Big Foot Mama: fuori dal labirinto del buio, di nuovo sulla strada del rock’n’roll

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Autore: Sandi Sadar Šoba

Luogo: Popi's Pub, Lubiana, Slovenia
Data dell’intervista: 23.05.2013

Se pensi alla scena rock slovena, faticheresti a immaginarla senza i Big Foot Mama, la band che da quasi ventitré anni detta la linea della produzione musicale di casa nostra con una ribellione tutta sua e, allo stesso tempo, con un sound che le radio digeriscono senza problemi. I media ne hanno scritte di ogni fino a oggi – dall’incensarli come stelle allo scandalizzarsi per provocazione ed esplicitezza, fino a ridurre il rock’n’roll a puro terreno di sesso e droga, mentre della musica in molti si sono dimenticati bellamente. Così, dopo il trionfo di Lubiana ai Križanke, mi sono deciso a sedermi a tavola con Alen Steržaj e a provare a diradare almeno un po’ questa nebbia di equivoci. Credici o no, fino a pochi anni fa faticavo a immaginare che questo quintetto lubianese potesse toccarmi in qualche modo; col tempo, però, ho assorbito il loro substrato spirituale, le parole, i ritornelli che ti si appiccicano addosso e, senza accorgermene, sono caduto sotto l’incantesimo della mamma dai piedoni, che alla fine mi si è piantata fatalmente nel cuore, e con il quinto concerto nell’auditorium accanto al centro storico di Lubiana, Pet ta hudih, ha incoronato il tutto prendendosi anche il mio scalpo. Quasi puntuale all’ora stabilita, al Popi’s Pub, l’ex Vinomer, proprio di fronte alla vecchia casa dell’Olimpija, entra il bassista dai capelli lunghi. Nei Big Foot Mama c’è praticamente fin dall’inizio, dal 1991, e il suo segno inconfondibile l’ha lasciato su tutti e sette i dischi in studio. L’album uscito l’anno scorso, Izhod, dimostra che, dopo alti e bassi, i ragazzi sono di nuovo sui binari giusti. Gli esperimenti elettro-pop hanno lasciato di nuovo il posto a chitarre più crude e a un suono primordiale un filo più sporco, alla blues, e proprio su questo percorso evolutivo di sopravvivenza volevo saperne un po’ di più. Il posto è quello giusto: nei sotterranei dell’osteria, in uno studio di registrazione curatissimo, insieme al talentuoso fonico Drago Popovič e al mago della produzione Dejan Radičević, i ragazzi hanno registrato una bella fetta delle chitarre e delle voci del loro eccezionale quinto disco 5ing, con cui questo istinto di sopravvivenza si è rivelato dannatamente forte e potente, penso, e dopo una cordiale stretta di mano ci sediamo al tavolo. Niente zone off-limits, niente restrizioni. Tutti i confini e le barriere sono caduti. Si può cominciare ad andare a fondo, dopo che alla terza volta abbiamo finalmente scacciato i malefici e il folletto della tecnica …

Rockline: Prima di tutto vorrei sottolineare che mi fa un enorme piacere che, nonostante tutto il lavoro che hai, tu abbia trovato il tempo per me. Vorrei farvi sinceramente i complimenti per la terza conquista in solitaria dei Križanke, che meno di una settimana fa scoppiavano da tutte le cuciture.

Alen Steržaj: Grazie.

Rockline: Che effetto fa, dopo la quinta volta sul palco dei Križanke e il terzo concerto da soli in questo luogo magico di Lubiana, indossare di nuovo lo scalpo di un anfiteatro completamente sold out?

Alen: Suonare ai Križanke è sempre una cosa grandiosa, perché è un posto cult che non ammette mezze misure e non ammette ripetizioni, quindi per i Križanke abbiamo sempre un rispetto enorme. È vero, però, che quando sali sul palco per la quinta volta sei già un po’ più rilassato, il pubblico sa già cosa è venuto a cercare – una festa rock’n’roll, che è quello che si aspetta da noi, e noi cerchiamo di dargliela nel miglior modo possibile. Perché è così che la sentiamo anche noi, e credo che sia quello che sappiamo fare meglio.

Rockline: Questa volta lo spettacolo è stato diverso da quello che abbiamo visto da voi in passato, perché al concerto avete messo in scena una vostra versione di Slovenija ima talent.  Avete presentato cinque musicisti diversi, arrivati da ogni parte. Per lo più musicisti non ancora sulla scena, che questa volta hanno potuto presentarsi davanti a dei Križanke sold out e salire sul palco insieme a voi. Raccontaci come è andata la preselezione, o meglio, come è nata l’idea di Pet ta hudih?

