Bang Your Head!!! 2017 (secondo giorno) – ovvero come Vince Neil ha preso per il naso gli organizzatori del festival!

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Band in programma: Almanac, Angelus Apatrida, Bullet, Entombed A.D., Krokus, Lee Aaron, Magnum, Riot V, Rose Tattoo, Steve Grimmett`s Grim Reaper, Vince Neil, Paragon, Dead Lord
Luogo: Balingen / Messegelände / Germania
Data: 14.07.2017


Secondo giorno del Bang Your Head!!! festival. Erano le undici e mezza passate e a Balingen ha cominciato a esplodere il sound old school alla Thin Lizzy, merito dei revivalisti hard rock svedesi Dead Lord. Questi ragazzi, tra l’altro, vanno avanti in formazione a quartetto dal 2012. Hanno suonato anche a fine marzo all’edizione di quest’anno dello sloveno Winterdays of Metal festival. La band, che ha come motori il cantante e chitarrista Hakim Krim e il batterista Adam Lindmark, a cui fanno compagnia il chitarrista Olle Hedenström e il bassista degli Enforcer Tobias Lindkvist, al BYH!!! festival aveva già suonato una volta, solo che allora aveva in tasca il debutto in studio. Stavolta è tornata col successore »Heads Held High« e il set ha pescato, tra le altre, da Deuce, Hammer To The Heart, Onkalo, Reruns e I’m Rocker. Il quartetto si è presentato come una squadra super compatta e sicura di sé, rodatissima e di conseguenza convincentissima sul piano esecutivo. Potenza infernale, ottima dinamica sul palco, cinetica ben centrata. La mattinata è stata accompagnata dalla pioggia, quindi i Dead Lord purtroppo non hanno trovato il sostegno di massa che avrebbero meritato, ma il gruppetto di spettatori in k-way si è decisamente più che goduto la loro esibizione.

Si è rimasti su revivalismo e Svezia anche subito dopo, quando sul palco sono saliti i Bullet. Una band anch’essa giovane, che però suona tantissimo dal vivo e registra altrettanto. Il loro stile ha un solido punto d’appoggio nella figura e nell’opera degli AC/DC, e non di rado li ricordano proprio per gli urli assurdamente rumorosi dell’indiavolato cantante Dag »Hell« Hofer. Anche i Bullet non sono più dei perfetti sconosciuti per il BYH!!! festival e ci avevano già suonato, sia in sala che sul main stage. La band ha presentato il sempre attuale »Storm of Blades!, con cui si erano esibiti anche a una delle edizioni del festival Rock Batuje in Slovenia. Il quintetto conferma quello che ci aveva dato nei nostri precedenti incontri live con loro. Un livello altissimo di selvaggeria indomita e di foga adrenalinica, di cui continua a occuparsi l’eccellente tandem di chitarre Klang/Lyrbo, mentre Hofer, oltre al suo solito teatrino, si è concesso pure l’affilatura delle lame sul palco, con una vera smerigliatrice da cui volavano scintille. I Bullet si sono presentati anche con un altro ritocco di bellezza. Il bassista Adam Hector in formazione è stato sostituito di recente dal cugino, il riccioluto Gustav, che ha già impugnato con sicurezza un basso Rickenbecker bianco.

