Bang Your Head!!! 2019 (terzo giorno) – a chiudere in bellezza, la collisione bombastica tra opera e metal che si chiama Avantasia
Location: Balingen / Messegelände (sala Volksbankmesse) / Germania
Data: sabato, 13.07.2019
Dopo due terzi di festival Bang Your Head 2019 inzuppati d’acqua, è arrivato anche l’ultimo. Il terzo giorno! Stavolta, finalmente, all’asciutto. Il programma di quella giornata era scolpito perlopiù sul modello del metal old school, con qualche gradita deviazione portata sui palchi dalle esibizioni di Candlemass, Skid Row, Tribulation, Einherejer, Omnium Gatherum, ma andiamo con ordine…
Alle undici e mezza sono saltati sul palco per 50 minuti, primi in scaletta nell’ultimo giorno di festival, gli svedesi Screamer, originari della città di Ljungby. Revivalisti dell’epoca classica del metal, che amano flirtare anche con elementi hard rock, in dieci anni di attività sono diventati un quintetto belle affilato. Con tre album in tasca e un nuovo disco annunciato per ottobre di quest’anno, hanno preso possesso del palco con veemenza e si sono messi a bombardare quello che fino a quel momento era un palco di tarda mattinata piuttosto pigro e addormentato, nel leggendario festival. Il cantante Andreas Wikström ha una voce autorevole e teatrale e tiene benissimo le redini in mano mentre comanda in prima fila. Sì. Di revivalismo oggi ce n’è parecchio ed è molto popolare soprattutto tra le band scandinave, ma gli Scramer sono un mix davvero teso e ascoltabilissimo di speed metal americano old school, con sberle di NWOBHM, e non stupisce che ogni tanto si lascino scappare anche qualche riff nello stile dei Thin Lizzy (o dei loro imitatori revivalisti e connazionali Dead Lord), degli Accept o dei Saxon. La band ha rovesciato addosso al pubblico materiale dei primi tre album, infilandoci due pezzi completamente nuovi, »Ride On« e la title track del nuovo disco in arrivo, »Highway Of Heroes«.
Il palco è passato ad altri svedesi. I RAM di Göteborg, che a differenza dei connazionali Screamer sono in attività da un decennio in più e quindi hanno in tasca una discografia in studio più lunga. Anche se l’album »Rod«, uscito nel 2017, è ancora attuale, i RAM sono a un passo dall’uscita del successore, il loro sesto album in studio in tutto, »The Throne Within«, da cui a metà concerto hanno suonato anche la nuova e davvero promettente Ravnfell. Il quintetto è composto dalla sezione ritmica dei fratelli Petersson, poi dal chitarrista originale Henry Granroth, dall’inconfondibile cantante dalla voce caratteristica Oscar Carlquist e dal chitarrista Martin Jonsson, arrivato nel 2013. Anche i RAM seguono il credo del metal old school. I RAM semplicemente non tradiscono. Il fenomenale urlatore Oscar Carlquist è un frontman incredibilmente carismatico e dedito alla causa. Un gigante che riempiva il palco da solo e che la recitazione scenica l’ha ereditata chiaramente dalle figure pionieristiche dei cantanti del metal old school, costume di scena compreso. Tra una sparata vocale e l’altra non nascondeva il viso paonazzo, ma ehi! Il carisma di quest’uomo è fenomenale. I RAM sono una squadra rodatissima e i loro concerti sono sempre una garanzia di alta qualità. A reggere il tutto ci sono anche i riff estremamente marcati su cui poggiano i loro pezzi. Nella prima parte la band ha suonato soprattutto materiale degli album »Rod« (l’epica Gulag, poi On Wings Of No Return) e »Subverzum« (i pezzi d’apertura Return of the Iron Tyrant e Eye Of The Night e, nella parte finale, The Usurper), mentre nella seconda metà, dopo la nuova Ravnfell, è passata ai brani rimpianti della prima era, quando dal debutto »Forced Entry« ha sparato Sudden Impact, più le conclusive Machine Invaders e Infuriator. Un po’ a sorpresa, il gruppo non ha suonato neanche un pezzo dell’altrimenti perfetto »Lightbringer«, mentre dal terzo, »Death«, avevamo già sentito nella prima parte Flame Of The Tyrants. Un’esibizione compatta, implacabile e incredibilmente affiatata di una band esperta, con grandi e buone prospettive su quello che i RAM potranno portarci a settembre con il nuovo album.