Alen: Su internet avevamo visto un sacco di video in cui i nostri fan suonano chitarra, batteria, basso o cantano i nostri pezzi. Ci sembrava una cosa divertentissima, e quando vedi quanto la tua musica significa davvero per i giovani e che ci crescono dentro, ti senti lusingato. Di solito ai Križanke e ai grandi concerti si invitano cantanti e cantanti slovene famose e affermate, che ti aiutano a riempire il locale, mentre noi stavolta abbiamo deciso di fare le cose in modo un po’ diverso. Ci sembrava una sfida dare l’occasione ai giovani talenti che un palco così grande non l’avevano ancora mai provato. Abbiamo pubblicato un concorso, a cui si sono iscritte 125 persone con registrazioni dei nostri pezzi – dai primi agli ultimi. Tantissimi erano pezzi degli ultimi tre dischi. Poi abbiamo fatto la selezione, ci siamo guardati i video con birra e patatine, ci siamo divertiti e ci siamo accorti che tra tutta quella gente ce n’erano davvero un sacco di bravi, e quindi è stato difficile decidere chi mettere in finale e chi far vincere, ma per qualcuno bisognava pur decidere, e a decidere sono state differenze minime. Magari, se avessimo scelto un altro giorno, avremmo scelto con ogni probabilità anche un’altra formazione, perché nel rock’n’roll tutto dipende dal feeling e dall’ispirazione del momento e non c’è spazio per i calcoli. Ci tengo però a sottolineare che, quando dici che è stata la nostra versione di Slovenija ima talent, non era un reality show, perché quelli promettono latte e miele, gloria e successo che poi non arrivano, mentre noi siamo stati realisti e abbiamo dato loro esattamente quello che avevamo promesso – un’esibizione davanti a dei Križanke pieni, e così è stato.

Rockline: Visto che hai parlato di preselezione – una cosa è guardare i video che la gente ti manda, un’altra è quando sono arrivati alle semifinali e sono venuti a provare con voi. Avete passato due settimane a mettere alla prova i ragazzi in sala prove o c’è stato più tempo?

Alen: No. Per due settimane abbiamo raccolto i video, poi in due giorni abbiamo scelto quindici finalisti – tre per ogni categoria (le due chitarre, basso, batteria e voce) – ci siamo trovati con loro in sala prove e con ognuno abbiamo suonato il pezzo con cui si era iscritto, per sentire un po’ l’interazione, perché il feeling dal vivo è una cosa speciale e a sé. Abbiamo passato un po’ di tempo insieme per vedere come si inseriscono nella band e nel gruppo. Tutti questi fattori sono importanti, non solo la preparazione tecnica e il suonare. Non conta solo copiare un pezzo nota per nota, conta  il tocco personale, quello che porti tu, che aggiungi al valore comune – questa è l’essenza del rock’n’roll. È stato divertente, perché sono dei ragazzini tra i 16 e i 23 anni che ti si avvicinano con un rispetto reverenziale, perché per loro significa qualcosa, e hanno un’ansia da prestazione tale che vedi come la superano pian piano. Ogni minima cosa è stata un fattore per la scelta, poi abbiamo messo insieme le teste, abbiamo fatto di nuovo il conclave, come lo chiamiamo noi, e alla fine abbiamo stabilito quelli che ci sembravano i più adatti a salire sul palco con noi.

Rockline: Il rispetto reverenziale dei »comuni mortali« è del tutto comprensibile dopo 23 anni di vostra fatica, perché in questo tempo vi siete costruiti un seguito fortissimo e la gente vi mette tra le leggende del rock’n’roll sloveno. Ripercorriamo questi 23 anni un po’ a ritroso, dagli ultimi momenti ai primi – la ciliegina sulla torta in studio è il disco Izhod. Con questo non solo siete tornati sotto l’ala della produzione di Žare Pak, ma avete partorito un album che è uno dei più decisivi della vostra storia. Come vivi tu questi 23 anni e questo atto di incoronazione con il disco Izhod?

Alen: Noi viviamo l’evoluzione dei Big Foot Mama come un continuum in cui abbiamo messo tanto lavoro, tanto piacere e tanti sacrifici. Questi 23 anni li vedo come una specie di road movie, un viaggio in un paesaggio meraviglioso, dove ci sono sia salite che discese, colline e valli, il che in un road trip è assolutamente normale.