L’esibizione successiva è passata per una delle più sentimentali, se non addirittura commoventi. Sul palco sono arrivati infatti i Grim Reaper, o meglio, nei nuovi tempi, gli Steve Grimmett’s Grim Reaper, leggendari rappresentanti dei tempi della NWOBHM. Come è noto, al leader del gruppo e uno dei più grandi cantanti heavy metal degli anni Ottanta, Steve Girmmett, a inizio anno per problemi di salute hanno amputato parte di una gamba, sopra il ginocchio. Era una questione di vita o di morte. L’uomo quindi è rimasto, ed è rimasto in piedi. E come aveva già annunciato ufficialmente,  la sua promessa di tornare sul palco non è stata tradita. Grimmett ha suonato, proprio come aveva detto che avrebbe fatto. Un po’ con la protesi, un po’ in sedia a rotelle. Alla fine ha vinto la combinazione di entrambe. Si è avvicinato al microfono con la sedia a rotelle e il concerto l’ha fatto in parte in piedi, in parte seduto. L’uomo ha conquistato all’istante con la sua voce inconfondibile e marcata, che ancora una volta tradiva la fascinazione per la figura e l’opera di Ronnie James Dio, anche se le sue condizioni di salute, ovvero la difficoltà di adattare la postura del corpo, non gli hanno permesso di sviluppare al meglio la potenza vocale. Ma Steve ha comunque sbrigato in modo eccellente tutti gli alti e i bassi.  La band, oltre all’album in studio attuale »Walking in the Shadows«, ha ovviamente riempito il repertorio con il materiale della famigerata »Rock You To Hell«, da cui i Grim Reaper hanno suonato quattro pezzi  e cioè la title track, poi Lust For Freedom, Rock Me Till I Die e Night of the Vampyre. Steve ringraziava di continuo la folla dal profondo del cuore, il tempo durante la sua esibizione si era ormai rasserenato del tutto e un caldo torrido regnava sull’area del festival. Un momento speciale è arrivato quando Steve ha annunciato il pezzo del suo grande modello Ronnie James Dio, Don’t Talk To Strangers, che ha eseguito con una raffinatezza e una sensibilità vocale straordinarie. Cappello giù  davanti alla leggenda e alla band. Per la tenacia, la fede e lo spirito di sfida. È tutto e il massimo che un musicista, con sincerità creativa, può dare al suo pubblico. Quando ti ricordi di quella farsa con i Volbeat al Metaldays festival due anni fa, a un artista del genere ci fai una croce sopra, al confronto con il cuore da leone di Steve Grimmett. Là il »piccolo Elvis wannabe« Poulsen »ha tossicchiato un pochino« nel microfono e la band ha subito annullato il concerto. Qui invece un uomo resta senza una gamba, ma non molla e non si arrende. Steve Grimmett con la sua squadra ha chiuso l’esibizione con altri due pezzi più vecchi, entrambi title track di album: »See You In Hell« (con cui ha concluso il concerto) e »Fear No Evil«. Indimenticabile.

Dopo il set di Steve Grimmett e dei Grim Reaper, l’interesse del festival non è calato per niente. Lee Aaron ha portato al festival un altro momento particolarmente attraente. Di sicuro una delle sorprese dell’edizione di quest’anno del BYH festival. La musicista canadese ha oggi 55 anni e di nuovo si esibisce più spesso anche sui palchi europei. L’anno scorso ha pubblicato in autoproduzione il nuovo album in studio »Fire And Gasoline«, con cui è tornata alle radici rock. Lee Aaron, che all’anagrafe fa Karen Lynn Greening, mantiene alta vitalità e vivacità sul palco. La cantante saltellante ha servito un super surplus di vibrazioni positive ed energia e col suo temperamento e il suo fascino ha confermato di essere ancora in forma per il palco, come si deve.  Vocalmente parlando! Il pubblico aspettava ovviamente i momenti più rockeggianti della sua carriera, cioè il materiale degli anni Ottanta. E non c’è voluto molto, perché Lee ha aperto il concerto con Hot To Be Rocked dal terzo  album »Call of the Wild«, seguita da Hold On, dal »Bodyrock«. Poi ha dedicato un po’ di attenzione ai pezzi del nuovo album, e il resto è stato riservato ai tempi leggendari  con Powerline,, Watcha Do To My Body, Diamond Baby, Barely Holdin’ On e, in chiusura, la Metal Queen attesa in silenzio per tutto il tempo, dal suo secondo album (omonimo) in studio. .