I Flotsam And Jetsam oggi sono considerati grandi leggende del thrash metal. Sono dei tipi a parte in questo genere. Sotto il palco si era già radunato un vero esercito di adoratori del buon vecchio thrash metal old school e la band, come c’era da aspettarsi, non ha deluso. Il sole puntava dritto sul palco e la band ci si è tuffata dentro come uno sciame di formiche rosse incazzate. Parliamo di leggende. Sì, e di energia non ne manca affatto nemmeno ora che sono in età più matura di carriera. Veemenza, audacia, mordente e un’esecuzione scenica perfetta. È dura rassegnarsi al fatto che vedere i Flotsam And Jestsam in condizioni da festival duri appena un’oretta, eppure. Il cantante Eric A. Knutson ha superato bene tutte le tempeste. Vocalmente ha retto con sicurezza per tutta l’esibizione e ha offerto un’ottima prova sul palco; il duo di chitarre composto da Michael Gilbert, che per essere un membro originale della band sembra ancora un ragazzino, e da Steve Conley, arrivato qualche anno fa, suona essenziale e preciso ed è un’accoppiata fenomenale che non sbaglia un colpo. Su tutto, ovviamente, regna lo straordinario drumming di Ken Mary, entrato solo l’anno scorso, che con qualche rullata eccezionale e l’esplosività nei passaggi, eseguiti con estrema precisione, ha spazzato via in un attimo tutti i pensieri sterili secondo cui i Flotsam And Jetsam, con l’addio di Jason Bittner, passato lo scorso anno agli Overkill, potessero aver perso in qualità. Non suona con Alice Cooper, negli Impellitteri e/o negli Accept uno qualsiasi. Giù il cappello! E poi c’è anche la statua di culto del bassista Michael Spencer. Quest’anno la band ha pubblicato il nuovo album »The End Of Chaos« e, come da copione, ha aperto il concerto con la nuova Prisoner Of Time, poi ha subito sparato i classici del disco di culto, ovvero il debutto »Doomsday For The Deciever«, cioè Desecrator e Hammerhead, in mezzo ai quali ha infilato una più recente Iron Maiden (»Flotsam And Jetsam«, 2017). La prima parte del concerto si è chiusa con un’altra nuova, Demoliton Man, e nella seconda metà la band è partita all’assalto con la dentata e corrosiva »When The Storm Comes Down« e il classico »Suffer The Masses«, che ha messo in vortice una bella fetta di teste sotto il palco, ma il culmine vero doveva ancora arrivare, perché da lì fino alla fine del concerto il gruppo è rimasto praticamente ancorato al classico album »No Place For Disgrace«, piazzando tre classici d’acciaio: Dreams Of Death, I Live You Die e la conclusiva, cioè la title track dell’album. Una tempesta devastante, un tornado dell’Arizona! Nessun sopravvissuto! Esattamente quello che ci aspettavamo prima del concerto. La band leggendaria non si arrende e non si ferma. I bei tempi classici del thrash old school sono tornati in vita con un gruppo che da sempre ha coltivato la propria acutezza autoriale e la propria originalità. Rispetto!
Il concerto è continuato sulle molle del vecchio heavy metal, più precisamente di quello americano. La scuola ossificata dell’heavy e dello speed metal classici. Ed ecco infatti gli Armored Saint, che almeno per quanto riguarda il suono ci erano rimasti debitori dallo show dello scorso novembre a Zagabria. La band, come previsto, ha mescolato la scaletta, ma la parte principale del repertorio gravitava sull’esecuzione di classici di culto. Un solo pezzo nuovo, Win Hands Down, e un altro dell’era più recente dei «tempi di lotta per la sopravvivenza» (Creepy Feelings), dall’album »Revelation« (2000), che ha portato in scaletta anche una serie di sorprese, per il resto classico dopo classico, colpo su colpo. Nella luce migliore possibile. John Bush in grandissima forma da comandante vocale, vestito con un abbigliamento di scena poco metal che starebbe meglio a una festa balcanica, poi l’indistruttibile coppia di chitarre Phil Sandoval e Jeff Duncan, alla batteria il fratello di Phil, Gonzo. E ovviamente l’incredibile e inconfondibile Joey Vera, che alla chitarra bassa fa miracoli. Per qualità e stile, proprio questo raffinato bassista è stato scelto per i concerti della reunion del prossimo anno dai leggendari danesi Mercyful Fate. Sugli Armored Saint non c’è da dubitare. Dalla title track d’apertura dell’album »Raising Fear« (1987) fino alla parte finale, quando si sono lanciati nella spaventosa March Of The Sanint (»March Of The Saint«, 1985), è stato uno show caldissimo fino al midollo, come puoi solo desiderare. Insieme a »March Of The Saint« nella parte iniziale è risuonata anche Can U Deliver, dal cult »Symbol of Salvation« sono arrivate Last Train Home e la straordinaria Reign Of Fire. Nella seconda metà dell’esibizione la band ha toccato anche l’album »Delirious Nomad« con i brani For The Sake Of Heaviness e Nervous Man, mentre alla title track dell’album »Raising Fear« ha tenuto compagnia la fantastica Underdogs. Un’esibizione solida e compatta di grandi veterani del metal old school, che speriamo il cammino riporti molto presto nei locali del vecchio continente.