Rockline: Quindi con il disco Izhod siete usciti definitivamente da quel buio che vi tirava indietro nel suo campo gravitazionale negativo, di nuovo verso la luce? Con l’album avete davvero vissuto la vostra rinascita definitiva, il vostro rinascimento, e avete finalmente varcato la soglia di un futuro migliore e più sicuro?

Alen: Izhod lo vediamo come la fotografia dei Big Foot Mama nel 2013, o meglio nel 2012, quando il disco è uscito. Ogni disco è un documento, una testimonianza della mentalità che in un certo momento avevamo. Questo disco lo vediamo come il nostro più maturo e più curato, forse è la prima volta che siamo pienamente soddisfatti di un prodotto. Anche se per ogni disco abbiamo sostenuto più o meno la stessa cosa …

Rockline: Però avete raggiunto il culmine della simbiosi, perché Zoki (il chitarrista Zoran Čalić, n.d.r.) si è fuso del tutto con la formazione. Ha contribuito anche alla scrittura o sono tutti pezzi tuoi?

Alen: Per lo più sono creazioni solo mie, il che non significa che non lo lasciassimo contribuire con del materiale. Ogni membro era il benvenuto se voleva portare un suo pezzo, se ha delle idee e se in sala prove funzionano, ma io ho portato il maggior numero di brani, che sono piaciuti a tutti, così li abbiamo scelti per la lavorazione in studio, e il materiale è piaciuto anche al produttore Žare Pak. Per noi la sfida era soprattutto come migliorare tutto quello che avevamo fatto fino ad allora, e in questo Žare ci ha aiutato moltissimo.

Rockline: Come mai su questo album avete deciso di tornare da Žare? In fondo gli inizi, il vostro primo demo, sono stati registrati proprio da lui, allo Studio Kif-Kif, con lui avete registrato i primi quattro dischi, poi c’è stata la deviazione e allora è subentrato Daisy (il produttore Dejan Radičević, n.d.r.). Come mai il naturale proseguimento è stato il ritorno sotto la bacchetta della persona con cui era iniziato il vostro percorso in studio?

Alen: Con Žare abbiamo registrato i nostri primi quattro dischi e siamo cresciuti insieme, la differenza tra il primo e il quarto disco è enorme, i Big Foot Mama hanno vissuto una loro evoluzione, finché siamo arrivati a un punto in cui la situazione nella band era tale che forse ci eravamo un po’ stufati del rock’n’roll fatto di riff e abbiamo deciso di scoprire nuove direzioni, ci siamo rifugiati in momenti un po’ più pop, nella disco, nell’opera, nell’elettronica, nei loop … All’epoca era più un’idea di Žare e di Gušti. Gli altri, allora, erano molto scettici, poi la cosa non ha funzionato e siamo arrivati al punto in cui dovevamo separarci un po’. Poi c’è stata una pausa, Gušti è uscito dalla band … Con Žare ci siamo lasciati perché non trovavamo più un punto in comune, forse ci eravamo semplicemente sopportati troppo a vicenda. In momenti così è bene fare un taglio, poi cambi un po’ la storia, aggiungi qualcosa di nuovo, trovi un altro produttore con una mentalità e un approccio diversi, poi torni e ti guardi dentro, e per una band questo è sano – saltare un po’ di qua e di là e non fermarsi a un punto morto. Con Žare non ci siamo visti per 10 anni, nel frattempo con Radičević abbiamo fatto cose fantastiche, ma poi c’è stata di nuovo una svolta. Con Radičević abbiamo registrato due dischi, poi è arrivato il momento di un nuovo cambiamento e di una nuova svolta. Io sentivo che era il momento di tornare a lavorare con Žare, perché anche lui in quel periodo si era ripulito, e ci eravamo ripuliti anche noi, e avevo capito che ha ottime idee di arrangiamento e di produzione che ci starebbero a pennello. I ragazzi erano un po’ scettici, perché dopo il quarto fiasco con il disco Doba norih si erano fatti il pregiudizio che Žare avrebbe preteso da noi pop, elettronica e loop. Io nel frattempo avevo lavorato con lui a qualcosa per Alya e per un paio di altri nomi, ero rimasto in contatto e avevo visto che il cambiamento c’era stato anche in lui. Con una mentalità nuova e un nuovo rapporto con la musica era arrivato anche il momento di una nuova collaborazione, così ho spinto per lavorare con lui, e quando i ragazzi hanno visto le sue nuove idee, che ci ha presentato mentre lavoravamo, hanno capito che adesso è in grado di capire quello che vogliamo noi e allo stesso tempo di portare tutto a un livello qualitativamente superiore, e così questa volta il nostro cammino è stato di nuovo comune.