Ha fatto seguito un’esibizione eccellente dei Riot V. In pratica sono i leggendari metallari newyorkesi Riot dei nuovi tempi, senza lo scomparso Mark Reale in formazione. I Riot V avevano suonato due anni fa al Bang Your Head, quando il nuovo album in studio »Unleash the Fire« era freschissimo. Due anni dopo il gruppo va avanti, e con la stessa formazione, composta da Don Van Stavern al basso, Mike Flyntz alla chitarra, Frank Gilchriest alla batteria, Todd Michael Hall alla voce e il giovane e promettente Nick Lee alla chitarra. Al concerto dei Riot V non avevi niente da rimproverare. Eseguito come si deve?  Alla grande. Dall’affiatamento stesso allo sfruttamento dello spazio sul palco.  Di precisione negli assoli limati fino al dettaglio ce n’era a volontà, con l’esperto Flyntz che ovviamente prendeva l’iniziativa. Va sottolineato in particolare il fenomenale Todd Michael Hall, che ha davvero sfoderato una brillantezza vocale assoluta. La band ha aperto con Rock Hard Live Free dall’album in studio attuale, per poi passare in un lampo al leggendario album »Thundersteel«, quando Flyntz e Lee hanno affondato le chitarre in Fight of the Warrior.  La prima super sorpresa è arrivata con la scelta del terzo pezzo. Don’t Hold Back dall’album »Fire Down Under«, che la band non suonava dal 1981. Dopo, i Riot V hanno consolidato ancora di più la loro straordinaria impenetrabilità sul palco con la »popolarissima« Johnny’s Back, in cui gran parte del pubblico si è unita al canto, e poi Road Racin’, unico pezzo dell’album »Narita«, seguita dalla fantastica e indimenticabile Bloodstreets (album »Thundersteel«), dalla nuova Take Me Back e dal gran finale, aperto dall’attesissima Swords And Tequila (album »Fire Down Under«), portato avanti dal classico di »Rock City« Warrior e chiuso da un assalto furioso, cioè la title track dell’album »Thundersteel«. Il concerto dei Riot V è un obbligo per ogni inconsolabile amante dell’heavy metal old school. La band sul palco è eccezionale. Per questo la sensazione che il concerto sia finito in un attimo, in questo caso, era semplicemente un dato di fatto. Peccato. I Riot V vanno assolutamente visti in un concerto a durata piena, cioè in un concerto di poco meno di due ore. Speriamo che si presenti presto l’occasione giusta.

I Magnum sono grandi veterani del rock’n’roll. Gli inglesi restano indistruttibili e anche in età matura pubblicano regolarmente nuovi album in studio. L’attuale »Sacred Blood »Divine« Lies« è uscito lo scorso febbraio e la band già annuncia per quest’anno l’uscita del successore. Ma diciamoci la verità, dal concerto ci si poteva aspettare ben poco di più. Anche se il gruppo ha mascherato con abilità una condizione live non proprio al top integrando i classici cult dell’album »On A Storytellers Night« (la title track, All Englands Eyes, Les Morts  Densant, How Far Jerusalem), non riuscivi proprio a scrollarti di dosso la sensazione che i Magnum emanassero stanchezza e logoramento. Valeva soprattutto per il cantante Bob Catley, che negli ultimi anni cala vistosamente a livello vocale e già da un pezzo non sviluppa più né la potenza né l’altezza desiderate. Anche se proprio quest’anno il gruppo ha rinfrescato la formazione con il nuovo tastierista Rick Benton, che ha sostituito il ritirato Mark Stanway, e con il batterista Lee Morris, che ha preso il posto dello storico membro dei Magnum Harry James (James ha lasciato perché troppo impegnato, ma con i suoi Thunder gli sta andando di nuovo molto bene), la sensazione che la band non avesse trovato la forma giusta per quella giornata non te la toglievi di dosso. Catley sembrava stanco e il gruppo nel suo insieme sembrava voler portare a termine il più in fretta possibile, in modalità routine, la sua esibizione. Forse a farsi sentire è stata la posizione stessa a metà giornata. Il caldo e l’afa hanno presentato il conto. La band all’inizio ci ha comunque sorpreso piacevolmente riportando in scaletta, dopo tanto tempo, il pezzo Soldier of the Line dal disco »Chase the Dragon« (1981); sono seguiti due pezzi dell’album attuale  »Sacred Blood »Divine« Lies« (la title track e, dopo, una creazione meno interessante, ma è il nuovo singolo uscito, Crazy Old Mothers), poi un pacchetto di pezzi del cult »On A Story Tellers Night«, interrotto a metà dalla più recente Unwritten Sacrifice (album »Escape From A Shadow Garden«), e la band ha chiuso il set con Vigilante (album »Vigilante«).

