Burn

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Deep Purple
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1974
Durata: 41:37
Voto: 5/5

I leggendari titani dell’hard rock inglese Deep Purple, con il loro ottavo album in studio »Burn«, sono risorti come la mitologica fenice dalle ceneri del rogo della formazione Mark II, tornando in versione rinnovata con uno dei risultati migliori della loro lunga e variopinta carriera. »Burn« ha segnato la nascita della cosiddetta Mark III della band, con l’allora praticamente sconosciuto cantante David Coverdale (ex-The Government) e il cantante/bassista Glenn Hughes, che fino a quel momento si era guadagnato la pagnotta con i pionieri del funk rock Trapeze. Hughes, pensato in origine come bassista e voce principale (dopo l’addio di Ian Gillan e Roger Glover i Deep Purple volevano andare avanti in quattro), era già finito sul loro radar prima ancora di diventare membro ufficiale; Coverdale invece è entrato nel gruppo quando Ritchie Blackmore, virtuoso della chitarra furbo come una volpe e con tutte le astuzie del mestiere, ha deciso di volere un cantante in più con una spiccata vena blues.

Coverdale, che nei primi tempi con i Deep Purple aveva un’immagine disastrosa (ciccione, pieno di brufoli, mezzo cieco e senza alcun senso della moda), ha portato su »Burn« un approccio vocale marcatamente macho e condito di erotismo, mentre Hughes, fissato col funk (e più tardi anche con la coca) e ribattezzato ogni tanto lo Stevie Wonder bianco, era un vero gioiello vocale a tutto tondo, con una voce che già allora faceva saltare ogni confine di genere. I loro due stili, personali e ben distinti, si fondevano alla grande nei singoli versi di »Burn« e s’incastravano alla perfezione nel nuovo corso del gruppo, che di colpo cominciava ad assorbire molti più elementi blues, boogie, soul e funk. Hughes era un sostenitore particolarmente appassionato del sound più funky, mentre Blackmore era molto più attratto da una buona dose di sottigliezza blues e malinconia, e la raffinatezza funk gli dava sempre più sui nervi. Presto su questo asse sono iniziati i primi scontri sulla direzione sonora futura, che però su »Burn« era ancora ben bilanciata e non scivolava in nessun estremismo stilistico.

Allo stesso tempo, grazie a idee compositive strutturalmente molto più complesse e innovative, in certi punti quasi progressive, rispetto al predecessore relativamente scialbo »Who Do We Think We Are« (1973), »Burn« è tornato a toccare gli standard sonori da urto dei classici »In Rock« (1970) e »Machine Head« (1972). Con la sua natura selvaggia e cruda, con l’energia piccante che sprizza da entrambe le voci soliste e soprattutto con un’atmosfera infuocata che non cala mai per tutto il disco, poco dopo l’uscita si è guadagnato un posto a lettere d’oro nel cuore dei fan della band e degli amanti dell’hard rock. Il lunatico ma geniale Blackmore su »Burn« è sbocciato di nuovo con i suoi virtuosismi chitarristici, e ha contribuito a creare alcuni dei classici più pittoreschi dell’intera carriera dei Deep Purple insieme al mago delle tastiere Jon Lord, che non ha mollato un attimo nel costruire i suoi meandri d’organo melodrammatici, e con l’assistenza dell’immancabile, maledettamente efficace stregone della batteria Ian Paice.

Coverdale, che poco dopo i primi concerti si era liberato di brufoli e chili di troppo, si era sistemato la vista con le gocce per gli occhi e aveva imparato in quali vestiti non sembra uno spaventapasseri, dimostra la sua autorità vocale più che bene già nell’apertura, la title track »Burn«, un hard rock travolgente che ancora oggi è uno degli evergreen più amati della Mark III. Il riff di chitarra infuocato di Blackmore, che sostenuto dai tamburi rotolanti di Paice spazza via tutto mentre tesse un’atmosfera accesa fino al limite e lanciata a tempo di record, viaggia sulle ali di armonie vocali doppie tra un Hughes vendicativo e un Coverdale furioso fino al midollo, con quest’ultimo a cantare i versi chiave. Il possente ritornello a più voci è l’apice epico, mentre Hughes con il suo soul porta anche un pizzico di raffinatezza dentro questa incarnazione tecnicamente perfetta del cataclisma hard rock, che risucchia l’ascoltatore in un attimo nel cuore del disco. L’assolo melodioso di Ritchie è un vero balsamo in mezzo alle cannonate di batteria e alle energiche linee di basso di Hughes, mentre Lord con i suoi passaggi d’organo frusciante garantisce un’onda ritmica ricchissima e potente.