Rockline: Alcuni hanno definito Izhod un disco d’addio …

Alen: Per via del titolo.

Rockline: Esatto! Qual è allora il filo rosso per cui avete intitolato così l’album?

Alen: Quando cercavamo il titolo per il disco cercavamo un filo rosso. E qual è questo filo? Viviamo in tempi in cui si sa che la gente è molto stressata, e nell’aria si sente un’enorme dose di incertezza e negatività. Siamo sempre in ansia per il giorno dopo, siamo persi in un labirinto e cerchiamo l’uscita. La parola labirinto ricorreva di continuo. Tutti i pezzi ce l’hanno, o nella strofa o nel ritornello. Di solito nelle strofe si sente una certa frustrazione, rabbia, attesa e incertezza, mentre i ritornelli sono impostati in modo parecchio positivo e in ogni ritornello è indicata la via, ovvero l’uscita, da questo casino, da questo labirinto. Siccome ne aveva già cantato Bowie (nel 1986 con la colonna sonora del film Labyrinth, n.d.r.), e tanti altri con lui, abbiamo lasciato perdere il nome Labirint e ci siamo chiesti qual è l’essenza del labirinto. La risposta è chiara: nel labirinto cerchi l’uscita verso qualcosa di positivo, verso la luce, verso la liberazione dal buio alla luce, e per questo l’album Izhod non va inteso come un disco d’addio – anzi, tutto il contrario!

Rockline: Quindi si tratta davvero di un nuovo inizio e di una rinascita …

Alen: Certo! Mica possiamo restare in eterno nel buio, nel morboso, nella negatività e nell’orrore. Cerchiamo di trovare in tutto un pizzico di buono. Anche nel pezzo Slab spomin elenchiamo le cose che nella vita ci fanno incazzare e ci rovinano i nervi, però anche lì cerchiamo qualcosa di buono. Avere una memoria corta e dimenticarsi delle cose brutte e dei rancori può essere la chiave per stare meglio! Sono così anche i nostri concerti – la gente viene a divertirsi e a stare bene. Il nostro concerto scarica questa rabbia e questa negatività e la gente torna a casa più positiva, così anche il nostro concerto può essere un’uscita da qualcosa di negativo verso il positivo. Almeno noi la vediamo così, e per ora di addio non ne parliamo! Izhod è un’uscita di forza.

Rockline: Dalla prima esibizione della band, il 14 settembre di quel lontano 1990, quando è iniziata tutta la storia dei Big Foot Mama, è passato un sacco di tempo. Mi ha incuriosito proprio la coincidenza, fortunata o sfortunata che sia, da cui è nato il nome. Da dove viene il nome e il legame con la battuta interna degli Agropop, che ancora oggi per me resta un enigma? Da dove ha preso l’ispirazione Jože per questo primo, fatale battesimo?

Alen: Questa storia l’abbiamo saputa per intero solo l’anno scorso allo Schengenfest, dove è venuto Urban Centa, il bassista degli Agropop, e ci ha finalmente spiegato il retroscena di questo nome; l’autore del nome è proprio lui – è stato Centa a inventarsi il nome Big Foot Mama ai tempi degli Agropop. Loro avevano una cantante, o meglio un’animatrice, Šerbi, una donna di corporatura più generosa, e tra di loro girava una battuta interna in cui Centa, guardando Šerbi, disse che se avessero dovuto scegliere un nuovo nome avrebbe scelto Big Foot Mama & Her Yuhuhu Brothers, e qualcuno della nostra formazione di allora l’ha sentito, così per scherzo si sono messi il nome Big Foot Mama per un concerto, per prendere in giro, poi sono arrivato io, e per il secondo concerto ci stavamo chiedendo come chiamarci. Anche stavolta il concerto l’ha organizzato il liceo Gimnazija Šentvid. Noi cercavamo un nome serio, perché BFM è una presa in giro e non puoi chiamarti così e suonare rock, no? (risate) Mentre ci spremevamo le meningi su come chiamarci, vediamo già in giro per la città i manifesti, perché il liceo Gimnazija Šentvid non sapeva che stessimo ancora scegliendo il nome. Manifesti con il nome Big Foot Mama, la gente viene al concerto dei Big Foot Mama, e poi con quel nome ci resti per sempre.