Ancora prima del set dei leggendari hard rocker svizzeri Krokus, alle sei in punto del pomeriggio ha cominciato a rimbombare nella sala, dove hanno aperto le danze gli Almanac, una nuova band guidata, dopo l’addio ai leggendari power metallari di Amburgo Rage, dal polistrumentista, compositore e virtuoso della chitarra bielorusso Victor Smolski. Una dritta. Gli stessi Alamanc a febbraio di quest’anno hanno suonato a Lubiana davanti a una dozzina scarsa di persone (una ventina, non di più, anzi meno). In sala invece gli Almanac hanno trovato un sostegno più sostanzioso da parte del pubblico, che era tra le 600 e le 700 persone. La band funziona come una mini orchestra metal-operettistica. E tale è anche l’album »Tsar«. Smolski usa tre voci soliste. Una femminile (Joanette Marchewka) e due maschili (David Readman dei Pink Cream 69, Andy B. Franck dei Brainstorm). Un’odissea power metal, carica di arrangiamenti ispirati a elementi operettistici e orchestrali. E Victor? Resta Victor. Un eccezionale maestro e acrobata della chitarra. I suoi assoli e il suo modo di suonare restano poesia per chitarra e un capolavoro unico nel dominare la bibbia a sei corde, ovvero la teoria.

Ho comunque dirottato più attenzione sul set dei Krokus, che al Bang Your Head festival ormai da tempo non sono più degli sconosciuti. La leggendaria formazione hard rock svizzera suona con ben tre chitarristi, ovvero Mark Kohler, Fernando Von Arb e il ritornato Mandy Meyer (Unisonic, ex-Asia, ex-Gotthard). La band, in attività dal 1975, è completata dall’inconfondibile e unico cantante Marck Storace , dal membro fondatore, ex batterista e oggi bassista Chris Von Rohr e dall’unico membro un po’ più giovane, il batterista Flavio Mezzodi. Quest’anno la band ha pubblicato l’album di cover »Big Rocks«, quindi stavolta i Krokus hanno suonato qualche cover. Krkous del resto suonano regolarmente in Svizzera, e poi più che altro negli angoli remoti della Germania. Per fortuna però i Krokus con »Big Rocks« non hanno esagerato. In apertura hanno sparato American Woman (The Guess Who), verso la fine del set la »dylaneggiante« Mighty Queen, a metà del repertorio si è infilata anche Rockin In A Free World (Neil Young), e poi di minuti »rubati« ce n’erano abbastanza. La band ha riempito il repertorio con i classici richiesti degli anni Ottanta, grazie ai quali nel mondo ha venduto a oggi oltre 14 milioni di copie di album in studio, e così sono arrivate Heatstrokes, Fire, Bedside Radio (tutte dall’album »Heavy Metal Rendez Vous«), poi Headhunter e Screaming in the Nigth (album »Headhunter«). Il concerto è stato aperto da Long Stick Goes Boom da »One Vice At Time«, con tanto di primo verso del classico degli Who Pinball Wizzard. I Krokus non hanno saltato nemmeno gli album »Hardware« (Easy Rocker) e »Heart Attack« (Rock ‘N’ Roll Tonight).  Tra le creazioni post-millennio nel repertorio è finita solo Hellraiser (dall’omonimo album), per il resto solo classico dopo classico degli anni Ottanta e, in una parola, eccezionale. La band è incredibilmente esperta e rodata. Storace resta un comandante eccezionale, e per di più un ometto molto divertente e teatrale. Le chitarre cantavano, cantavano e gemevano dolcemente. I Krokus restano incredibilmente agili e convincenti anche dopo tutti questi anni di resistenza, più che invidiabili. Ok, Storace non ha più quelle altezze, ma sul palco è sfrontato, monello e affilato come un giovane storno ben carico. Un super concerto delle leggende dell’hard rock europeo, insomma.

