BJH And Other Short Stories
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Barclay James Harvest
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1971
Voto: 4/5
Barclay James Harvest, nei loro primi anni noti come idealisti sinfonici della mistica delle brughiere, dei campi e dei boschi celtici, si sono buttati con ambizione anche sul loro terzo album “And Other Shorts Stories”, dove hanno proseguito sulla strada sinfonico-orchestrale dei due predecessori. Dopo l’eccellente “Once Again” (1971), con cui per la prima volta si erano fatti notare anche da un pubblico più ampio, anche stavolta sono rimasti fedeli alla loro ricetta collaudata: sinfonismo e rock melodico classico a braccetto. Maestosi arrangiamenti orchestrali barocchi, frutto soprattutto della loro orchestra personale (che nei tour di allora era, ovviamente, un vezzo costosissimo) e dell’insostituibile tastierista Stuart “Woolly” Wolstenholme al mellotron e all’organo Hammond, che hanno continuato a intrecciare con successo in un’interessante miscela di hard rock con un forte accento sugli elementi acustici pastorali. Robert Godfrey, nel ruolo di direttore d’orchestra e arrangiatore musicale, qui è stato sostituito da Martyn Ford, il che non ha cambiato granché la natura degli arrangiamenti. Il chitarrista John Lees e il bassista Les Holroyd, ciascuno con il proprio stile vocale melodico (il primo più schietto e con un taglio leggermente soul, il secondo più “angelico”), sono anche stavolta gli elementi rock principali della loro musica (soprattutto certi passaggi distorti di Lees). Come al solito, però, si dividono anche dei piacevolissimi arrangiamenti folk alla chitarra acustica. Il batterista Mel Pritchard per lo più tiene un ritmo solido e dove serve si distingue con i suoi passaggi stratificati. A parte Woolly, i BJH come singoli non erano chissà quali maestri dei loro strumenti, ma come collettivo sono sempre stati capaci, senza problemi, di evocare una magia indimenticabile.
L’album si apre con uno dei brani migliori e più ambiziosi della loro storia, l’epica “Medicine Man”, ispirata al celebre romanzo di Ray Bradbury “Something Wicked This Way Comes” (il cui titolo, tra l’altro, è una citazione dal Macbeth di Shakespeare). Bradbury è noto in generale soprattutto come autore di romanzi di fantascienza. Questo racconta di una giostra speciale su cui i cavalli volanti possono ringiovanire o invecchiare chi li cavalca. Dentro il brano epico si mescolano di continuo un profondo romanticismo e la malinconia, ovvero il marchio di fabbrica dei BJH classici e sinfonici. La composizione è intrisa di arrangiamenti orchestrali drammatici e di gusto, che legano per tutto il tempo la melodia centrale. Nonostante l’alto livello di sinfonismo, l’elemento rock della loro musica resta sempre ben percepibile grazie alle ottime armonie vocali e a una base ritmica solida. Gli amanti del prog rock sinfonico di certo non resteranno freddi. Nonostante si tratti di un loro classico, però, la band non era soddisfatta dell’arrangiamento centrale, ed è stato questo il motivo principale per cui poi l’ha registrata di nuovo come lato B del singolo “Thank You”.
In “Someone There You Know”, che parla di una storia d’amore finita male, Woolly, che si occupa anche dell’ottima melodia vocale, crea tappeti sonori malinconici al mellotron mentre al pianoforte gli fa compagnia stavolta il bassista Les. I riff sfuggenti di John danno al pezzo un tocco leggermente irruente. Nonostante l’enorme semplicità e una certa ingenuità, colpisce la bella espressività lirica. Purtroppo i BJH hanno un punto debole: quasi in ogni album tirano fuori almeno un brano decisamente mediocre, e stavolta è “Harry’s Song”, un folk rocker a impronta acustica nato, che ci crediate o no, come dedica postuma al pappagallo di John (!). Il motivo centrale al pianoforte da bar, piuttosto noioso e monotono, viene comunque ravvivato un po’ dal buon lavoro della batteria e da bellissime armonie vocali a più voci, che raddrizzano l’impressione. Segue la ballata romantica e d’amore “Ursula (The Swansea Song)”, il cui testo si occupa della stessa problematica di “Someone There You Know”. I BJH sono maestri di queste ballate romantiche e pastorali e anche stavolta sono riusciti a unire melodie di chitarra acustica e bei arrangiamenti orchestrali che sciolgono anche il cuore di ragazza più freddo, senza il minimo granello di patetismo. La ballata romantica di Les “Little Lapwing”, dove oltre al basso e alla voce principale ha suonato lui stesso gran parte degli strumenti, è un altro semplice pezzetto melodico, decorato di acustica e sinfonismo. Il testo è dedicato agli uccelli, il grande amore del chitarrista John Lees. Dopo una semplicissima melodia folk d’apertura alla chitarra acustica, nella seconda parte entrano maestosi arrangiamenti orchestrali (le trombe regalano perfino un leggero sapore jazzy) che alzano l’intensità del brano di almeno un gradino.