Finalmente un incrocio di generi! Sono le quattro del pomeriggio quando sul palco principale salgono i leggendari doom metaller svedesi Candlemass. Una band, quindi, esplosa sulla scena all’inizio degli anni Ottanta, che quest’anno ha pubblicato il nuovo album in studio »The Dooor To Doom«, con cui ha dimostrato la sua tenacia doom ormai proverbiale e la fedeltà tradizionale al suono e allo stile che ha fondato soprattutto con gli album di culto usciti negli anni Ottanta. Anzi di più. Ha riportato in squadra il suo primo cantante, quello prima di Messiah, cioè l’uomo che cantava sul debutto in studio »Epicus Doomicus Metallicus«. Johan Längquist. Uno che non è mai stato famoso per chissà quale raffinatezza tecnica vocale, se lo metti accanto agli altri cantanti dei Candlemass, per cui ci si chiedeva come se la sarebbe cavata con le parti vocali. La band ha preparato un’ottima scaletta in cui ha suonato quasi esclusivamente classici degli anni Ottanta, cioè materiale dei primi quattro album, inserendo in più solo un pezzo nuovo, che non ha rovinato affatto la scaletta, cioè Astorolous – The Great Octopus. I Candlemass hanno un suono e uno stile autoriali ben definiti. Con un bagaglio di esperienza e un chilometraggio incredibili sulle spalle, anche stavolta a Balingen hanno semplicemente consegnato un’esibizione brillante e già solo con la loro presenza hanno arricchito parecchio il cartellone di quest’edizione del festival. Längquist è stato sicuro, in tutto e per tutto. Con gli anni si è anche trasformato in un carismatico zietto dai capelli grigi e ricci, che ha tenuto il pubblico ben stretto a sé con grande abilità. Il carisma di Messiah, ovviamente, non c’è da aspettarselo, così come non si può pretendere il livello di esecuzione dei classici del gruppo tratti dagli album in cui cantava Messiah, ma Längquist si è calato in modo più che dignitoso nel suo compito e ha giustificato il suo status di leggendario primo cantante rientrato nella band. La band ha aperto la sua epica marcia nera attraverso distese di candele accese e lapidi in decomposizione con il classico di »Nightfall« The Well Of Souls (più tardi si sono aggiunte Dark are the Veils of Death e, verso la fine, Bewtiched), poi l’unico pezzo da »Ancient Dreams«, Mirror, Mirror, e altrettanto unico da »Tales Of Creation«, Dark Reflections, mentre la band ha portato la sua nausea nera e il suo officiare fino al culmine finale, quando (come previsto) ha servito anche due classici del debutto di culto »Epicus Doomicus Metallicus«, cioè A Sorcerer’s Pledge e la conclusiva Solitude. Per quell’ora anche le nuvole e il grigiore hanno ricoperto di nuovo il cielo. Mancava solo che il cielo tornasse a «piangere» e la misura sarebbe stata colma (No! Di pioggia ne avevamo avuta davvero fin sopra i capelli)! Tutto sommato. Una prestazione eccellente.
