Deep Purple: Burn

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Etichetta: EMI Records
Data di uscita: 15. 2. 1974
Produttore: Deep Purple
Durata dell’album: 41.37 min
Genere: Hard Rock / Heavy Rock
Voto: 10/10


I leggendari titani dell’hard rock inglese Deep Purple, con il loro ottavo album in studio »Burn«, si sono rialzati come la mitologica fenice dalle ceneri lasciate dalla formazione Mark II, tornando in una veste rinnovata con uno dei migliori lavori della loro lunga e variopinta carriera. »Burn« segnò la nascita della cosiddetta versione Mark III della band, che comprendeva l’allora praticamente sconosciuto cantante David Coverdale (ex-The Government) e il cantante/bassista Glenn Hughes, che prima si era guadagnato più che dignitosamente da vivere con i pionieri del funk rock Trapeze. Mentre Hughes, inizialmente pensato come bassista e voce principale (dopo l’addio di Ian Gillan e Roger Glover i Deep Purple pensavano di proseguire come quartetto), era sul loro radar ancora prima di diventare membro ufficiale, Coverdale arrivò nel gruppo dopo che il virtuoso della chitarra Ritchie Blackmore, furbo come una volpe, aveva espresso il desiderio di avere un secondo cantante con una forte componente blues.

Coverdale, che nei suoi primi giorni coi Deep Purple aveva un’immagine disastrosa (non solo era cicciottello, pieno di brufoli e mezzo cieco, ma anche privo di qualsiasi senso della moda), portò su »Burn« un approccio vocale spiccatamente maschio e condito di erotismo, mentre Hughes, drogato di funk (e più tardi anche di cocaina) e a volte soprannominato il Stevie Wonder bianco, era una vera perla vocale poliedrica, con una voce che già allora scavalcava qualsiasi confine di genere. I loro due stili vocali, specifici e chiaramente distinti, si fondevano alla grande nel cantare i singoli versi di »Burn” e si incastravano alla perfezione nello stile mutato della band, che all’improvviso aveva iniziato ad assorbire molti più elementi blues, boogie, soul e funk. Hughes era un sostenitore particolarmente appassionato del sound più funkeggiante, mentre Blackmore era molto più attratto da una dose maggiore di sottigliezza blues e malinconia, e la raffinatezza funk gli dava sempre più sui nervi. Presto su questo asse cominciarono i primi conflitti sulla direzione sonora futura, che su »Burn« era però ancora ben bilanciata e non scivolava in nessun estremismo stilistico.

Allo stesso tempo »Burn«, con idee compositive strutturalmente molto più complesse e innovative, in certi punti quasi progressive, rispetto al relativamente pallido predecessore »Who Do We Think We Are« (1973), tornava a toccare gli standard sonori travolgenti dei classici »In Rock« (1970) e »Machine Head« (1972). Con la sua natura indomita e cruda, con l’energia speziata di erotismo che trasuda da entrambe le voci principali e soprattutto con un’atmosfera sanguigna che non cala mai lungo tutto l’album, poco dopo l’uscita si è guadagnato a lettere d’oro un posto nel cuore dei fan della band e degli amanti dell’hard rock. Il lunatico ma geniale Blackmore è sbocciato di nuovo su »Burn« con i suoi capolavori chitarristici virtuosi e, insieme al mago delle tastiere Jon Lord, che non mollava di un centimetro nel costruire meandri d’organo melodrammatici, con l’assistenza dell’ineffabile, maledettamente efficace stregone delle pelli Ian Paice, ha contribuito a creare alcuni dei classici più pittoreschi di tutta la carriera dei Deep Purple.

Coverdale, che poco dopo i primi concerti si era liberato dell’acne e del grasso di troppo, si era sistemato la vista con le gocce per gli occhi e aveva imparato con quali vestiti non sembrava uno spaventapasseri, dimostra più che bene la sua autorità vocale già nell’opener, la title track »Burn«, un demolitore hard rock che ancora oggi è uno degli evergreen più amati dell’era Mark III. L’infuocato riff di Blackmore, che con il sostegno dei tamburi rotolanti di Paice butta giù tutto quello che incontra mentre tesse un’atmosfera surriscaldata a tempo serrato, viaggia sulle ali delle armonie vocali doppie tra un Hughes in vena di vendetta e un Coverdale furioso fino al midollo, con quest’ultimo che canta i versi chiave. Il possente ritornello a più voci è l’apice epico, mentre Hughes con il suo soul porta anche un pizzico di raffinatezza dentro questa incarnazione di cataclisma hard rock tecnicamente impeccabile, che in un attimo risucchia l’ascoltatore nel cuore dell’album. L’assolo di chitarra melodioso di Ritchie è un vero balsamo in mezzo alle cannonate di batteria scatenate e alle energiche linee di basso di Hughes, mentre Lord con i suoi fruscianti passaggi d’organo garantisce un’ondeggiare ritmico ricchissimo e potente.