Rockline: Quindi con quel nome eravate fregati …

Alen: Sì! E Centa ha anche detto che gli Agropop una volta suonavano da qualche parte in Italia, dove si sono ritrovati in un hotel in cui alloggiava Eros Ramazzoti, e Šerbi, quando ha visto Eros, l’ha subito abbracciato, preso in braccio e portato in camera d’albergo, e lui urlava: »No, big mama! No, big mama! No, big mama!« e la storia nasce da lì.

Rockline: In fondo il nome è azzeccatissimo, perché un nome da pesi massimi è una figata! Voi, poi, al rock sloveno, che era ed è tuttora in crisi nera, avete restituito un bel paio di palle, che lo rendono più provocatorio di com’era. Certo, nel 1990 c’erano i Sokoli, la Don Mentony Band, ma mancava la provocazione, perché tutti erano molto cauti in quello che dicevano. Voi avete puntato tutto su provocazione ed esplicitezza – se non altro con i videoclip, i testi, gli oggetti di scena come l’enorme joint …

Alen: E Ančka …

Rockline: Anche Ančka. La consideri una mossa volutamente calcolata dei Big Foot Mama?

Alen: A 20 anni ti piace ancora testare i limiti, e a noi piaceva da matti! Fin dove si può spingere l’attirare l’attenzione degli spettatori televisivi, dei frequentatori dei concerti e degli (non) ascoltatori dei Big Foot Mama? Dove stanno i confini tra accettabile e inaccettabile? È l’eterno dibattito della storia della filosofia, dell’etica e dell’estetica da millenni. A 20 anni non ti interessa tanto cosa pensano gli altri, ma piuttosto se stai bene o no. A noi testare i limiti divertiva, e vedere che alcuni si divertivano ed entusiasmavano, altri si scandalizzavano e altri ancora restavano indifferenti. Noi ci siamo divertiti un mondo. A 40 anni non metterei Ančka sul palco (o forse sì …), però avevamo dei versi molto chiari e puntuali. »Se mi fai eccitare forte / mi faccio una sega con la mano / se mi viene sul palmo / giuro che mi giro dall’altra parte« (estratto dal brano Sam’ prjatla, n.d.r.). Più esplicito e diretto di così non si può! Oggi preferiamo metafore più contorte, preferiamo giocare un po’ di più con le parole, e chi vuole coglierne l’essenza deve scervellarsi un po’. È la nostra evoluzione.

Rockline: Quindi è un allontanamento dalla schiettezza?

Alen: Da questo punto di vista, sì!

Rockline: Certo, certe cose sono più attraenti se devi scervellarti un po’ …

Alen: Assolutamente, ma dipende dal luogo e dal periodo. Se a vent’anni e rotti hai fatto così, sai, i giovani pensano solo a »sex & drugs & rock’n’roll«, con l’età, diciamo dopo i 40, puoi cominciare a giocare con la poesia, con le metafore, con l’indiretto, con il non detto, ma ogni cosa ha il suo tempo. Ogni album è la registrazione di un certo periodo, di come pensavamo in quel momento.

Rockline: Hai la sensazione che sia un allontanamento voluto da quelle nuove regole che avevate scritto con l’esordio Nova pravila e che i BFM stiano diventando una band più contemplativa?

Alen: Sì, solo che lo definirei uno stato di maggiore maturità. È lo stato d’animo di quando arrivi alla soglia dei 40 anni – crescere non riguarda solo il corpo ma anche lo spirito, ma non direi che sia qualcosa di voluto. Semplicemente adesso siamo in un periodo in cui ci godiamo di più questo stile, ma ovviamente ci piace suonare anche le cose vecchie. I concerti sono assolutamente una retrospettiva della band.

Rockline: Nel passare in rassegna e selezionare i pezzi per il concerto ai Križanke, avete deciso di trascurare e non presentare la maggior parte del disco Doba norih, da cui avete suonato un solo pezzo. Come mai?

Alen: Doba norih è il disco spinoso della carriera dei Big Foot Mama, quello in cui sono avvenuti i veri spostamenti. È un disco per cui non metteremmo la mano sul fuoco tutti quanti, come ho detto prima.