È seguita l’esibizione di un’altra band culto dell’heavy metal americano, i Metal Church, che con il ritorno del cantante Mike Howe vivono una vera rinascita. Nel giro di due anni la band ha infilato due nuovi album in studio, l’attuale »Damned If You Do« proprio lo scorso autunno. Il gruppo è guidato dall’incrollabile «riffmeister» Kurdt Vanderhoof, alla batteria è entrato in squadra l’ex batterista dei W.A.S.P. Stet Howland – il ricordo della band passata lo conserva il trucco attorno agli occhi – poi c’è l’esperto bassista Steve Unger e il giovane ma estremamente agile chitarrista Rick Van Zandt, con cui la band si è presentata anni fa al Metaldays di Tolmino, quando alla voce c’era ancora Ronnie Munroe. Insomma. La scaletta stavolta ha mostrato il lato più complesso della scrittura di Vanderhoof. Vanderhoof è comunque un musicista scolpito su più strati, in realtà non si pone limiti musicali, e questo si riflette anche nello sviluppo spesso movimentato delle composizioni, anche se i Metal Church appartengono comunque alla scuola ossificata del metal old school. Così la band ha messo al centro il lavoro più recente »Damned If I Do«, da cui in un pacchetto di dieci brani ha suonato la title track, By the Numners e The Black Things. Un album «in retromarcia», cioè »XI« uscito due anni fa, era rappresentato da »Needle And Suture«, che la band ha suonato subito come seconda. Il gruppo ha riportato in repertorio anche un po’ più di materiale del periodo in cui, dopo Michael Wayne, la voce principale è passata a Howe, cioè il sempre accendente classico di »Hanging In Balance« Gods Of A Second Chance e due pezzi di »Blessing in Disguise«, cioè Badlands e la conclusiva Fake Healer. La band è perlopiù statica sul palco, soprattutto i due chitarristi, con Vanderhoof in testa, mentre questa staticità è stata completamente spezzata dall’iperattivo Howe, che ha corso quanto si può correre e sudato ettolitri. Il viso paonazzo e le vene del collo gonfie sotto il sole del pomeriggio lo testimoniavano chiaramente. Howe ha comunque strillato in modo eccellente, centrando tutte le note più alte, anche se proprio prima della fine si è sentito che gli era calata un po’ la forza. Tra i classici di culto la band ha affrontato il classico di »Metal Church« Beyond the Black, davvero fenomenale, mentre le hanno fatto compagnia altre due composizioni di »The Dark«, la epica mini suite Watch The Children Pray e Start The Fire. La band sta dietro alle proprie creazioni dell’era nuova e questo è l’importante. Sul palco si diverte visibilmente e la chimica che sprigiona è brillante. Un sacco di scherzi, tra cui anche le riprese con lo smartphone del bassista Steve Unger, che in quel frangente si è avvicinato birichino fino a Vanderhoof. Insomma. La band irradia un’allegria straordinaria. Per qualche altro classico al gruppo è mancato il tempo, quindi dovremo inseguirlo a qualche data nei club. Speriamo che si facciano rivedere sul suolo del vecchio continente al più presto, il più vicino possibile e naturalmente con un tour il più lungo possibile!
Durante il concerto dei Metal Church si è animata anche la sala al coperto, dove alle cinque e mezza del pomeriggio sono andati a scatenarsi i monelli e ragazzacci dell’hard rock americano, dentati e in calzoncini corti, i Kickin’ Valentina. Look strappato, un pizzico di trucco glam, ammiccamenti al punk e all’hard rock old school, che nei Guns N’ Roses fu popolarizzato in modo concreto dalla figura di Slash, ma con un suono dentato, accordato più in basso, grasso e con un velo di groove. Tutto questo ti dà un’idea di un gruppo che in qualche modo ha trovato la propria strada creativa sotto il sole «libero». Il quartetto è attivo dal 2013 e ha in tasca due album in studio e un EP, e galoppa veloce verso il terzo lavoro in studio. Lo compongono: il cantante D.K. Revelle, il chitarrista Heber Pampillon, il bassista Chris Taylor e il batterista Jimmy Berdine. I Kickin’ Valentina hanno dedicato il loro show alla presentazione del loro attuale album in studio »Imaginery Creatures». Va detto anche che la band avrebbe dovuto suonare qui al Bang Your Head già l’anno scorso, ma all’ultimo momento ha annullato l’esibizione. Nonostante la sovrapposizione con il concerto dei Metal Church, in sala si è radunato un bel mucchio di curiosi, testimone di un furioso spettacolo sul palco di quattro cattivi figli di buona donna, dove a garantire la buona energia è stato soprattutto il cantante D.K., spavaldo, con il cappellino calcato sulla fronte e sugli occhi, pardon, dietro i suoi occhiali scuri Ray Ban, e a livello vocale spesso mi ha ricordato il cantante dei Killcode, Tom Morrisey. Una band che promette e una band che, se reggerà con un simile entusiasmo, garantirà anche alle generazioni future una dose di prima qualità di buona festa hard rock!