Il rocker psichedelico-pastorale “Song With No Meaning” è un altro inchino ai loro grandi modelli, i Beatles, perché lo contraddistinguono una straordinaria sensibilità melodica e una serie di interessanti decorazioni strumentali. Anche stavolta Les suona gran parte delle chitarre e si occupa della voce principale. L’ottima melodia vocale è una delle migliori dell’album, e ci mettono del loro anche l’uso del wah wah alla chitarra e un buon impiego delle percussioni. Un pezzo che farà sorridere di sicuro anche gli amanti degli Uriah Heep. “Blue John Blues” esprime la delusione della band nei confronti del management di allora, che a quanto pare non si prendeva troppa cura di loro. Nonostante un’intro bluesy poco promettente e sonnolenta, segue una bella melodia in cui regnano strati eccellenti di organo Hammond e un solido pianoforte, il tutto accompagnato dalla voce energica di John e da buoni passaggi di chitarra. Nella parte finale il pezzo prende una piega interessante, da bar e bluesy, in cui la voce diventa volutamente ruvida, accompagnata anche da battiti di mani e da un assolo di chitarra finale carico di emozione. Di sicuro non è uno dei vertici dell’album, ma è un testamento più che solido della loro versatilità.
Seguono due parti strettamente legate fra loro, di impronta sinfonico-orchestrale e sotto la regia di Woolly, che per un breve momento riportano i BJH nel mondo del rock progressivo sinfonico. Entrambe esprimono una malinconia straordinaria e suonano parecchio apocalittiche. “The Poet”, scritta in origine già nel 1967, è piena zeppa di arrangiamenti orchestrali malinconici e della voce niente affatto ottimista di Woolly. Il testo esprime solitudine e delusione verso un’umanità sempre più individualista. Dopo un ottimo arrangiamento finale, “The Poet” sfocia direttamente nell’ultradrammatica “After The Day”, condita da possenti arrangiamenti orchestrali, che è la visione dell’apocalisse di John e chiude l’album col botto. È di gran lunga il brano più malinconico del disco, dove si intrecciano arrangiamenti orchestrali drammatici, armonie piangenti a tre voci di chitarra, un delicato strato di mellotron e una voce che non potrebbe contenere una nota più triste. Anche se i BJH sono in genere considerati dei positivisti, per la fatalità di questo epos tragico li si potrebbe paragonare perfino a dei King Crimson (soprattutto per via del mellotron). A mio parere è senza dubbio una delle loro cose migliori e più profonde, la più amata dal pubblico ai tempi in cui suonavano ancora con l’orchestra e il culmine dei loro flirt con il rock progressivo sinfonico. Senza questa apocalisse finale, “And Other Short Stories” sarebbe stato un prodotto decisamente più mediocre.
La ristampa dell’album del 2002 contiene anche sei bonus track, tra cui spicca solo la versione demo di “Brave New World” di John, uscita di nuovo molti anni dopo come parte integrante del suo progetto omonimo sotto il nome BJH. Il resto sono registrazioni BBC di alcuni dei loro classici come “She Said”, “Galadriel”, “Medicine Man”, ecc., che faranno sicuramente la gioia di ogni fan della band.
“And Other Short Stories” non rappresenta un grande passo avanti artistico rispetto al predecessore, perché si attiene a una ricetta quasi identica, ma si sente comunque che la band è un po’ cresciuta in maturità e sicurezza, il che si nota anche in un uso decisamente più coerente degli arrangiamenti orchestrali. Per questo è del tutto paragonabile all’eccellente predecessore e rientra tra i lavori migliori della loro carriera, anche se, come la maggior parte dei loro album, non è privo di punti deboli. Siccome l’orchestra ai concerti aveva quasi mandato la band in rovina, nel disco successivo i BJH la ridimensioneranno sensibilmente e rimetteranno un po’ più in primo piano gli elementi rock della loro musica, così che “And Other Short Stories” in questo senso rappresenta il culmine orchestrale della loro carriera.
Formazione
John Lees – voce (1,3,7), chitarra, percussioni (4)
Les Holroyd – voce (5,6), basso, pianoforte (2,3,5), chitarra (5,6)
Stuart Wolstenholme – tastiere, mellotron, chitarra elettrica (1), voce (2,8,9), batteria (3), chitarra acustica (4-6)
Mel Pritchard – batteria, percussioni, effetti (1), conga (6) timpani (9)
MUSICISTA OSPITE:
Martyn Ford – tamburello (5)
Produzione
Wally Allen and Barclay James Harvest
Tracklist
1. Medicine Man (3:56)
2. Someone There You Know (3:47)
3. Harry’s Song (3:52)
4. Ursula (The Swansea Song) (2:54)
5. Little Lapwing (4:56)
6. Song With No Meaning (4:21)
7. Blue John Blues (6:50)
8. The Poet (5:33)
9. After The Day (4:05)
Durata dell’album: 40:14
Bonus track dalla ristampa (2002):
10. Brave New World (DEMO)
11. She Said
12. Galadriel
13. Ursula (The Swansea Song)
14. Someone There You Know
15. Medicine Man