Rockline: Perché Gušti lavorava con Žare per conto suo …

Alen: Sì! Esatto! Per conto suo, perché la sua tesi era che dovevamo fare pezzi con cui avremmo avuto più passaggi in radio. Con quella frase i Big Foot Mama si sono spaccati.

Rockline: Eravate davvero sull’orlo del baratro esistenziale?

Alen: Non del baratro, perché non abbiamo mai pensato di chiudere la carriera! No, mai! Allora ci siamo presi piuttosto una pausa, dopo tre dischi – Nova pravila, Kaj se dogaja e Tretja dimenzija – che erano parecchio rock: riff, immediatezza, e allo stesso tempo erano stati accolti molto bene. In realtà eravamo diventati una band così grossa che spuntavamo da ogni angolo. A poco a poco si è arrivati a uno stato di overdose, ci eravamo rimpinzati di tutto, e per la gente eravamo diventati una presenza troppo fissa. Non eravamo più qualcosa di fresco, ma era subentrato lo stato: »Big Foot Mama – grande band: li abbiamo già visti!« e dopo i Bajaga e simili eravamo diventati qualcosa di scontato. Dopo tre dischi pieni di fuoco, Gušti, come principale autore dei materiali, tutt’a un tratto si è stufato dei riff rock e ha cominciato a ossessionarsi e a rodersi sul perché non ci passassero in radio. Non ci passavano perché per le radio pop e per Val 202 eravamo un po’ troppo duri, per Radio Študent troppo morbidi. Eravamo diventati una grande band grazie ai concerti e non all’airplay, il che a Gušti aveva cominciato a dare un fastidio insopportabile, così era convinto che, dopo aver conquistato il pubblico rock, fosse il momento di allargarsi e conquistare anche il territorio pop. Perché ai nostri concerti, oltre alla gente di Metelkova, venisse anche la »gente comune«. Lì c’è già troppo calcolo, perché invece della sincerità cominci a rimuginare su cosa fare per ottenere l’effetto desiderato. »Ammorbidiamo la nostra musica, mettiamoci elettronica e loop al posto dei riff …«. L’organico è stato sostituito dall’artificioso e lì è andato tutto storto, così io e Grega siamo arrivati al punto in cui non sentivamo più tutto questo.

Rockline: Ti sei raffreddato e ti sei dissociato da quello che i BFM sarebbero dovuti diventare?

Alen: Certo! Siamo caduti in una crisi d’identità, perché eravamo considerati una band che spacca – Črn tulipan, Mala nimfomanka e sus do daske – e poi belle melodie e tiepidezza … Questo non andava soprattutto a Gregat, e a Gušti invece …  Quando scrivi i pezzi devi avere davanti agli occhi il cantante, le sue capacità e le sue qualità, e lui questo non l’ha fatto. Grega certe cose per via dell’estensione non riusciva a cantarle, semplicemente non le sentiva, né si identificava con esse. Anche a me non andavano giù … Una parte della band non si identificava e, se guardi il disco nel suo insieme, solo una piccola parte dei pezzi ha superato la prova del tempo. Fenomen, Konc sveta e basta … Purtroppo era sbagliato anche l’approccio – qualcosa abbozzato a metà in sala prove, e noi ci consolavamo dicendo che ormai eravamo delle star e che in studio con Žare avremmo tirato fuori la magia. Dominava un atteggiamento svogliato e …

Rockline: È qualcosa di simile a quello che anni fa ha travolto i Metallica.

Alen: E non solo i Metallica, anche gli U2, se guardi cosa facevano negli anni Novanta. Di storie così ce ne sono tante …

Rockline: Se la band non respira in sala prove, non può farlo nemmeno sul disco …

Alen: Certo! Allora a Gregi è saltata la mosca al naso, è andato fuori di testa e ne aveva piene le tasche. Anche i media lo assediavano e lo bombardavano di continuo, andavano a casa sua e pretendevano che mostrasse il bagno, lo fotografavano, così a un certo punto ne ha avuto abbastanza di tutto e ha preteso una pausa, un taglio e un cambio d’aria nella band, per vedere davvero cosa siamo e cosa vogliamo, e così ci siamo presi un anno di pausa, Gušti allora ha cominciato la sua carriera solista e ha registrato il suo esordio personale, il suo ammorbidirsi lo aveva già dimostrato Doba norih, e lì le nostre strade hanno cominciato definitivamente a dividersi. Dopo quell’anno abbiamo espresso il desiderio di più chitarre, più suono, più organicità e fuoco. Facciamo le cose fino in fondo e andiamo a tutta! Più riff, più Big Foot Mama, più impatto!