Porca miseria! Anche l’ultimo giorno un sacco di sovrapposizioni ingrate. Una di queste era tra i death metaller melodici finlandesi Omnium Gatherum e i veterani americani del glam metal Skid Row. Per i puristi del genere la scelta è facile, per tutti gli altri curiosi che volevano essere in entrambi i posti è dura. Abbiamo quindi combinato il tutto, dedicando più attenzione al sestetto finlandese della città di Karhula. La band ha presentato l’ottimo nuovo album in studio »The Burning Cold« e ha aperto il concerto con l’invasiva, velenosa, melodica e carica Gods Go First, dove gli elementi del death metal e della musica classica dialogano alla grande e al tempo stesso presentano subito questo gruppo anche al profano in modo molto rappresentativo. Purtroppo le condizioni sonore erano sfigate e le chitarre durante il concerto non si sentivano distintamente, e nemmeno il growl del carismatico frontman Jukka Peikonen era messo in risalto abbastanza nel mix. Hanno avuto la peggio, ovviamente, anche le tastiere, che di solito sono le prime a farne le spese quando il suono non è preparato bene. La band si è concentrata sull’esecuzione del repertorio dell’era più tarda, da »New World Shadows« in su fino al nuovo album, cioè l’era in cui gli Omnium Gatherum hanno sviluppato la propria impronta autoriale con l’incorporazione di arrangiamenti musicali sempre più grandiosi e dinamici. La sala era meno affollata a causa della sovrapposizione, ma anche del profilo stesso dei visitatori del festival, abituati alle esibizioni di band metal e hard rock classiche. Ingiusto, ma pazienza. Gli Omnium Gatherum si sono presentati con tutte le forze e la vista di Jukka era già preoccupante, con il cantante che letteralmente grondava nel bel mezzo della sala infernalmente rovente. I ragazzi hanno suonato dal nuovo album anche i brani Refining Fire e Be The Sky, dal predecessore »Grey Heavens« (2016) Frontiers e Skyline, poi due pezzi dall’album »Beyond« (2013), cioè New Dynamic e The Unknowing, e con la title track hanno toccato anche l’ottimo album »New World Shadows« (2011). Un’esibizione compatta e ottima in tutto. La giusta dose di bestialità e straordinaria musicalità, oltre che di bombast epico, inserita nello spunto di base dell’ispirazione alla tradizione di Göteborg del metal melodico, anche se è chiaro che i finlandesi «impacchettano» questa ispirazione in una ricetta completamente nuova. La band arriva a ottobre a Lubiana. Siate lì!
L’arrivo degli Skid Row ha portato la desiderata scossa al programma del terzo giorno di festival. I glam metaller di culto, che all’inizio degli anni Novanta si sono elevati tra gli «immortali», dopo la reunion si esibiscono ovviamente senza Sebastian Bach, il che per questa band è una maledizione, eppure. Con lui non trovano più alcun punto in comune. Be’, per tutti quegli anni, fino al 2015, il carismatico Johnny Solinger ha svolto il compito più che dignitosamente, e per motivi ignoti nel 2015 ha lasciato la squadra, dove al posto di cantante ha trovato nuovo impiego l’ex usignolo dei Dragonforce ZP Theart. Sabo, Hill e Bolan restano i membri originali del gruppo, il che è di importanza capitale, visto che sono tutti, uno dopo l’altro, autori della musica degli Skid Row! Gli Skid Row non possono sbagliare il colpo, perché vivono della fama dei lavori di culto »Skid Row« (18 and Life, Big Guns, I Remember You, Makin’ a Mess, Piece of Me, Sweet Little Sister e, per chiudere, l’attesa Youth Gone Wild) e »Slave to the Grind« (In a Darkened Room, Livin’ on a Chain Gang, Monkey Business, la già citata Slave to the Grind). E la band si è tenuta ben stretta a entrambi i lavori anche al concerto di Balingen, attaccando fin dall’inizio con Slave To The Grind. Buffo che il gruppo ignori completamente l’album »Subhuman Race«, che non è affatto male. Comunque, una bella ora di compagnia con i momenti migliori dei due album di culto ha regalato, come previsto, una vera festa. ZP Theart non ha nemmeno un briciolo del carisma del celebre predecessore, che ha messo la voce sui primi tre album in studio, e nemmeno vocalmente gli si avvicina granché, il che è un peccato, ma dall’altra parte anche un vantaggio. La band suona alla grande e i «sempreverdi diventati popolari» accendono ancora a dose piena. Sul palco la band è estremamente agile e vivace. A metà circa il gruppo ha portato il concerto a un livello ancora più alto quando ha tirato fuori Psycho Therapy (Ramones), mentre in repertorio si è infilata anche Ghost, da »Thickskin« (2003). Una squadra che ha evidenti difficoltà a trovare sostituti per i cantanti per tutta la carriera, con ZP Theart funziona in tutto e per tutto con sicurezza, ma nonostante questo uno al suo posto si immaginerebbe perlopiù un «bravo ragazzo», un tipo furbetto con più magnetismo e fuoco energetico. La band suona comunque in modo eccellente.