Mentre i Krokus stavano finendo il loro set, sul palco della sala sono saliti gli heavy metaller tedeschi Paragon.  Si tratta di una band tedesca di culto, originaria di Amburgo, in attività da oltre due decenni e mezzo. L’anno scorso i Paragon hanno pubblicato il loro undicesimo album in studio in totale, »Hell Over Hell«, e nel minutaggio a disposizione, oltre al nuovo album, hanno presentato una scaletta di materiale più vecchio bellissima ed equilibrata. La formazione vede i chitarristi Jan Bertram (oggi unico  membro della formazione originale) e Martin Christian, poi il cantante Andreas Babuschkin e il bassista Jan Bünning, mentre le bacchette le impugna Soren Teckenburg, l’uomo con meno anzianità nei Paragon.  Si sono susseguite così Abducted, Palace of Sin, Armies of the Tyrant, Law of the Blade, Across the Wastelands, Rising Forces, Hypnotized, Hell Beyond Hell, Impaler, Hellgore Play in Thunderstorm. L’esibizione straordinariamente matura e compatta del gruppo abbiamo dovuto interromperla, perché sul main stage era già tutto pronto per il concerto esclusivo dei veterani del rock’n’roll australiani Rose Tattoo.

Non erano in Europa da nove anni. Dopo tutta questa siccità, sono tornati finalmente in Europa, e proprio al Bang Your Head, con l’unica data europea del 2017 . In esclusiva. Signore e signori. I mascalzoni del rock’n’roll australiano Rose Tattoo, in attività dal 1976. Il diavolo sa perché siano sempre rimasti all’ombra dei fratelli maggiori AC/DC, ma questa è una band che si è decisamente meritata il grande botto, che purtroppo non è mai arrivato. Quando sembrava che fosse finita, perché nel gruppo, a parte il duro e strillante ometto Gary »Angry« Anderson, erano morti i principali protagonisti musicali,  l’anno scorso sono trapelate notizie di una reunion e della riattivazione del gruppo. Sono seguiti un nuovo documento dal vivo e altro ancora. L’annuncio di un nuovo album in studio. Non stupisce quindi che la gran parte del festival alle otto di sera aspettasse con ansia i Rose Tattoo sul palco.  Di certo non hanno tradito. La scaletta era composta soprattutto da momenti dei primi tre album, con enfasi sul debutto »Rose Tattoo« (1977) e sul terzo, »Scarred For Life«  (1982). È interessante che sia rimasto fuori il materiale dell’album »Southern Stars« (1984). In formazione la chitarra solista è nelle mani dell’esperto Dai Prichard, che suona nel gruppo dal 2007, e il suo slide tirava fuori un vero gemito melodioso dalla chitarra mentre passeggiava con arte su e giù per il manico, aggiungendo al suono del gruppo quella lucentezza inconfondibile, il suo marchio di fabbrica. Gli altri tre pezzi della squadra si sono uniti ad Angry solo quest’anno  e cioè il bassista Mark Evans, il batterista John Watson e il chitarrista Bob Spencer. Angry continua a demolire tutto con la sua celebre voce e con la sola presenza scenica. Forse il gruppo poteva essere regolato a volume più alto. È l’unico appunto. Il suono, quindi. Per il resto, una dietro l’altra: Out of this Place, Assault & Battery, Tramp, Who’s Got the Cash, Juice on the Loose, Rock ‘n’ Roll Outlaw, The Butcher and Fast Eddy, One of the Boys, Bad Boy for Love, Rock ‘n’ Roll is King, Branded, Scarred for Life, We Can’t Be Beaten, Black Eyed Bruiser (album »Blood Brothers«, 2007) e in chiusura Nice Boy. I Rose Tattoo cavalcano di nuovo, insomma.  