Il classico successivo, »Might Just Take Your Life«, che per cambiare è piazzato su un tempo medio, è un’altra splendida incarnazione della maestria compositiva dell’era Mark III e di un eccezionale senso della sensibilità nel combinare in modo efficace hard rock, blues, soul e funk. La voce di Coverdale, accompagnata da possenti passaggi d’organo e da un riff di chitarra potente, crea subito un’atmosfera impregnata di erotismo, mentre Hughes, sostenuto da sfumature ritmiche d’ispirazione funk, si unisce a lui nel cantare l’epico ritornello. La magia d’atmosfera tra i due campioni vocali è semplicemente incredibile, e va detto che Hughes, che stavolta porta col suo approccio vocale anche una bella dose di soul, non era solo un cantante fenomenale, ma anche un bassista tecnicamente raffinato con un orecchio straordinario per la melodia. Jon Lord nel finale conquista con un assolo d’organo struggente, mentre le armonie vocali conclusive portano questo splendido pezzo, uscito anche come singolo, in pieno territorio soul.

Il capolavoro hard rock »Lay Down, Stay Down« è condito da un riff di chitarra infuriato, un tempo accelerato e un’interazione vocale tra Coverdale e Hughes furiosa fino in fondo, che regala un’atmosfera generale straordinariamente dinamica. Il testo è speziato di fantasia erotica, cosa che già allora calzava a pennello a Coverdale e che più tardi avrebbe segnato tutta la sua carriera, mentre Hughes, eterno edonista sfrenato, era comunque già nato per questo tipo di sfoghi lirici. Il complesso assolo di chitarra di Ritchie nella parte centrale è una vera prelibatezza, mentre le sfumature ritmiche potenti garantiscono per tutto il tempo un forte battito blues.

Anche l’evergreen romantico »Sail Away« è uno dei migliori risultati dell’incarnazione Mark III dei Deep Purple, dove i due cantanti principali, con una prova vocale emotiva e vissuta fino in fondo, gareggiano letteralmente a chi riesce a evocare l’atmosfera più intensa. L’aura nostalgica è alimentata da un riff di chitarra dai toni funk e da capricci ritmici boogie, che sono un ottimo supporto al sognare inconsolabile di Coverdale e al borbottare furioso di Hughes, con il culmine in un ritornello indimenticabile. I passaggi di chitarra piangenti di Blackmore toccano il massimo della magia d’atmosfera con l’assolo finale.

Sul pezzo di stampo funk »You Fool No One« il ritmo saltellante e tiratissimo è guidato da frasi di chitarra scherzose e campanacci, mentre tra le possenti armonie vocali si ripete uno scambio appassionato al posto di cantante principale. Blackmore si scatena di nuovo con un assolo di chitarra voluttuoso, mentre Paice con i suoi potenti passaggi di batteria mantiene viva la natura energica di questo splendido pezzo. »What’s Going On Here«, dove si naviga in acque un po’ più blues, è segnata da una frase di chitarra sanguigna, da un pianoforte ‘da bar’ e dall’alternarsi armonioso delle voci tra Coverdale e Hugheos. Mentre Hughes col suo canto di base soul e funk porta una raffinata impertinenza, l’approccio vocale di Coverdale è di nuovo la fotocopia della passione indomita. L’assolo di piano levigato di Lord porta nell’atmosfera dirompente anche un po’ di glamour, che sta benissimo con gli sfoghi vocali dei due noti edonisti, anche se va aggiunto che Coverdale, rispetto a Hughes, era allora ancora un vero pivellino e dilettante in fatto di (stereo)tipico godimento dei frutti della vita da rockstar (sesso, droga e rock’n’roll), ma l’allievo, soprattutto in fatto di ‘sesso’, superò presto il maestro.

L’immortale epopea blues rock »Mistreated« è il magnum opus di tutto l’album e anche della versione Mark III dei Deep Purple. Nonostante l’apparentemente semplice struttura blues iniziale, si capisce presto che si tratta di una creazione molto più complessa, con numerose tendenze progressive. Blackmore avrebbe creato questo indimenticabile evergreen già ai tempi della formazione Mark II, ma lo tenne da parte per il periodo dopo l’addio del suo ‘migliore amico’ Ian Gillan. Qui Coverdale prende in mano del tutto l’iniziativa vocale, ed è giusto così, perché questo racconto di un cuore spezzato, che con la sua magia d’atmosfera eccezionale ancora oggi non smette di entusiasmare, sembrava fatto apposta per la sua voce marcatamente virile e straziante.