Rockline: In un certo senso l’addio di Gušti, anche se lo rispetto profondamente, perché senza di te e senza Miha i Big Foot Mama non avrebbero un repertorio di hit e una discografia così ampia, è stato una soluzione per i BFM? Grazie a dio le persone crescono e si evolvono, e ogni tanto le nostre strade un tempo comuni si separano. La sua uscita è stata un atto dopo il quale vi siete in qualche modo tirati un sospiro di sollievo, vi siete fermati e avete iniziato a lavorare più seriamente?

Alen: Decisamente – parlo esclusivamente della parte artistica, perché siamo ancora amici. Noi pensavamo ancora che avremmo collaborato e lavorato insieme anche in futuro, ma il pop lo aveva permeato troppo e si era ritrovato lì, la chitarra in quel vecchio concept non lo interessava più, mentre a noi interessava proprio quello. Le tensioni si sono allentate non appena Gušti se n’è andato, perché poi non c’erano più abissi e incomprensioni, poi è arrivato Zoki, che è comunque un maestro dei riff, e questa sinergia ha aperto un nuovo capitolo dei BFM in un modo nuovo, e lì ci siamo davvero ritrovati, e questo, come vedi, lo rifiniamo e lo alziamo di livello disco dopo disco. Adesso ci siamo davvero ritrovati e ce la godiamo.

Rockline: Una cosa che mi incuriosisce: a giudicare dal documentario Tist dan v tednu, l’idea di invitare Zoki è venuta davvero a Jože e a Grega nello stesso momento, durante una chiacchierata davanti agli orinatoi? Due tizi che pisciano e uno dice all’altro: »Zoki.« »Mi leggi nel pensiero?« Quanto c’è di vero? Zoki poi ha sostituito Majka con la nuova Mamma.

Alen:(risate) Non so come siano riusciti a leggersi nel pensiero a vicenda, bisognerebbe chiederlo a loro, ma Zoki per noi era la scelta logica, perché ci stavamo chiedendo che tipo di chitarrista chiamare a collaborare. Era importante soprattutto il chitarrista, perché a livello di scrittura sapevamo già che per buona parte del lavoro avrei potuto occuparmene io. Un suono grasso e pieno e delle vere chitarre non te li può dare chiunque. Se guardi la giovane generazione di chitarristi … Secondo me è anche la differenza principale tra noi e i Siddharta, e con questo tocco le insinuazioni dei media su chi è più grande, chi è più bravo e chi stavolta travolgerà chi, mentre nessuno ha fatto un’analisi costruttiva né è andato a fondo fino alle radici da cui veniamo: la differenza fondamentale è che noi siamo cresciuti con i vinili, loro sono cresciuti con i CD, MTV, il grunge. Noi attingevamo all’eredità del passato e a un suono più vecchio e primordiale. Grega era un fan delle Majke e Zoki all’epoca suonava negli Holderji, una band di Brežice con cui ci incrociavamo ogni tanto ai concerti, e con noi Zoki aveva registrato anche un assolo, e a Gregat era piaciuto molto come chitarrista, così abbiamo deciso di collaborare. Ha contribuito molto a portare i BFM a un livello più alto per quanto riguarda il suonare. Faccio fatica a immaginare Gušti che suona con noi riff blues rock come questi.

Rockline: Persone diverse, approccio diverso alla musica. 5ing, come primo disco con Zoki, ha dimostrato che non c’è buon sesso senza preliminari, e con il quinto disco avete annunciato un nuovo concept per la vostra rinascita. Lasciamo per ora il passato – contano il presente e il futuro. La nuova strada verso il futuro la sta asfaltando Izhod. Quali sono i piani con cui andrete avanti? Immagino che ci sia un sacco di lavoro dal vivo, ma magari c’è già anche una nuova prospettiva in studio?