I Tribulation hanno ricevuto una bella fetta di minutaggio, settanta minuti, e per fortuna hanno attaccato mezz’ora prima dell’esibizione del trascinatore del terzo giorno, Avantasia. In quel lasso di tempo in sala si è radunato un numero più consistente di spettatori, cosa che la band si è anche meritata con la sua presenza. Si tratta infatti di lupi mannari gothic black metal svedesi molto apprezzati, che nel repertorio di stavolta hanno dedicato di gran lunga più attenzione al loro attuale album in studio »Down Below« (2018), da cui hanno suonato i brani Lady Death (apertura del concerto), Lacrimosa (pezzo conclusivo), e nel mezzo hanno infilato Nightbound, The Lament, Cries From The Underworld e The World. È incredibile che suono ricco, cupamente tonante e rovinoso riesca a creare un quartetto da solo sul palco. A questo vanno aggiunte anche condizioni sonore molto buone e naturalmente l’estrema coesione della squadra. C’è il ringhio penetrantissimo e devastantemente autorevole del bassista e frontman Johannes Andersson, che con il suo teatro di scena soffia un’atmosfera speciale nell’immagine cupa dei pezzi! Una parte del concerto l’abbiamo saltata per ricaricare le batterie in vista del gran finale delle ultime tre band in programma. I Tribulation si sono già esibiti più volte anche da noi, quest’anno di nuovo nell’ambito del Metaldays. Non deludono mai, quando stanno sul palco! Al concerto del Bang Your Head!!! la band ha eseguito, oltre ai nuovi, anche brani degli album »Formulas Of Death« (Suspiria de profundis, Ultra Silvam) e »The Children Of The Night« (Melancholia, Strange Gateways Beckon, The Motherhood of God).
Era tutto pronto per l’esibizione dell’headliner del terzo giorno di quest’edizione del Bang Your Head!!! E allo stesso tempo anche per il concerto di chiusura sul palco principale! Quest’onore è toccato al progetto Avantasia, guidato da Tobias Sammet, carismatico cantante e compositore, che con questo progetto ha incrociato con successo opera e metal e in modo piuttosto inatteso ha avuto successo anche in senso commerciale. Il successo è così grande che ha messo la sua band madre, gli Edguy, in stand-by, congelata. Questo successo del progetto sorprende ancora di più perché è arrivato in un periodo in cui gli approcci estremi nello sviluppo del metal moderno la fanno da padroni e il power metal, agghindato di elementi sinfonici, è in qualche modo una storia sopravvissuta. Ma non nel caso del progetto Avantasia. L’attrattiva di una ricetta musicale peraltro prevedibile Sammet se l’è assicurata con inviti insistenti a ospiti speciali, che collaborano perlopiù nel ruolo di cantanti principali sugli album degli Avantasia e che con le loro imprese all’interno delle band madri si sono scritti per sempre a lettere maiuscole nel mondo del rock e del metal. Quest’anno Sammet ha pubblicato con gli Avantasia il nuovo album in studio »Moonglow«, che a Balingen ha presentato in abbondanza. Sul palco ha radunato una squadra di accompagnamento composta dal suo compare degli Edguy Felix Bohnke alla batteria, dagli eccellenti chitarristi Sascha Paeth (ex-Heaven’s Gate) e Oliver Hartmann (Hartmann), poi dal tastierista Miro Rodenberg, dal bassista Andre Neygenfind e dai cantanti di supporto: Herbie Langhans, Adrienne Cowan e Ina Morgan. Quello che con ogni probabilità ha contribuito alla maggiore affluenza di tutti i concerti dell’intero festival sono ovviamente i cantanti ospiti, che hanno eseguito i singoli brani, cioè: Jørn Lande (Jorn), Bob Catley (Magnum), Ronnie Atkins (Pretty Maids), senza il quale non può passare nemmeno un Bang Your Head festival, poi Eric Martin (Mr. Big) e Geoff Tate (Operation: Mindcrime, ex-Queensryche)
