Battle Scars
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Galahad
Etichetta: Avalon Records
Uscita: 2012
Durata: 56:24
Voto: 5/5
I Galahad sono da anni tra i nomi principali della scena neo prog rock britannica, anche se, nonostante alcuni lavori in studio più che solidi del passato, oggi si ricordano di loro in pochissimi. Rispetto ai rappresentanti più noti del genere (o meglio, del movimento musicale) come i Marillion dell’era Fish, IQ, Pallas, Pendragon e Twelfth Night, si distinguono soprattutto perché sono comparsi sulla scena solo nella seconda metà degli anni Ottanta, perdendo così il ‘primo treno’ della nuova ondata del prog rock, quello che aveva colpito con tutta la sua forza all’inizio degli anni Ottanta, e con lui anche l’occasione di un eventuale successo commerciale. Nei primi anni di carriera facevano da spalla ai gruppi appena citati, finché all’inizio dei Novanta si sono resi conto da soli di non essere affatto peggiori dei vecchi veterani del neo prog e hanno fatto il salto tra i professionisti.
Da sempre i Galahad puntano su melodia, arrangiamenti orchestrali imponenti e interpretazioni vocali dal taglio teatrale. Dall’album »Empires Never Last« (2007) in poi, però, hanno preso gusto anche a un suono sempre più duro, che tra il ruggito furioso dei riff di chitarra e il lavoro instancabile del doppio pedale arriva a tratti a sconfinare in territorio prog metal, e tra i loro compagni di sventura del neo prog quelli che gli stanno ancora più vicini sono forse gli Arena. »Battle Scars« è la loro ultima fatica concettuale, in cui si sono spinti ancora più a fondo in direzione metal, ovvero rock pesante, con la differenza che stavolta assorbono anche più elementi di dance moderna, musica trance e neoclassicismo. Pacifisti convinti e critici sociali, nei testi si sono allontanati parecchio dalle tematiche medievali che dominavano i loro primi lavori, perché ora preferiscono toccare le assurdità e gli orrori delle guerre di oggi. Per la produzione, dopo le buone esperienze con il predecessore »Empires Never Last«, è tornato a occuparsene il chitarrista dei Threshold Karl Groom. Anche grazie a lui, in molti proveranno a trovare su »Battle Scars« certi paralleli stilistici con i Threshold.
La title track è una giostra sonora neo prog rock epica, con arrangiamenti orchestrali generosi in apertura che creano subito una drammaticità tesa. L’atmosfera cupa, vittoriana, cresce d’intensità di secondo in secondo. Il cantante Stuart Nicholson può vantare un timbro particolare che, anche grazie al suo canto teatrale, somiglia forse più di tutti a Peter Nicholls (IQ), il che significa che viene dalla classica scuola vocale ‘gabrieliana’. Nel momento in cui entra un riff di chitarra rovente e si aggiungono gli strati multipli di texture di sintetizzatore, i Galahad dimostrano di non scherzare affatto con la loro visione di band moderna che non teme gli elementi prog metal. La fusione tra il classicismo rustico delle massicce cortine orchestrali e l’eruzione metal fatta di frasi di chitarra incisive e stacchi di batteria crudi, unita a una prova vocale di Nicholson vissuta fino in fondo, è maledettamente efficace.
»Reach for the Sun« è un pezzo ancora più duro, dove riff di chitarra affilati, che non finiscono mai, si fondono più volte completamente con le texture sintetiche delle tastiere e creano un’insolita melodrammaticità. Anche stavolta la voce di Nicholson è la fonte principale della melodia epica e bilancia bene la carica cruda di chitarre e ritmica di questo brano stilisticamente stratificatissimo, dove tra l’altro non mancano strati di campionamenti elettronici. Questi ultimi sono distribuiti sul disco esattamente nei punti giusti, senza mai diventare fastidiosamente dominanti. Il successivo epos sinfonico, »Singularity«, mostra invece lo straordinario senso della band per gli arrangiamenti sottili, grazie a un uso sofisticato del mellotron e a un timido inserimento di campionamenti elettronici. Con l’irruzione di riff di chitarra fragorosi e stacchi di batteria pieni di temperamento, l’atmosfera cresce continuamente d’intensità, mentre Nicholson si conferma ancora una volta maestro della teatralità vocale.