Alen: Dieci pezzi sono praticamente pronti. Intendo come scrittura, perché non li abbiamo ancora arrangiati e rifiniti in sala prove. Le idee ci sono, almeno per quanto riguarda strofe, ritornelli e testi, i groove. Le fondamenta sono messe. Le cose stanno cuocendo e prendendo forma, ma per ora non pensiamo a cosa e come sarà. Non pensiamo a cosa fare per piacere. Quello che abbiamo da dire è che continueremo a lavorare in modo da affinare ancora lo stile in cui ci siamo ritrovati e portarlo a un livello più alto. Magari … Non so cosa succederà. È questione di chimica. Žare lavorerà con noi, questo ormai è chiaro. Continueremo a esplorare. Con Doba norih siamo andati a esplorare fuori dai confini dei BFM, fuori dai nostri schemi, che non sono ciò che siamo noi, sono fuori dal nostro campo del sentire. Pop, opera, disco … – non fanno parte del nostro DNA. Adesso abbiamo di nuovo il bisogno di sperimentare, come mostra anche Izhod, ma non abbiamo intenzione di uscire dai nostri schemi, bensì di provare, dentro il rock’n’roll,  elementi come nuovi ritmi e groove. Dopo questi alti e bassi sappiamo dov’è il nostro posto, dove siamo a casa e cosa sentiamo. Ora non possiamo più mentire.

Rockline: Una parte del tuo DNA è comunque il metal, come hai dimostrato con il tuo side project Iron Median. Con gli Iron Median avete suonato davanti a 30.000 persone al Beer Fest di Belgrado, con i Big Foot Mama avete fatto cinque volte il tutto esaurito ai Križanke, di cui tre da soli. C’è stato anche il Tivoli sold out. Quale sfida resta ancora, a cosa puntate?

Alen: Noi, per quanto riguarda il territorio sloveno, siamo realisti e sappiamo qual è la massa critica e come riempire locali sempre più grandi – non ci pensiamo troppo. Se mi chiedi dello stadio, non ci pensiamo.

Rockline: Perché i Siddharta si sono scottati e voi non vorreste ripetere la stessa storia?

Alen: Non solo per questo, ma noi stessi sappiamo qual è la portata di una band slovena. Per quanto riguarda i Siddharta – si sono davvero scottati, ma a Stožice hanno attirato 10.000 persone. Lo stadio era davvero mezzo vuoto, ma 10 mila persone sono comunque un successo da applaudire! Noi siamo ancora realisti e sappiamo cosa si può fare in Slovenia, o meglio, sappiamo guardare la situazione in modo realistico. Non avrei comunque nulla in contrario se col prossimo disco tornassimo ai Križanke, e se ci fosse un’atmosfera così e così tanta gente, vinceremmo di nuovo!

Rockline: Tre anni fa avete compiuto 20 anni. Spero di cuore che la Slovenia abbia davvero il potenziale per vedere una band arrivare alla longevità dei Rolling Stones. Ti vedi – chiudi gli occhi e immaginiamolo insieme – i Big Foot Mama sul palco in azione tra 20 anni?

Alen: Un pizzico di realtà in questo potrebbe esserci. Sul futuro puoi sempre fare il saggio e speculare un po’, ma non sai mai cosa succederà. Non siamo abituati a fare piani a così lungo termine. Noi andiamo sempre per gradi e a piccoli passi. Pensiamo sempre a qual è la prossima cosa che ci eccita. Quando abbiamo cominciato, il nostro obiettivo era solo suonare al liceo Gimnazija Poljane, perché lì c’erano le ragazze più belle. Quello era il primo gradino. Se ci arrivavamo, avevamo vinto! Ovviamente ci siamo arrivati, quindi era il momento del passo successivo. Magari un concerto fuori Lubiana, poi c’è stato il famigerato tour con Pero Lovšin e con i Sokoli abbiamo battuto tutta la Slovenia. Poi l’obiettivo era già: »Cavolo, se almeno una volta nella vita pubblicassimo un CD, poi avremmo davvero vissuto tutto …« Certo! Pubblichi un CD e poi cerchi la sfida in qualche sala più grande, e noi andiamo sempre così, piano ma sicuri. Neanche i Rolling Stones 30 anni fa pensavano che a 70 sarebbero stati ancora sui palchi a suonare. È solo una benedizione se ci arriviamo.

Rockline: Prendiamo in prestito solo il motto di Star Trek: »Live long and prosper!«

Alen: Esatto! Esatto!

Rockline: Ti ringrazio di cuore per il tempo e l’attenzione. Magari ancora solo una parola conclusiva che puoi rivolgere ai nostri lettori?

Alen: Mi fa piacere che esistano ancora media che rispettano la musica rock e che nobilitano il rock sloveno. Negli altri media purtroppo sta morendo. Continuate così! Restate fedeli a ciò che siete. È il motto del rock’n’roll e anche dei Big Foot Mama.

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