Il repertorio era in qualche modo costruito in modo sensato per pacchetti di brani, eseguiti dai singoli cantanti sugli album in studio, in modo da avere il minor numero possibile di cambi durante il concerto. Aggiungo che »Moonglow« non è l’unica occasione in cui gli ospiti citati hanno collaborato. Hanno partecipato anche ai dischi precedenti. Così l’apertura è toccata a Sammet, che non ha dimenticato, nel suo stile burlone, di divertire subito il pubblico con trovate piene di umorismo. Ad aiutarlo ci ha pensato anche la pioggerellina dal cielo, che ha sorpreso proprio tutti. Durante il pezzo Book Of Shallows Samett ha guardato verso la passerella e ha detto: «Che diavolo, questo pezzetto di palco fino a un attimo fa era asciutto? Gente, com’è possibile?» Insomma. Scenografia abbondantemente arricchita da pedane aggiuntive davanti e dietro il palco, illuminazione con i riflettori ampliata e particolarmente ricca, cannoni interi, cioè salve di coriandoli, e su tutto, ovviamente, uno spettacolo lungo quasi un’ora e mezza che ha abbracciato l’esecuzione di brani da tutti gli album del gruppo (vedi la scaletta qui sotto). Eric Martin è comparso sul palco con l’esecuzione di una cover incredibilmente ingegnosa e riuscita dell’originale di Sembello, il brano Maniac, usato nella colonna sonora del film »Flashdance« (ah, dolce nostalgia degli anni Ottanta)! Geoff Tate ha cantato Alchemy, Invincible e, al posto di Kiske, Reach Out For The Light, mentre il primo degli ospiti a comparire sul palco è stato Jorn Lande, a cui sono toccate The Raven Child e Lucifer. E così via…
Siccome l’esibizione maratona degli Avantasia si sovrapponeva a quella dei vichinghi norvegesi Einherjer, abbiamo preferito dedicarci a questi ultimi e, dopo mezz’ora di Avantasia, siamo entrati nella sala Volksbankmesse, dove i granitici e inflessibili norvegesi presentavano il loro nuovo e complessivamente ottavo album in studio »Norrøne Spor«. Quest’anno la band conta 26 anni di attività, con una pausa nel mezzo durata dal 2004 al 2008. Gli Einherjer di recente sono passati da trio a quartetto. Al cantante e bassista principale, il colossale Frode Glesnes, al chitarrista altrettanto originale Aksel Herløe e al batterista Gerhard Storesund, si è aggiunto il membro più giovane e chitarrista tecnicamente raffinatissimo Ole Sønstabø, che per le sue virtù virtuosistiche a metà concerto si è guadagnato anche un assolo di chitarra a sé. La band si attiene a una ricetta collaudata dalla quale non si discosta molto. Nei pezzi più recenti c’è decisamente più estetica folk vichinga, mentre in quelli più vecchi gli Einherjer si avvicinano agli elementi del black metal tradizionale. I riff sono crudi, i ritmi elementari e, insieme al ringhio penetrante e marcato che guida i brani su una dimensione energetica simile, l’atmosfera che gli Einherjer creano funziona come un mantra. Ipnotico. Un clima che ti risucchia. Accanto ai pezzi più recenti del nuovo album e dell’album »Av oss, for oss«, la band ha inserito nel repertorio anche pezzi più vecchi della prima era, dagli album »Blot«, »Far Far North« (title track dell’album) e dal debutto »Dragons of the North« (anche questa title track dell’album). Nonostante Frode sia più o meno sempre inchiodato dietro il microfono, i due chitarristi sfruttano abilmente il palco e, correndo di qua e di là, si occupano di alzare la dinamica dello sviluppo. La band è in ottima forma, e soprattutto il ringhio di Frode è convincente e conserva la sua potenza! Quando gli Einherher hanno chiuso il concerto poco prima delle dieci e tre quarti, gli Avantasia stavano giusto concludendo il loro concerto universale, così poi ci siamo ovviamente goduti i fuochi d’artificio, con cui il Bang Your Head!!! mantiene la sua tradizione.