I Rose Tattoo avevano appena finito quando sul palco della sala sono saliti gli eccellenti revivalisti thrash metal spagnoli Angelus Apatrida, che nel dicembre scorso, insieme ai Vector, hanno suonato anche all’Orto bar di Lubiana.  Anche a questo concerto a Balingen il quartetto composto da Guillermo Izquierdo (voce, chitarra), David G. Alvarez (chitarra), Jose Izquierdo  (basso) e Victor Valera (batteria) ha presentato il quinto e ultimo album in studio in tutto, intitolato »Hidden Evolution« (2015), senza però trascurare la fase più vecchia della propria attività. Si sono susseguite così, tra le altre, Immortal, Violent Dawn, Vomitive, Of Men and Tyrants , End Man, Give’Em War, Serpents On Parade e You Are Next. Gli Angelus Apatrida sono una band eccellente. Straordinariamente appuntita e affilata, e in realtà fa tutto Guillermo da solo. È un solista eccellente e un cantante incredibilmente penetrante e carismatico. Il cantante e chitarrista riccioluto riesce a volte ad avvicinare in modo incredibile il proprio timbro vocale a quello del leggendario Dave Mustaine, anche se canta per lo più con il suo timbro e il suo approccio. Tra tutti i partecipanti, per cinetica sul palco li ha superati probabilmente, in tutto il festival, solo il giorno dopo i »pazzi« belgi Evil Invaders, per il resto gli Angelus Apatrida sono un gruppo scandalosamente aggressivo, che non lesina energia e artiglieria pesante, con cui spara da ogni posizione sul proprio pubblico. Senza pietà. Affiatamento, potenza straordinaria, incredibile penetrazione e convinzione esecutiva che non lasciano respirare l’ascoltatore nemmeno per un attimo. Purtroppo l’esibizione straordinaria del gruppo abbiamo dovuto interromperla, perché il grande palco si stava preparando al concerto da headliner dell’ex cantante dei Mötley Crüe Vince Neil con la sua band di supporto.

