchierata.
PFM: Grazie
Intervista condotta e curata da: Rok Podgrajšek
Foto: Teja Podgrajšek e Aleš Podbrežnik
Galleria fotografica