Eppure il festival non era ancora finito. In sala era annunciata ancora un’esibizione! Qualcosa per i fan dei Manowar. Meglio dell’originale. Ma non si può? O invece sì? Certo che si può, se sul palco sale Ross »The Boss« Friedman e con la sua band di accompagnamento tiene un concerto di un’ora e mezza pieno fino all’orlo di classici dei Manowar nati nell’era della permanenza di Ross nei Manowar (1980 – 1990)! Basta quindi che sia iscritto come coautore dei classici di culto dei primi sei album dei Manowar, che insieme a »Triumph Of The Steel« rappresentano davvero (diciamocelo) l’essenza dell’opus discografico di una band che soprattutto negli ultimi due decenni si aggrappa fin troppo spesso a inutili mosse di autoincensamento, invece di comporre nuova musica. Ross, che non ha tempo per questo e da un pezzo non fa più parte di simili storie, sul palco è accompagnato da ottimi musicisti, guidati dal batterista Steve Bolognese (Into Eternity, Death Dealer), dal bassista Mike LePond (Symphony X) e dal cantante Marc Lopes, che, lo dico chiaro e tondo, è un’approssimazione più che dignitosa della voce originale di Eric Adams. La band ha preparato una scaletta da sogno in cui ha suonato quasi per intero solo materiale dei Manowar dei primi sei album, infilandoci in mezzo anche il pezzo di »By Blood Sworn« Fistful Of Hate, che appartiene al gruppo Ross The Boss. La band ha spezzato le catene. Friedman ha creato il celebre suono crudo, tonante e selvaggiamente «alla Conan», il bestiale e focoso Lopes non è stato fermo un secondo, spinto dal continuo teatro. Sezione ritmica brillante. Non potrebbe essere altrimenti. E il risultato? Meglio dell’originale. Assolutamente! Ross presidente. Porta esattamente quello che manca agli attuali concerti dei Manowar. Il vero cuore. Si sono susseguite (una dopo l’altra): Blood Of The Kings, Death Throne, The Oath, Wheels Of Fire, Thor (The Powerhead), Dark Avenger, Gloves Of Metal, Sign Of The Hammer, Metal DAze, Blood Of My Enemies, Kill With Power, Fighting The World, Battle Hymn, e il concerto l’ha chiuso Hail And Kill. Uno spettacolo che passa in un lampo e uno spettacolo dopo il quale dici con piacere: «Ancora!»
Il festival Bang Your Head!!! 2019 si è così concluso. Qualche nome meno altisonante del solito nelle posizioni da headliner, di nuovo qualche nome ripetitivo di troppo che sono ormai quasi una costante del festival e pochissime esibizioni esclusive, che un tempo erano una costante del festival. Ma così va. I tempi sono sempre più duri e i soldi sempre meno. Quest’anno ha fatto la sua parte anche il maltempo e l’affluenza è stata in effetti più scarsa di quanto ci si potesse aspettare. Comunque sia. La reputazione del festival resta intatta e il Bang Your Head mantiene il titolo di uno dei festival metal europei più importanti e prestigiosi. Così resterà anche in futuro. Per il 2020 il festival ha già confermato il primo pacchetto di band, e cioè: Unleashed, Rage, Heathen, i nostri debitori Hardcore Superstar, Kissin’ Dynamite, Skullfist, Winterstorm, Tankard, Memoriam, Space Chaser e Leatherwolf. Ci vediamo quindi di nuovo l’anno prossimo a Balingen, per la 25ª edizione giubilare del celebre festival Bang Your Head!!!
autore: Aleš Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik
Scaletta AVANTASIA:
1. Ghost in the Moon
2. Book of Shallows
3. The Raven Child
4. Lucifer
5. Alchemy
6. Invincible
7. Reach Out for the Light
8. Maniac
9. Dying for an Angel
10. Lavender
11. The Story Ain’t Over
12. The Scarecrow
13. Twisted Mind
14. Avantasia
15. Let the Storm Descend Upon You
16. Mystery of a Blood Red Rose
17. Shelter from the Rain
18. Lost in Space
—bis—
19. Farewell
20. Sign of the Cross / The Seven Angel











































































