Dunque, l’evento principale del programma del secondo giorno del festival è stato il concerto da headliner di Vince Neil con la sua band di supporto. Poco prima dell’inizio dello show si poteva vedere Jeff Blando, chitarrista degli Slaughter, che sistemava l’audio sul palco. Nello stile di un capo palco e fonico. Che cosa significa? »Blando«, Dana Strum e Zoltan Chaney sono in pratica gli Slaughter e il giorno prima avevano suonato come Slaughter, mentre il giorno dopo hanno fatto anche da band di supporto a Vince Neil.  Be’, »Blando« e Strum formano da tempo il nucleo di supporto della squadra di Neil, quindi non è stata nemmeno una sorpresa. Il concerto però non è durato nemmeno un’ora. Compreso il bis, Vince Neil ha sparato dieci pezzi, e a metà show è sparito dietro le quinte, mentre il ruolo di cantante principale l’ha preso Jeff Blando, che per quindici minuti ha annoiato il pubblico con un trito ripescare cover di momenti di spicco dell’era del rock: Whole Lotta Love, Heaven And Hell e Stairway To Heaven (mancava solo Smoke On The Water). Insomma. È noto che Neil è un tipo teatrale. Su questo non ci sono dubbi. È stato nei Motley Crue e non può esserlo chiunque. È carismatico, è un performer navigato e sa creare teatro. Ma stavolta la sua voce »punk rock da ragazzino« non ha potuto accontentare tutti quelli che si sono precipitati sotto il palco per godersi gli standard dei Motley Crue. Vince con la band ha suonato: Dr. Feelgood, Piece of your Action, Looks That Kill, Home Sweet Home, Shout At The Devil, Kickstart My Heart, Girls, Girls Girls, Wild Side e nel bis Live Wire. Nonostante Chaney, Strum e »Blando« si siano concretamente sbattuti e spremuti al massimo, tutto questo era troppo poco. Semplicemente. Il concerto avrebbe dovuto durare almeno un’ora e mezza. Per questo il set ha portato una cocente delusione non solo del secondo giorno del festival, ma di tutto il festival. A proposito di questo pogrom, nei giorni dopo il festival l’organizzatore ufficiale ha anche presentato scuse e spiegazioni ufficiali, sostenendo che si fosse trattato di un malinteso tra il management del gruppo e l’organizzatore. Chissà. Una fregatura del genere non se la merita nessuno, men che meno la reputazione e la grandezza di un festival del calibro del Bang Your Head. Perciò non hanno stupito le dichiarazioni dopo il concerto da parte dell’esigente pubblico tedesco, secondo cui Vince Neil non ha più bisogno di venire a Balingen. La comunità musicale tedesca è critica e questa criticità è decisamente autorevole. E perché è così? Perché può. Semplicemente Vince Neil se lo può permettere. Non tutti sono stati nei Mötley Crüe. Un concerto che dimentichi in un attimo. Vinko (G.) Nil.

Be’, siccome personalmente non sono mai stato un grande fan dei Motley Crue e nemmeno di Vince Neil, non avevo grandi aspettative sul concerto, quindi per me quello che è successo non è stato nemmeno una sorpresa particolare. Per fortuna, appena Neil ha lasciato il palco per la prima volta e la band di supporto ha condannato il pubblico di Balingen ad ascoltare cover, mi sono infilato in sala per il concerto degli splendidi Angelus Apatrida, che ho ascoltato con grande piacere fino alla fine.

Al gran finale del secondo giorno hanno pensato poi gli Entombed A.D. ,fino al 2014 Entombed, poi Entombed A.D., il che significa che sulla scena ora ci sono due formazioni Entombed. Gli Entombed A.D. sono dunque la frazione in cui canta il carismatico e sempre divertente Lars Göran Petrov, che ha prestato la voce alla maggior parte degli album in studio degli Entombed. Gli Entombed A.D. negli ultimi tre anni hanno messo in fila con questo nome due nuovi album in studio, da cui abbiamo sentito tre pezzi, ovvero Midas In Reverse, Dead Down (entrambi dall’album »Dead Down«) e Second To None (album »Back to the Front«, 2014), ma la maggior parte della scaletta era fatta di pezzi che Petrov cantava ancora sotto il nome Entombed. Questo significa che gli amanti di questa band cult di death’ n’ roll sono decisamente rimasti soddisfatti. Non solo per il repertorio, ma anche per la sua reinterpretazione. Il gruppo ha confermato quello che ci siamo goduti l’anno scorso anche da noi, quando ha suonato due volte pure in Slovenia (l’ultima a novembre 2016 insieme ai Voivod). Verso la fine Petrov è un po’ calato, perché i riflettori sul palco lo avevano visibilmente provato, ma ha resistito da leone fino alla fine del set. La band ha messo in fila i seguenti classici degli Entombed: Stranger Aeons, Eyemaster, Living Dead, Out of Hand, Chaos Breed, Revel in Flesh, Wolverine Blues e Left Hand Path. Sicuri e convincenti. Il pubblico assetato di »estremo« è stato accontentato. Con l’esibizione degli Entombed A.D. il secondo giorno del festival ha così finalmente visto la nascita del nuovo, cioè terzo e ultimo giorno di quest’anno del Bang Your Head festival.

testo: Aleš Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik


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