Big Life

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Artista: Big Life
Etichetta: AOR Heaven Records
Uscita: 2011
Durata: 62:22
Voto: 4/5

Big Life è il progetto di due musicisti che ha riportato tra i vivi il cantante britannico Mark Thompson Smith, dato ormai per spacciato. Il tizio si era fatto un nome nel rock con il suo contributo vocale all’EP dei Praying Mantis del 1993 “Only Children Cry” e con l’eccellente album solista in studio del 1998, “A Far Cry From New Yersey”. Che Mark non sia un cantante qualunque lo dimostra la chiamata nei ranghi dei leggendari glam rocker anni Settanta The Sweet, ai quali diede una mano a chiudere la parte scandinava del tour del 2005. L’altra metà del progetto è il musicista, autore, arrangiatore e produttore britannico  Steve Newman, noto per la sua band Newman e con sette album in studio all’attivo. I due sono amici da una vita, e Mark Thompson Smith ha suonato in una dozzina di album dei Newman come corista.

Il disco è il culmine dell’ottima intesa del duo, e a quanto pare è stato registrato in appena due settimane. Thompson – Smith fa capire che la sua voce non si è affatto spenta né “arrugginita” in tutti questi anni di pausa: per tutto l’album sfoggia un’articolazione impeccabile, con uno slancio vocale sempre potente, deciso e altamente melodico, di una flessibilità incredibile quando c’è da portare la voce dai registri medi a quelli alti e altissimi. Non stupisce che abbia potuto sostituire temporaneamente l'”urlatore all’elio” Tony O’Hora dei The Sweet (buffo, ma anche il nome di Tony O’Hora non è affatto nuovo nella discografia dei Praying Mantis).

Il materiale del disco potrebbe tranquillamente, in alcuni brani (penso soprattutto ai ritornelli), fare da stampo per le melodie dei ritornelli che ancora oggi usano i Praying Mantis, ma è ovvio (e del tutto logico) che sia soprattutto vicino allo stile dei Newman. Se a cantare ci fosse Steve Newman, avremmo di fatto un nuovo album dei Newman.

Il disco è un tipico esponente della scuola britannica del rock melodico, che nella melodia non conosce scherzi e leggerezze e flirta più di rado  con elementi di blues e/o con spunti banali basati sul rock n’ roll da battere di piede, che sono spesso tratti tipici della scuola americana. La coltre atmosferica è sempre leggermente malinconica, si nutre di misticismo e, ovviamente, di un desiderio nascosto, e risulta molto concreta. La produzione è classica. Gli anni Ottanta sono ovviamente il suo modello assoluto, ma quella scuola “eighties” classica viene trasportata nella vita di oggi. L’album ha una produzione cristallina che allo stesso tempo spinge e pulsa con una vivacità incredibile, grazie soprattutto alle basse frequenze prodotte alla grande, con una linea di basso bella piena e melodica a fare da gamba.

Come vuole la tradizione di ogni sano melodic rock, i brani sono costruiti in modo che l’atmosfera cresca gradualmente. I picchi emotivi dei ritornelli sono rinforzati dal magistrale sostegno delle voci di accompagnamento a più strati, un mix armonico delle linee vocali di Steve e Mark. I registri medi sono quindi riempiti in modo ottimale e centrano quello che nel rock melodico conta più di tutto: un’atmosfera altamente vibrante, che fa ondeggiare alto questo album e tiene l’ascoltatore ben incollato a sé.

Dal punto di vista compositivo la prima parte del disco è più forte della seconda, dove si infila anche qualche pezzo che avrebbe potuto aspettare “in riserva” ed essere registrato su un altro album, per altri tempi. L’apertura, di impostazione oscura ma con un pomp eccellente, Dying Day, manda subito l’atmosfera in piena erezione. La voce rifinita di Smith è sostenuta alla grande da un equilibrio ben congegnato di collage di tastiere (con quel suono tipico dei sintetizzatori anni Ottanta) e riffing di chitarra. Nella prima metà il disco non sa e non può proprio mollare la presa su quell’atmosfera ultra pomposa e vibrante, dettata da un senso maturo per la costruzione di motivi melodicamente perfetti e rifiniti. L’album cresce di continuo in questo senso, e il terzo brano, Better Man, è il tipico pezzo che a metà anni Ottanta sarebbe stato un mega hit radiofonico, tanto audacemente è messo insieme per raggiungere la melodicità ottimale, che ti si pianta sotto pelle al primo ascolto. Segue un nuovo, deciso cambio di umore con la mistica Calling, che mette in primo piano l’elemento drammatico e sta anch’essa tra i brani con uno dei migliori ritornelli del disco.

Stavolta Steve Newman si è dedicato più a fondo alla chitarra, soprattutto agli assoli, e ha rivestito il tutto con una sensibilissima, gustosa e succosa coperta di tastiere. Nel suono, l’album risulta persino un filo più duro del tipico disco dei Newman. I momenti con l’acustica ci sono, ovviamente. Il brano più riuscito in questo senso è senza dubbio Deep Water, con l’arrangiamento più vario del disco e una deviazione inattesa, incarnata da una lunga parte strumentale finale con un bellissimo assolo di chitarra.

I punti più deboli stanno nella seconda metà del disco. Il primo è At The End Of My Rainbow, con le voci nella strofa filtrate da un effetto distorto e una leggerezza un po’ fastidiosa. A togliere interesse al disco, nella seconda parte, c’è anche la sequenza dei brani tranquilli Leaves e Stop In Time, che dà la sensazione di ripetere mosse già viste nell’album. Per fortuna, verso la fine il disco ruggisce ancora una volta di brutto con la carica di Takin’ Me Down, tra i pezzi più taglienti e diretti dell’album, che ti spara in circolo una nuova dose di adrenalina. Qui il disco avrebbe dovuto finire, perché seguono altri due brani di cui, confrontando gli arrangiamenti dei primi sei, si potrebbe fare benissimo a meno. Il problema, ovviamente, è che un supporto come il CD permette ben 80 minuti di durata, quindi anche l'”esagerazione” è ammessa, anche se non sempre è auspicabile, figuriamoci necessaria.

Comunque la giri, è un album eccellente e un caldo consiglio per tutti quelli che vanno matti per il rock melodico fatto bene, che colpisce al volo. Vi anticipo che il nuovo album dei Newman è dietro l’angolo, e sarà interessante fare confronti con questo disco, soprattutto per capire quanta capacità espressiva è rimasta in riserva a Steve Newman, che dovrà rappresentare e difendere il nuovo album della sua band.

Formazione

Mark Thompson-Smith – voce
Steve Newman – chitarra, tastiere, cori
Rob McEwen – batteria, percussioni

Produzione

Steve Newman

Tracklist

1. Dying Day
2. Close To You
3. Better Man
4. Calling
5. I’ll Still Be Here
6. Feel Alive
7. Deep Water
8. At The End Of My Rainbow
9. Leaves
10. Stop In Time
11. Takin’ Me Down
12. Nothing Without You
13. Special Relationship (traccia nascosta)

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