Big Mean Machine (EP)
Autore: Aleš Podbrežnik
Band: Eyecontact
Etichetta: god bless this mess records
Uscita: year
Durata: 20:47
Voto: 4/5
Il Prekmurje è la zona della Slovenia dove nascono le idee più interessanti di visionarietà musicale. Qualunque cosa si mettano a fare laggiù in campo musicale porta quasi sempre con sé l’essenza tangibile di un carisma chiaro e netto, che con la sua autenticità e stranezza ti prende e ti convince al volo. Non importa il genere. E più o meno è così anche la storia che segue.
C’erano una volta i Khons. Erano gli anni Novanta e c’era Lendava. Purtroppo la band non è riuscita a mettere insieme nemmeno un’unica, misera uscita ufficiale in studio, e nel 2008 ha deciso di chiudere baracca. Sulle ceneri dei Khons, i due ex membri Gregor Naglič e Daniel Balažic hanno posato le fondamenta della loro nuova creatura. All’inizio hanno suonato per un po’ come duo, poi la formazione si è completata con un secondo chitarrista, Atila Szunyog, e con il bassista Teo Graj. Nel 2011 le circostanze si fanno favorevoli per la nuova band Eyecontact, che comincia a sfornare materiale proprio, uscito quest’anno a maggio in forma di primo EP. Il titolo scelto dalla band è »Big Mean Machine«
Già la copertina e la combinazione di colori lasciano intuire che là dentro imperversa e devasta un mostro assetato di sangue. Quel mostro non è altro che un legame chimico fuori dal comune di riff grassi e sporchi, da perfetti eremiti stoner rock, o per dirla papale papale da »emarginati«, che colpisce con violenza e con audacia veemente dritto al cuore della pointe rock. La band ara riff metallici primordiali e incazzati, dal suono crudo, garage e mai addolcito, che regala alla carta d’identità dell’EP un sound pulsante, vivo e bello sporco, con la giusta dose di dinamica. Il muro di riff massiccio creato dalle due chitarre, nella sua devastazione sfrenata, porta la maggior parte del riempimento sonoro, ma non si può certo ignorare l’alesine delle linee di basso affilate come lame e tintinnanti, né il nucleo dei colpi vigorosi del batterista Gregor Naglič.
I pezzi sono vivacizzati punto per punto da cambi di frasi chitarristiche, ornamenti di assoli e inversioni di tempo, che per tutta la durata dell’EP piegano senza sosta e con efficacia gli stati d’animo, cioè l’atmosfera del disco. I brani si sviluppano in un alone di rabbia e di giudizio universale. A questa immaginifica post-apocalisse contribuisce molto il canto infuocato e appassionato (Peasant, Let Me Taste Your Suicide), mattone fondamentale di queste atmosfere rovinose e anche »da cattivoni«! Gli Eyecontact dipingono il nero con una dedizione enorme e nelle loro azioni non si lasciano dietro prigionieri. I giochi di semitoni nelle frasi di chitarra sono scontati, se non addirittura d’obbligo, visto che parliamo di stoner rock, parente stretto del doom, e tutti e due amano pescare a questo riguardo dall’elementarità dei riff dei Black Sabbath. I riff di taglio stoner creano ovviamente una specie di ipnosi che ti risucchia nel mondo musicale della band, e la band si serve di una creazione efficace di riff concisi, che combina con più tempi di base. Nello strumentale conclusivo Irony, la valanga di riff d’apertura, quella che ti travolge, poggia su ritmi quasi tribali.
Gli Esecontact suonano speciali già dal punto di partenza, hanno carisma. Sanno portare nel pezzo un riff ben fatto che ti prende, e poi sorreggerlo con ritmi rotolanti che soffiano con efficacia sulla brace incandescente dell’incazzatura da riff. Con il suo primo EP la band annuncia chiaramente di essere una nuova stranezza nella scena musicale slovena delle sfere più sporche e, seguendo con grande dedizione il punto focale della propria visionarietà musicale, si merita tutta l’attenzione. Šoprattutto per le prossime mosse della sua creatività musicale.
Formazione
Daniel Balažic – voce, chitarra
Atila Szunyog – chitarra
Teo Graj – basso
Gregor Naglič – batteria
Produzione
Eyecontact
Tracklist
1. Fehlgeschlagene
2. Hindenbruk
3. Caius
4. Peasant
5. Let Me Taste Your Suicide
6. Irony