»Bitter and Twister« è un’altra riuscita fusione di raffinatezza classicheggiante, intransigenza metal e futurismo elettronico, che raggiunge il culmine in un ritornello epico. Quest’ultimo è tra i migliori del disco, mentre passaggi di chitarra roventi, sostenuti da possenti rullate di batteria, cortine sinfoniche fitte e briciole elettroniche creano un’atmosfera quanto mai pomposa e malinconica. »Suspended Animation« è un esperimento non meno interessante, che ha almeno tanto a che fare con il prog metal quanto con le tradizionali influenze prog sinfoniche, mentre il suono epico della chitarra viene spesso arricchito da pattern ritmici trance a più strati. L’interpretazione vocale di Nicholson è di nuovo eccellente e fonte principale di una drammaticità tesa. »Beyond The Barbed Wire« ha un’intro tranquilla, finché un riff possente non porta tutto in un tempo accelerato, dove massicci stacchi di batteria, campionamenti elettronici e una voce variabile guidano con efficacia l’atmosfera cupa e malinconica del brano attraverso diverse variazioni ritmiche. L’assolo di sintetizzatore finale insaporisce ulteriormente l’atmosfera stratificata.
L’epico magnum opus »Seize The Day«, dove regna un ritornello maestoso che ipnotizza l’ascoltatore in un attimo con la sua intensità, mettendo a confronto tutti i pezzi di »Battle Scars« si potrebbe definire il migliore del disco. L’arrangiamento d’apertura classicheggiante al piano, che insieme a una voce quasi sussurrata costruisce l’inizio pacato di questa composizione eccellente, è solo il preludio al dramma che segue. All’improvviso l’iniziativa passa ai campionamenti elettronici, che creano un possente motivo trance, poi insaporito da un riff di chitarra metal e dal martellare del doppio pedale sulla batteria. Nicholson brilla ancora una volta con un’interpretazione vocale di prima classe, che tocca l’apice nel ritornello epico. Nel mezzo, più volte e in modo intelligente, passano a sfumature ritmiche più calme, dove non mancano variazioni interessanti di basso e sintetizzatori. Senza dubbio uno dei migliori risultati della loro carriera finora. In chiusura, come bonus track, c’è una versione riregistrata della classica epica da 14 minuti »Sleepers«, che in origine viene dall’omonimo album del 1995 e nel nuovo vestito suona decisamente più ‘metallizzata’ grazie a riff di chitarra brutali e marce di batteria sfacciate, ma anche molto più intensa nel tessere un’atmosfera stratificata con numerosi cambi di tempo inattesi.
Con »Battle Scars«, che di sicuro gli porterà anche qualche nuovo fan tra gli appassionati di prog metal dai gusti musicali più ampi, i Galahad hanno sfornato il loro lavoro in studio più maturo finora e hanno dimostrato che anche dentro il neo prog, oggi spesso un termine dispregiativo per quelle band prog rock rimaste ferme nella loro evoluzione artistica e sempre fedeli agli stessi identici schemi sonori ripetitivi da ‘vecchia scuola’, si può ancora spremere parecchio di fresco. Per ottobre 2012 è già previsto il prossimo album in studio di questo collettivo neo prog rock di culto del Dorset, che si intitolerà »Beyond the Gates of Euphoria«, ennesima prova evidente che negli ultimi anni sono in forma smagliante. Anche questo album conterrà le linee di basso di Neil Pepper, morto a settembre 2011 dopo aver perso la lunga battaglia contro il cancro. La recensione di questo album è dedicata alla sua memoria.
Formazione
Stuart Nicholson – voce
Roy Keyworth – chitarra
Neil Pepper – basso, chitarra e tastiere
Dean Baker – tastiere
Spencer Luckman- batteria
Produzione
Karl Groom
Tracklist
1. Battle Scars (7.04)
2. Reach For The Sun (3.54)
3. Singularity (7.32)
4. Bitter And Twisted (6.58)
5. Suspended Animation (4.05)
6. Beyond The Barbed Wire (5.30)
7. Seize The Day (8.34)
8. Sleepers 2012 (14.07) (CD Version Bonus)