La prova vocale di David, estremamente impegnativa, che conquista soprattutto per la sua insolita intensità emotiva sincera, viaggia sulle ali malinconiche dell’inconsolabile frase di chitarra di Blackmore, mentre la coppia ritmica Paice-Hughes costruisce sfumature ritmiche pacate ma complesse. Ritchie in seguito sfodera uno dei migliori assoli di tutta la sua carriera, che dà un’idea chiara di come le sue opere chitarristiche, prima dell’addio ai Deep Purple e dell’inizio di una nuova storia chiamata Rainbow, stessero diventando sempre più struggentemente malinconiche. Coverdale nel finale si strappa il cuore ferito fino in fondo, mentre con le voci multiple ‘alla Heep’ e un altro fenomenale assolo di chitarra per il gran finale si crea un’atmosfera epica che ancora oggi ti fa venire i brividi lungo la schiena.

Lo strumentale progressive rock »A’ 200« è di gran lunga l’esperimento più strano di tutto l’album, perché è completamente diverso da tutte le composizioni che lo precedono e rappresenta il primo strumentale dei Deep Purple dalla fine dell’era Mark I. Qui arriva il grande momento da ‘star’ di Lord, perché il leggendario tastierista stavolta prende in mano l’iniziativa strumentale e, sostenuto da possenti passaggi di chitarra e da una marcia di batteria battagliera, sperimenta a tutto campo con il sintetizzatore moog modular. Neanche stavolta manca un altro assolo di chitarra gustosissimo di Ritchie, ma la fonte principale dell’atmosfera estremamente pomposa e melodrammatica è la brillante prova di Lord sul moog modular, che per un attimo ricorda analoghe manovre strumentali dei leggendari Emerson, Lake & Palmer.

La ristampa in CD di »Burn«, uscita per il 30° anniversario dell’album, contiene alcune golosità bonus interessanti. Oltre alle versioni alternative dei classici della parte regolare dell’album, c’è anche un capolavoro prog rock ‘dimenticato’, dai toni strumentali, con uno strano titolo, »Coronarias Redig«, che suona come se i Deep Purple avessero avuto un figlio con gli Uriah Heep (le armonie melodrammatiche create al sintetizzatore nel ritornello) e gli ELP (le brillanti trame sul moog modular). Gli sfoghi chitarristici melodrammatici di Blackmore tirano già parecchio verso le sue opere successive coi Rainbow, visto che il motivo principale lo avrebbe poi usato nell’indimenticabile classico »Catch the Rainbow«. Questa prelibatezza strumentale è un bell’esempio di come la classica jam strumentale dei Deep Purple sia cresciuta fino a diventare una composizione concreta, interessantissima, con capo e coda e un cuore melodrammatico, che per qualità è del tutto alla pari con il materiale ‘regolare’ di »Burn«.

»Burn« è stato il magnum opus della neonata formazione Mark III, che già ai primi dolori del parto bruciava di una luce incredibile, decisa a mostrare al mondo il volto rivitalizzato dei leggendari campioni inglesi dell’hard rock. Per i Deep Purple rinati fu un enorme successo artistico e commerciale, arrivato nel momento in cui ce n’era più bisogno e che gli diede nuova spinta nel creare lavori in studio complessi, eccitanti e innovativi. L’incredibile talento vocale dei due nuovi cantanti principali ha garantito una transizione sonora di grande successo e la realizzazione della visione sonora di Blackmore, tinta di blues, che però, contro i suoi piani, i flussi funk di Hughes cominciarono presto a erodere. Il lunatico uomo in nero, con l’infusione di funk sempre più grande, in qualche modo strinse i denti per il suo ultimo ballo in studio con la formazione Mark III, che finì non appena la dose di quel genere indesiderato diventò troppo grande per le sue orecchie.

Autore: Peter Podbrežnik

Tracklist:
1. Burn (6:00)
2. Might Just Take Your Life (4:36)
3. Lay Down, Stay Down (4:15)
4. Sail Away (5:48)
5. You Fool No One (4:47)
6. What’s Goin’ On Here (4:55)
7. Mistreated (7:25)
8. “A” 200 (3:51)

Formazione:
David Coverdale – voce
Glenn Hughes – voce, basso
Jon Lord – tastiere, organo Hammond
Ritchie Blackmore – chitarra
Ian Paice – batteria


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