Il classico successivo, »Might Just Take Your Life«, che per cambiare è su un tempo medio, è un’altra splendida incarnazione della maestria compositiva della Mark III e del suo straordinario senso della sensibilità nel fondere hard rock, blues, soul e funk. La voce di Coverdale, accompagnata da possenti passaggi d’organo e da un riff di chitarra potente, crea subito un’atmosfera impregnata di erotismo, mentre Hughes, sostenuto da sfumature ritmiche di stampo funk, lo raggiunge nel cantare il ritornello epico. La magia d’atmosfera tra i due campioni del microfono è semplicemente incredibile, e va detto che Hughes, che stavolta con il suo approccio vocale porta anche una bella dose di soul, non era solo un cantante fenomenale, ma anche un bassista tecnicamente raffinato con un orecchio eccezionale per la melodia. Jon Lord nel finale entusiasma con un assolo d’organo struggente, mentre le armonie vocali conclusive spostano del tutto questo splendido standard, uscito anche come singolo, in acque soul.

Il capolavoro hard rock »Lay Down, Stay Down« è condito con un riff di chitarra rabbioso, un tempo accelerato e un’interazione vocale furiosa fino all’osso tra Coverdale e Hughes, che garantisce un’atmosfera complessiva dinamicissima. Il testo è insaporito da una fantasia erotica, che già allora calzava a pennello a Coverdale e avrebbe segnato tutta la sua carriera, mentre l’eterno edonista sregolato Hughes era comunque nato per sfoghi lirici di questo tipo. Il complesso assolo di chitarra di Ritchie a metà brano è una vera leccornia, mentre le potenti sfumature ritmiche tengono sempre vivo un forte battito blues.

L’evergreen romantico »Sail Away« è un altro dei risultati migliori della Mark III dei Deep Purple, dove i due cantanti principali, con un’interpretazione vocale emotiva e vissuta fino in fondo, fanno letteralmente a gara a chi riesce a evocare l’atmosfera più intensa. L’aura nostalgica è alimentata da un riff di chitarra dal sapore funk e da capricci ritmici boogie, che formano un ottimo sostegno al sognare inconsolabile di Coverdale e alle suppliche rabbiose di Hughes, con il culmine in un ritornello indimenticabile. I passaggi piangenti di chitarra di Blackmore raggiungono il vertice della magia d’atmosfera con l’assolo finale.

Su »You Fool No One«, standard dal colore funk, il ritmo saltellante e carico a mille è guidato da frasi di chitarra birichine e campanacci, mentre tra le possenti armonie vocali si rinnova lo scambio appassionato nel ruolo di voce solista. Blackmore si scatena di nuovo con un assolo di chitarra sensuale, mentre Paice con potenti passaggi di batteria mantiene la natura energica di questo splendido pezzo. »What’s Going On Here«, dove si naviga in acque un po’ più blues, è segnata da una frase di chitarra temperamentale, un pianoforte da bar e uno scambio vocale armonico tra Coverdale e Hughes. Mentre Hughes con il suo canto su base soul e funk porta una raffinata impertinenza, l’approccio vocale di Coverdale è ancora una volta il ritratto sputato della passione indomabile. L’assolo di pianoforte levigato di Lord aggiunge all’atmosfera dominante e martellante anche una dose di glamour, che si sposa bene con gli sfoghi vocali dei due famigerati edonisti, anche se va aggiunto che rispetto a Hughes, Coverdale era allora ancora un pivello e un dilettante in fatto di (stereo)tipico godersi i frutti dello star system rock’n’roll (sesso, droga e rock’n’roll), ma l’allievo, soprattutto alla voce ‘sesso’, ha presto superato il maestro.

L’immortale epopea blues rock »Mistreated« è il magnum opus dell’intero album e anche della versione Mark III dei Deep Purple. Nonostante l’apparente semplicità della struttura blues iniziale, si capisce presto che è una creatura molto più complessa, con numerose tendenze progressive. Blackmore avrebbe creato questo evergreen indimenticabile già ai tempi della Mark II, ma l’ha tenuto da parte per dopo l’addio del suo ‘migliore amico’ Ian Gillan. Qui Coverdale prende in mano del tutto l’iniziativa vocale, ed è giusto così, perché questo racconto di un cuore spezzato, che con la sua straordinaria magia d’atmosfera ancora oggi non smette di entusiasmare, sembrava fatto apposta per la sua voce marcatamente macho e dilania-cuore.

L’interpretazione vocale di David, difficilissima, che entusiasma soprattutto per un’intensità emotiva insolitamente sincera, viaggia sulle ali malinconiche dell’inconsolabile frase di chitarra di Blackmore, mentre la coppia ritmica Paice-Hughes costruisce sfumature ritmiche pacate ma complesse. Ritchie poi tira fuori uno dei migliori assoli di tutta la sua carriera, che fa capire chiaramente come le sue opere chitarristiche, prima dell’addio ai Deep Purple e dell’inizio di una nuova storia chiamata Rainbow, diventassero sempre più struggentemente malinconiche. Nel finale Coverdale straccia fino in fondo il suo cuore ferito, mentre con le armonie ‘alla Heep’ e un’altra fenomenale chitarra solista si crea per il gran finale un’atmosfera epica che ancora oggi ti fa correre i brividi lungo il corpo.

Lo strumentale progressive rock »A’ 200« è di gran lunga l’esperimento più insolito di tutto l’album, perché è completamente diverso da tutte le composizioni che lo precedono e rappresenta il primo strumentale dei Deep Purple dopo la fine dell’era Mark I. Qui arriva il grande momento da ‘star’ di Lord, perché il leggendario tastierista stavolta prende in mano l’iniziativa strumentale e, sostenuto da possenti passaggi di chitarra e da una marcia di batteria battagliera, sperimenta a tutto spiano con il sintetizzatore moog modular. Anche stavolta non manca un altro assolo di chitarra gastronomico di Ritchie, ma la fonte principale dell’atmosfera pomposa e melodrammatica è la brillante prestazione di Lord sul moog modular, che per un attimo ricorda analoghe manovre strumentali dei leggendari Emerson, Lake & Palmer.

La ristampa in CD di »Burn«, uscita per il trentennale dell’album, contiene alcune interessanti chicche bonus. Oltre alle versioni alternative dei classici della parte regolare del disco, c’è anche un capolavoro prog rock ‘dimenticato’ dal taglio strumentale e dal titolo insolito, »Coronarias Redig«, che suona come se i Deep Purple avessero fatto un figlio con gli Uriah Heep (armonie melodrammatiche create al sintetizzatore nel ritornello) e gli ELP (trame brillanti sul moog modular). Gli sfoghi chitarristici melodrammatici di Blackmore strizzano già parecchio l’occhio alle sue opere successive con i Rainbow, visto che il motivo principale l’avrebbe poi riutilizzato nell’indimenticabile classico »Catch the Rainbow«. Questa leccornia strumentale è un bell’esempio di come la classica jam strumentale dei Deep Purple sia cresciuta fino a diventare una composizione concreta, interessantissima, con capo e coda e un cuore melodrammatico, di qualità del tutto pari al materiale ‘regolare’ di »Burn«.

»Burn« è stato il magnum opus della neonata formazione Mark III, che già ai primi dolori del parto bruciava di un fuoco incredibile, decisa a mostrare al mondo il volto rinnovato dei leggendari campioni dell’hard rock inglese. Per i Deep Purple rinati è stato un grande successo artistico e commerciale, arrivato nel momento di maggior bisogno, che ha dato loro nuova spinta nel creare lavori in studio sonoramente complessi, entusiasmanti e innovativi. L’incredibile talento dei due nuovi cantanti principali ha garantito una transizione sonora riuscitissima e la realizzazione della visione sonora di Blackmore, tinta con una mano di blues, che però, contro i suoi piani, è stata presto erosa dalle influenze funk di Hughes. Il lunatico uomo in nero, con una dose sempre più alta di funk, ha in qualche modo stretto i denti per il suo ultimo ballo in studio con la Mark III, che si è concluso non appena la dose di quel genere sgradito alle sue orecchie è diventata eccessiva.

Formazione

David Coverdale – voce
Ritchie Blackmore – chitarra
Glenn Hughes – voce, basso
Jon Lord – tastiere
Ian Paice – batteria

Produzione

Deep Purple

Tracklist

1. Burn (6:00)
2. Might Just Take Your Life (4:36)
3. Lay Down, Stay Down (4:15)
4. Sail Away (5:48)
5. You Fool No One (4:47)
6. What’s Goin’ On Here (4:55)
7. Mistreated (7:25)
8. “A” 200 (3:51)

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